Novembre

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Racconto di Maria Frigara

Traduzione dal francese di Veronica Pesce

 

 

Novembre ha sciacquato il paesaggio. Lo ha ripulito di tutto il superfluo, di tutti i colori inutili. Ha lasciato solo lo stretto necessario – il grigio e il giallo. Il grigio, onnipresente, è declinato in tutte le tonalità e sfumature: grigio chiaro, grigio perla, grigio topo, grigio tempesta, grigio verde, verde grigio, grigio blu, grigio piombo… Il giallo invece è più raro, ma proprio per questo lo si nota ancor di più. Il giallo illumina, splende, balza agli occhi. Lo si trova a piccoli tocchi: nelle foglie di tiglio attaccate al marciapiede lucido di umidità o nei lampioni, sfere gialle sospese a mezz’aria, che si stagliano contro un cielo cupo la cui tonalità oscilla fra il grigio-blu e il grigio-nero.

Novembre quando arriva fa sempre così. Ne ho un ricordo confuso che, complice l’odore della pioggia e delle foglie bagnate e la diminuzione della luminosità, si trasforma in certezza. E gli storni che a migliaia solcano il cielo me ne danno una rumorosa conferma. Ma questa non è l’unica cosa che fa novembre. Non si limita a ridurre lo spettro dei colori. Fa ben altro. Vuole attirare la nostra attenzione sul giallo e distrarci per mezzo degli schiamazzi di una miriade di uccelli appollaiati sui rami dei platani. Novembre apre un mondo parallelo, o, forse, più mondi paralleli – universi nuovi e sconosciuti nel fondo di pozzanghere in apparenza poco profonde e innocue, ma in realtà insondabili e probabilmente senza fondo.

Faccio molta attenzione quando cammino – guardo bene dove metto i piedi. Vedo la punta della mia scarpa sinistra sfiorare l’abisso. La superficie levigata dello specchio grigio mi attrae, ma io resisto. Al suo interno scorgo gli alti pioppi brulli e un nugolo di stormi che attraversano il cielo di un altro mondo e che scompaiono fra le nubi di un altro mondo. L’altro mondo è grigio, non vi è il giallo. Grigio, grigio. Immagino di cadervi dentro. Cadere, cadere a lungo, lentamente. Ritrovarmi sottosopra, precipitare verso l’alto, verso i dritti pioppi di quell’ altro mondo, fra I loro rami spogli, neri e sinistri. A pensarci mi vengono le vertigini; rabbrividisco. Mi concentro sui miei passi, fisso le scarpe di cuoio verdastro con i lacci e stringo saldamente la mano della mamma. Quando sono con lei il mondo parallelo mi pare un po’ meno minaccioso. Sollevo il capo. Sembra tranquilla. Non è preoccupata. Che forse non si renda conto della vicinanza delle trappole di novembre?

“Guarda dove metti i piedi”, mi dice, “non camminare nelle pozzanghere”.

Dopotutto sì, invece. Sta all’erta; è chiaro che sa benissimo ciò che potrebbe succedere, ma è forte e non vuole dare a vedere la sua inquietudine. Le stringo ancora più forte la mano, grande e calda, e mi concentro sui miei passi. Ho la scarpa sinistra un po’ bagnata. Un brivido di terrore mi corre lungo la schiena, ma so che con la mamma sono al sicuro. Non come con la nonna. Con la nonna è diverso. La nonna sembra buona, ma credo che con lei sia meglio stare sul chi va là. La storia degli stivali gialli ne è un’ottima prova.

Era un giorno di pioggia. Dai meandri del suo armadio senza fondo aveva tirato fuori un paio di stivali di gomma. Erano un po’ grandi, ma mi andavano lo stesso e mi stavano benissimo. Sicuramente erano appartenuti a qualche altro bambino della famiglia, ma erano in ottimo stato. Erano di una bellezza perfetta. Una bellezza semplice e pura, primitiva – un concentrato di bellezza – forma arrotondata, materia liscia e lucente, tinta unita. Ma la cosa più importante, quella che gli conferiva tutto il loro splendore era il colore. Un giallo perfetto. Un giallo luminoso e carico; il colore della luna sul mio libro di fiabe preferito, il colore del formaggio finto della vetrina del droghiere (talmente perfetto e appetitoso da far venir voglia di dargli un morso).

Era un vero e proprio giallo di novembre. Si abbinava benissimo col grigio della città. Ero così contenta dei miei stivali, che sembravano illuminare il paesaggio! Camminavo per la via in compagnia della nonna. Mi ero persino dimenticata che dovevo essere diffidente e che lei non era troppo entusiasta di doversi occupare di me quel pomeriggio piovoso. Avevo abbassato un po’ la guardia e le camminavo accanto, baldanzosa, senza ricoprire il mio consueto ruolo di bambina capricciosa.

