Memorie di un addetto stampa. Come ho imparato che la realtà vince sulla fantasia

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Avevo sempre sognato di lavorare nel cinema. Come tutti i ragazzi che vorrebbero intraprendere questa strada, immaginavo il mio nome nei titoli di coda di un grande film e sognavo il famoso mantra “Scritto e diretto da … ”. Sognavo che tutti potessero leggerlo. Sognavo di farmi intervistare, di andare alle première e di vincere premi importanti.

E allora ho iniziato a studiare: regia, sceneggiatura, fotografia, recitazione e tutto ciò che mi poteva servire per diventare bravo in quello che volevo fare. Finchè arrivò il fatidico giorno: il giorno in cui prendere in mano la macchina da presa e passare all’azione. Avevo deciso anche di fare l’attore, così il mantra sarebbe diventato: “scritto, diretto e interpretato da…” Quanto suonava bene.
Motivai la troupe, presi gli attori migliori, scelsi le location più belle. Rilessi il copione che avevo scritto, preparai la telecamera e gridai: “Azione!”.


Tutto prese vita, il mio sogno si stava finalmente avverando …

Fu un vero disastro! Cioè … volevo fare un cortometraggio e riuscii a farlo. Non era venuto male, ma nemmeno così bene. Era un po’ una via di mezzo. Eppure avevo fatto tutto il necessario, avevo fatto del mio meglio, insomma ero al massimo delle mie potenzialità, ma non ero felice.

Fu allora che mi vennero i primi dubbi sulla mia effettiva vocazione da regista. 
Era davvero quello che volevo fare? Certo che lo era, era il mio più grande sogno. 
Ero davvero bravo? Forse no. Avrei potuto imparare? Certo che sì!

Avrei imparato, sarei migliorato e avrei fatto successo! 
Così mi iscrissi all’ennesima scuola di cinema, per poter recitare e dirigere, costantemente convinto che quella fosse la mia strada. 

Finchè non ci fu la svolta. Mentre mi stavo specializzando per diventare un regista, avevo anche iniziato, così per gioco, a scrivere per una rivista di cinema – facevo tante, troppe cose e fin troppo confuse. Un giorno, all’improvviso, una regista con cui avevo lavorato mi disse: “Hey, ma tu scrivi?”. 
“Sì” le risposi io. 
“Perché non vieni a lavorare per me nell’ufficio stampa, c’è un posto vuoto come tirocinante”. 
“Ufficio stampa?” feci io. 
“Sì Ufficio Stampa!” mi rispose. 
Ed è lì che imparai davvero quanto importante fosse il lavoro che mi offrivano.

Per chi non lo sapesse, un addetto all’ufficio stampa si occupa di fare da intermediario fra l’azienda di riferimento (l’ente, la società o chi che sia) e i media (stampa, riviste di settore, notiziari, radio, televisioni, web ecc ecc).
Il lavoro dell’ufficio stampa riguarda principalmente la comunicazione, le pubbliche relazioni e l’editoria. Perciò è consigliabile che un addetto stampa sia un giornalista ben inserito all’interno di quei meccanismi editoriali che deve riuscire a far funzionare al meglio. Le sue mansioni prevedono di saper intraprendere qualsiasi relazione con qualunque tipo di individuo ed essere perfettamente in grado di lavorare sotto pressione a contatto con il pubblico.
Quindi in qualsiasi contesto, riveste un ruolo chiave nella comunicazione e nella corretta promozione dell’ente che si vuole pubblicizzare.

E se qualcuno dovesse dire che l’ufficio stampa non ha alcun peso nella crescita di un settore, sarebbe come dire che la comunicazione non ha alcun peso nel promuovere un evento! Potrebbe svolgersi l’evento più importante della storia, ma se nessuno ne desse notizia, sarebbe comunque inesistente.

Una volta compresa l’importanza del mio ruolo, ho effettivamente capito, quanto fosse vitale e necessario ciò che stavo facendo.

Ma come è stata la mia esperienza in questo campo? Inizialmente difficile, sicuramente come qualsiasi lavoro iniziato da poco, poi accadde una cosa che non mi sarei mai aspettato: tutto mi venne incredibilmente semplice … Per la prima volta in vita mia, l’impegno professionale era facile, divertente, pieno di energia positiva. Non sentivo alcuno sforzo, anzi mi sembrava quasi di ballare. E da allora tutto fu naturale, come se ce lo avessi sempre avuto dentro, a portata di mano.

Spesso ci dicono che la vita è come un fiume che scorre verso una precisa direzione. Bene, io per tutta la vita mi sono sentito come un salmone che va contro corrente, convinto che per raggiungere un obiettivo dovessi unicamente sforzarmi oltre ogni limite. Ma il successo non dipende solo dallo sforzo. Perché a un certo punto, dopo aver sempre faticato ti chiedi:
Invece di andare contro corrente, se mi lasciassi guidare dalla corrente stessa?” Allora senti di andare nella direzione giusta. E ti sembra quasi di ballare.

Ora non so se voglio più fare il regista, ma posso dire di essere un buon addetto all’ufficio stampa.

Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Che, per quanto ci dicano sempre, sin dalla più tenera età, di inseguire i nostri sogni, non sono veramente sempre quelli che vanno seguiti!
Perché  non sono reali … sono solo idee che si palesano alla nostra mente con lo scopo di farci credere a qualcosa.

Ma non si tratta di credere, si tratta di vivere pienamente un’esperienza e di capire quali siano le nostre reali inclinazioni, le nostre reali potenzialità.
Per questo ho capito che non serve a niente seguire i sogni, bisogna seguire le realtà e capire esattamente quello che siamo in grado di fare, mettendoci alla prova. 
Perciò non seguiamo i sogni, ma seguiamo le realtà!

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