Il signor Malalan si presenta (1)

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“Salve, sono il signor Malalan. Un tipo stravagante, fantasioso, sensibile, ironico, a volte caustico, di molti pensieri e di poche parole. A tal proposito, per mettere le cose in chiaro in materia di privacy, il cognome è tutto ciò che c’è da sapere sui miei dati anagrafici: Malalan. D’altra parte, perché svelare il nome, il luogo e la data di nascita, l’indirizzo di residenza, il numero di telefono, l’e-mail, ecc. quando l’Agenzia delle Entrate e i ladri li conoscono già? Dettagli inutili quanto quelli sulle dimensioni dei miei genitali o della coda di un pettirosso.

Mi presento, infatti, semplicemente come un personaggio che fu in cerca d’autore e oggi l’ha trovato, dentro di sé naturalmente, facendo tesoro di quanto suggerisce un proverbio della cultura popolare italiana al quale sono molto affezionato: “Chi fa de sé fa per tre”. Io, addirittura, mi accontento di due: il signor Malalan che vive e il signor Malalan che scrive ciò che il signor Malalan vive!”

* * *

Proprio così si palesò il signor Malalan quel pomeriggio, giovedì 2 gennaio 2020, alle 15.34, l’ora della merenda. Sintetico come il poliestere, diretto come una bisettrice e misterioso come un talismano apotropaico. Nessun convenevole, nessun particolare sulla vita privata e nessun cenno alle caratteristiche fisiche. Solo qualche avvisaglia esplicita di una personalità assai curiosa che ha ispirato l’immagine parziale della sua figura. E’ apparso all’improvviso, scioccante e inaspettato, com’era successo con Ernesto, il primo pelo bianco del mio naso, stesso modus operandi!

Ricordo che ero disteso lascivo sul divano, con il pigiama sgualcito, i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue. Sembravo uscito da un sogno a luci rosse o da un collasso diabetico. Fissavo estatico la tv spenta bevendo grog fumante accompagnato da semi di girasole annegati, per fatale distrazione, nella glassa appiccicosa e ipercalorica di una torta Sacher malriuscita. Allo stesso tempo accarezzavo con fare sensuale Nemesi, il gatto che non ho mai avuto, masturbando svogliatamente Ernesto, il primogenito canuto del naso, con gestualità approssimativa ma conturbante… Quanto sarebbe audace e pruriginosa questa scena, se solo fosse vera e meno grottesca! In realtà, ero in ufficio.

Proprio così, giovedì 2 gennaio 2020 alle 15.34 ero in ufficio con la borsa dell’acqua calda incollata sulla schiena, un mucchio di documenti inutili sparsi sulla scrivania come carte da gioco e un Babbo Natale di cioccolata imbrigliato nella mucosa dell’esofago. Il monitor da 29 pollici, acceso per prassi, emetteva una luminescenza febbrile, mentre tutt’attorno c’era il deserto: decine di metri quadrati abbandonati a se stessi. Telefoni, fotocopiatrici e sciacquoni muti. Scale e ascensori muti. Fotografie e quadri muti. Nessun essere umano, solo qualche pianta inappetente e milioni di microbi invisibili, oltre che muti! Silenzio assoluto, dentro e fuori di me, fino a quando, si presentò il signor Malalan!

Non so dire se l’incontro fu favorito dalla noia pettegola che spesso mi solletica, dal potassio della banana caraibica o, semplicemente, dall’istinto di sopravvivenza e poco importa. Ora, nel caos vertiginoso della mia solitudine c’è un buffo mattacchione e la certezza di poter vivere insieme a lui mille avventure.

Questo è quanto: ecco a voi il signor Malalan.

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