“Con gli stivali non hai bisogno di fare attenzione alle pozzanghere. Puoi anche camminarci dentro se ti va”. Le parole della nonna mi avevano lasciata di sasso. Ecco svelato il suo piano! Allora è così, erano quindi per questo i begli stivali così perfetti, per attirarmi nelle pozzanghere! Vuole farmi cadere nel mondo parallelo. Vuole disfarsi di me e pensa di aver trovato un modo facile ed efficace che non lasci tracce. Mi crede proprio ingenua. Camminare nelle pozzanghere … ma neanche per sogno!

“No!” Urlo con la mia vocina acuta, fermandomi all’improvviso. Le farò vedere io quanto sono capricciosa. Se l’è proprio meritato.”Voglio tornare a casa!”

“Dài, vieni, camminiamo ancora un po’. Ha smesso di piovere. Andiamo al parco. Con gli stivali puoi correre sul prato.” Sì! Che bello! Già mi immagino gli stivali bagnati che diventano ancora più lucidi sullo sfondo dell’erba verde. L’immagine mi pare talmente invitante che riprendo a camminare, ma a capo chino. Aggrotto le sopracciglia. Bisogna salvare le apparenze; non sono una bambina docile e allegra, sono diffidente. D’altronde non bisogna dimenticare ciò di cui la nonna è capace. Faccio attenzione a dove metto i piedi. Non voglio mica venir risucchiata da una di quelle pozzanghere insondabili!

“Fai il broncio, Marie?” La nonna mi parla col tono tipico che hanno le nonne quando sono infastidite. Mi dà sui nervi. Non avrebbe dovuto dire quella frase. Ora mi tocca continuare a camminare tenendo il broncio. Faccio spallucce e non rispondo. Non la guardo. Mi concentro sui miei passi. Giungiamo al parco. È pressoché deserto. Nessuno sull’altalena. La migliore, quella che cigola, è tutta per me. Che bello! Sono pronta a capitolare, ma lei insiste.

“Allora, vai un po’ sull’altalena o continui a fare la musona?”

Che fare? Mi piacerebbe così tanto sedermi sul sedile bagnato e dondolarmi per guardare gli stivali lucenti muoversi al ritmo delle oscillazioni, ma non si può. Ho una reputazione da mantenere. Metto su il broncio. È stata lei a dire che sono musona, quindi non posso deluderla. Ecco fatto. Infilo le mani nelle tasche del cappottino rosso e giro lentamente il capo da sinistra a destra. “No!”.

“Meglio così. E poi credo che stia per rimettersi a piovere. Andiamo al bar”.

Ci allontaniamo dal parco. Effettivamente le gocce riprendono a cadere sulle pozzanghere e confondono l’immagine del mondo parallelo in una miriade di piccoli cerchi. Proprio nel momento in cui stiamo per uscire, ecco arrivare la bambina grassoccia seguita da suo papà che tiene in mano un sacchetto di caramelle. Urla di gioia e corre verso l’altalena. È fortunata, non ha bisogno di mettere su il muso. Lei non ha con sé la nonna e la pioggia non sembra infastidire suo papà che in più le offre una caramella. Come se ne avesse bisogno, sta bambina grassa con i denti guasti! Nessuno vuole mai giocare con lei al parco. Doveva essere la sua giornata. Sono cose che capitano.

Alla caffetteria tengo botta – né buongiorno, né un sorriso. Il nostro tavolo di finto marmo a chiazze, un po’come una pernice, è proprio all’angolo del bancone, sotto alla pianta verde, contro la vetrina del frigo delle torte. Mi arrampico sulla sedia bordeaux di finta pelle; le gambe metalliche stridono contro il pavimento.

“Proprio così”, la nonna spiega a Ginette, la quale prepara il caffé dietro al bancone. “I suoi genitori sono andati al cinema ed io non so più cosa fare con questa capricciosetta in un pomeriggio di pioggia. Le ho tirato fuori gli stivaletti, ma sembra che abbia paura di bagnarsi i piedi”.

Ah è così, adesso sarei “questa capricciosetta…”, benissimo. Ha messo la barra abbastanza in alto, ma posso farcela. Posso essere davvero capricciosetta, se è questo ciò che vuole. Faccio finta di non ascoltare la conversazione degli adulti. Distolgo lo sguardo, mi abbandono alla contemplazione dei dolciumi dall’altro lato del vetro del frigo. Tutto ad un tratto sono pervasa da un odore viola. L’odore viola di muschio e di dolcevita di mohair. Alzo il capo e incontro gli occhi di Ginette impiastricciati di nero e con le ciglia incollate dal mascara, ingigantiti dietro agli spessi occhiali.

