Il ventre di Napoli: una lezione di scrittura

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il lettore perdonerà l’uso della prima persona, ma Il Ventre di Napoli di Matilde Serao mi ha denudato al punto da rimuovere ogni tipo di maschera, imponendomi delle riflessioni tutt’altro che impersonali. Oggetto dello “spoglio” sono stati “abiti” che stavo indossando con troppa disinvoltura, ovvero la propensione alla scrittura, l’amore per Napoli, la ricerca della bellezza.

La giornalista e scrittrice mi ha fatto notare senza pietà che non ho mai scritto, né amato Napoli, né ricercato la bellezza. Tutte attitudini che, al contrario, sono custodite nel suo romanzo sociale uscito nel 1884. Proprio per questo considero Il ventre di Napoli uno dei libri più formativi che abbia mai letto, perché mi ha aperto gli occhi contemporaneamente su me stesso e su Napoli: rischiavo di vivere il resto dei miei giorni all’interno di questo doppio auto-fraintendimento.

matilde seraoCominciamo dalla scrittura. Mettere insieme le parole, benché da una fortunata composizione possa uscirne fuori un “sound” orecchiabile, non è scrivere. Scervellarsi per trovare l’aggettivo più ricercato o il collegamento più figo non è scrivere. Parlare sempre e solo di se stessi manco è scrivere, così come non lo è attaccare o offendere le persone al solo scopo di ramazzare consenso e/o elemosinare risate. In tutti questi casi si può parlare al massimo di sfogo personale, di esercizio di stile, di intrattenimento, di comunicazione – il demonio del nostro tempo –, di masturbazione intellettuale o, peggio ancora, di prostituzione intellettuale. Ma non di scrittura. Mai.

Leggendo Il Ventre di Napoli ho compreso che la scrittura è anzitutto denuncia. Ogni scritto degno di questo nome deve essere potenzialmente idoneo a migliorare il lettore, ampliandone la visione del mondo. Il che vuol dire che per scrivere veramente bisogna trattare argomenti scomodi, scivolosi, scoperchiare realtà che fanno male. Insomma, parlare di quello che non piace. Perché va da sé che parlare di ciò che piace, fosse anche un libro straordinario – proprio come sto facendo io adesso – non è scrivere. Non si scrive per compiacere gli altri né se stessi. La scrittura deve togliere certezze. La scrittura è rischio. La scrittura ha senso solo se in grado di scuotere, obiettivo peraltro perseguibile solo se chi scrive è al tempo stesso scosso da qualcuno o qualcosa. La scrittura è la trasmissione di una scossa.

L’amore per Napoli. Quante volte mi sono riempito la bocca con “Amo Napoli”! Peccato che non fosse vero. Troppo facile cedere alle tentazioni di una città simile, cadere nelle trappole tese da distrattori professionisti come il Vesuvio, il Sole, il mare, il cibo, il centro storico, il folklore, le tradizioni, il multiculturalismo. Con queste armi di seduzione non convenzionali è inevitabile innamorarsi di Napoli. Ma si tratta di un innamoramento “turistico”, accecante, superficiale, che comporta una controindicazione pericolosa: il rischio di minimizzare o addirittura negare il “resto”.

Quel “resto” che invece è centrale nel capolavoro della Serao. La scrittrice sembra esserne ossessionata. Ma è un’ossessione sana, figlia del Napoli_1800suo amore vero per Napoli. La Serao sembra contestare quella concezione cristiana che fa coincidere l’amore con l’accettazione, nobile principio che trova pur sempre applicazione nei rapporti personali. Ma quanto più ci si allontana da una prospettiva relazionale per approdare a una dimensione collettiva, tanto più questa associazione mostra tutti i suoi limiti: al crescere delle persone coinvolte quell’accettazione virtuosa via via si trasforma, degrada prima a rassegnazione e poi ad abbandono. Perché si possono accettare i difetti di una persona, ma non i difetti di una città intera. Una città non può avere difetti caratteriali da perdonare, ma solo mancanze colpose o dolose da condannare.

E chi intende esercitare l’arte della scrittura deve abbracciare l’obbligo morale di darne contezza per segnalare agli amministratori di turno e al popolo stesso che evidentemente ci sono delle cose che non vanno bene e che non possono essere accettate, se i sentimenti più diffusi restano malessere e infelicità. Le carte dell’autoreferenzialità, del folklore e del turismo possono sì farti vincere qualche piatto, ma non la partita. Alla lunga si perde. Tutti.

napoli bellaFatalmente chi scrive per davvero si sporca le mani, e l’inchiostro usato dalla Serao è un fiume nerissimo che attraversa tutta Napoli. Un fiume carico di sporcizia, rifiuti e odori nauseabondi che nasce non tanto dall’epidemia di colera che scoppiò nel 1884, quanto dalle “contromisure” amministrative adottate per il successivo e necessario risanamento della città. Le scelte politiche che si susseguirono in quegli anni mirarono soltanto a una rinascita di facciata. La costruzione di grandi strade e grandi piazze fu un gigantesco tappeto sotto cui nascondere la polvere, perché oltre a fare la fortuna di speculatori senza scrupoli, ha avuto l’effetto non solo di non risolvere il problema principale, ovvero la convivenza forzata di un numero indefinito di persone in “case” miserabili – l’habitat ideale per il propagarsi di qualsivoglia virus, aggressività compresa –, ma di aggravarlo: quella parte di popolazione si è vista sottrarre dalla piccola borghesia le case popolari di Capodimonte originariamente a lei assegnate e ha continuato a vivere in condizioni pietose. Condizioni che hanno favorito l’aumento dell’ignoranza, del bigottismo, del paganesimo nonché la redditività – per i gestori, ovvio – del gioco del lotto e della pratica criminale dell’usura, allargando ancora di più e in via irreversibile le differenze sociali.

La narrazione della scrittrice è dolorosa, realista, disillusa e, purtroppo, attuale: come non pensare per analogia alla sciagurata gestione del terremoto di 100 anni più tardi che interessò anche Napoli? Ma pur all’interno di questo presepe sgarrupato, la Serao riesce a cogliere la bellezza. In particolare sottolinea la nobiltà dei napoletani che non si perdono d’animo, che si arrangiano, che si esprimono, che danno tutto ciò che hanno e sempre con il sorriso sulle labbra, rifiutando l’alibi morale che secondo una logica perversa giustificherebbe l’affiliazione criminale (il brigantaggio di ieri, la camorra di oggi). Dei napoletani che accettano di lavorare il doppio pur di resistere alle innumerevoli tentazioni, ozio e vittimismo compresi, che la città propone a getto continuo. Dei napoletani che sanno sorprenderti ogni volta. Dei napoletani che amano senza innamorarsi. Dei napoletani che sanno scuotere come nessun altro. Dei napoletani che sanno scrivere.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?