“Vuoi il dolce, cara”? Il dolce in questione ha proprio un’aria appetitosa. Una tortina di lamponi affogata in una gelatina rossa come il mio cappotto con un po’ di crema chantilly. Sembra proprio buono.

“Andiamo a chiedere alla nonnina”.

Alla nonnina? Perché dovremmo chiedere alla nonnina? Non è nemmeno qui…Mi ci vuole un po’ di tempo per rendermi conto che sta parlando della nonna. Vedendomi confusa, Ginette le lancia uno sguardo interrogativo.

“Le dia pure il dolce. Non possiamo dire che se lo sia meritato, ma fa lo stesso; le nonne sono fatte così”.

La tortina è divinamente deliziosa. Per prima cosa lecco via la chantilly e poi mangio i lamponi col cucchiaino. Scopro la crema pasticcera e la pasta frolla – la combinazione ideale. La nonna sorseggia il suo caffé ed io non riesco ancora a capire come faccia la gente a scambiarla con la mia nonnina. Succede sovente, eppure non si assomigliano affatto. La nonna è più alta, ha i capelli neri raccolti in uno chignon, porta le scarpe coi tacchi e si mette il rossetto prima di uscire di casa. Nonnina è più bassa e grassottella. Ha i capelli corti che tinge di rosso, ma non troppo spesso, così non è raro che siano metà rossi e metà grigi (un po’ come il pelo di Jacky, il cane che abita con lei nella casa in campagna). Nonnina non ha le scarpe coi tacchi – non starebbero bene col grembiule. Né lei né Jacky hanno l’aria sospetta, ma non li vedo spesso. Proprio non capisco da dove venga questa confusione così frequente.

Per finire la tortina sono obbligata ad afferrarla con le dita. Appiccica un po’. Una nuova cliente entra e viene verso di noi. Ancora un’altra conoscente della nonna. Si direbbe che conosca tutti. Molto strano – una ragione in più per essere diffidenti. Non si sa mai con chi potrebbe essere in combutta. Ricordo la mia sorpresa quando scoprii che era in buoni rapporti con la vecchia portinaia. Quell’orrenda creatura grigiastra e baffuta affiancata da un pincher anch’esso grigiastro e ringhioso; il duo che mi fa più paura in assoluto. La nonna è capace di entrare a scambiare quattro chiacchiere nella portineria sotto le scale come se niente fosse, senza badare all’abbaiare diabolico e all’odore di zolfo che fuoriesce da quella bocca infernale.

“Oh, ma com’è carina! Quanti anni hai”? La nuova arrivata vuole fare conoscenza con la “bimba carina”, allora mi tocca recitare la mia parte. Le sorrido mostrandole i miei occhioni blu e sollevo la mano, tendendo tre dita sporche di briciole e di crema pasticcera. Avrei potuto benissimo dire “tre” oppure ” tre anni e tre mesi questo giovedì, signora”, ma visto che lei voleva la “bimba carina”, il mio gesto era più appropriato.

“Oh, è proprio un amore!” In effetti la mia tecnica è infallibile.

“Sei venuta con la nonnina?” Cinguetta la signora che ho immediatamente catalogato come idiota innoffensiva. Distolgo leggermente lo sguardo.

“Con la nonna”, rettifico.”Nonnina è buona”, preciso a bassa voce rivolgendomi alla nonna con uno sguardo obliquo. Non so se lei abbia capito, ma si è proprio meritata quell’osservazione. Ora ne sono pressoché certa. La nonna è in combutta con novembre.

 

 

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Chi lo ha scritto

Veronica Pesce

Sito web

“Mi chiamo Veronica, mi piace viaggiare e scoprire posti nuovi e da grande voglio fare l’esploratrice ». Questo era il copione che recitavo alle elementari all’inizio di ogni anno scolastico, quando la maestra ci chiedeva di presentarci ai compagni. Se poi i casi della vita mi hanno avviato verso mestieri più tradizionali, è pur sempre vero che viaggiare resta una delle mie passioni più grandi. Tanto è vero che, terminati gli studi universitari, sono partita ai Caraibi alla volta di Santo Domingo, dove ho vissuto per circa un anno guadagnandomi da vivere insegnando l’italiano. L’anno successivo sono andata in Grecia a fare l’accompagnatrice turistica, e poi ancora in Malesia e Thailandia a studiare le arti marziali, a fare immersioni subacquee e a insegnare l’inglese. Alla fine sono approdata nel sud della Francia dove vivo tuttora e mi occupo di turismo, di scrittura ( ho un blog di viaggi) e di traduzioni (parlo l’inglese, il francese il rumeno e lo spagnolo). Nel tempo libero faccio lunghe escursioni in montagna o sui sentieri del litorale, mi piace lo snorkelling, ascoltare la musica hard rock, leggere romanzi, sono patita di profumi e adoro scattare una quantità impressionante di fotografie.  

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