Una fenice con il codino

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Il 28 dicembre 1993 la rivista France Football incoronava Roberto Baggio Pallone d’Oro, riconoscimento che lo consacrò tra i grandi del calcio mondiale. A 26 anni di distanza da quando alzò al cielo l’ambito premio il Divin Codino resta uno dei campioni più iconici e amati, pur non avendo vinto molto. Cerchiamo di scoprire il perché

 

Roberto Baggio posa con il Pallone d'Oro 1993

Roberto Baggio posa con il Pallone d’Oro 1993

 

Se dovesse essere accostato a una figura mitologica sarebbe senza dubbio l’araba fenice: di tutte le volte che è stato dato per spacciato, vuoi per infortuni, dissidi con allenatori e momenti in cui troppo frettolosamente è stato messo da parte, ha saputo risorgere ancora più splendente di prima. È noto che la sua carriera è stata subito scandita da un infortunio gravissimo da diciottenne, quando stava per sbocciare sui polverosi campi di Serie C, avrebbe potuto tarpare le ali a qualsiasi promessa. Ma non a lui.

Con la maglia della Nazionale italiana numero dieci a USA '94

Con la maglia della Nazionale italiana numero dieci a USA ’94

 

Io lo conobbi al termine di un pomeriggio estivo trascorso interamente ad andare in bicicletta, quando, tornato a casa, accesi casualmente la tv, appena in tempo ad assistere all’epilogo di una soffertissima vittoria dell’Italia agli ottavi di finale di quel Mondiale del 1994 di cui lui fu l’emblema indiscusso, contro una squadra di nerboruti uomini neri in maglia verde. La semisconosciuta ma fortissima Nigeria ebbe la peggio in una partita che è l’emblema della carriera dell’uomo che la decise, all’insegna di alcune costanti: soffrire, lottare tenendo stretto il coltello tra i denti e sfoderare una classe sopraffina che emerge proprio quando un giocatore normale si sarebbe già dato per sconfitto. Fu lì che divenne improvvisamente il mio idolo sportivo.

Baggio in gol co nero la Nigeria agli ottavi di USA '94

Baggio in gol co nero la Nigeria agli ottavi di USA ’94

 

La passione, come lui stesso ama ripetere, è stata il motore della sua carriera e della sua vita. Grazie alla passione è ripartito mille volte. Una volta rescisso il contratto con l’Inter nel 2000 al termine di una stagione difficile ma conclusasi con una sua prepotente doppietta nel vittorioso spareggio per l’ammissione alla Champions League, ha continuato ad allenarsi anche quando il calcio italiano sembrava essersi dimenticato di lui. Un’estate passata a correre e sudare da solo nel campo di casa sua  in compagnia soltanto del suo fidato preparatore atletico, che sfidava in partitelle uno contro uno. Un campione di tale livello affrontò tutto questo con stoica abnegazione pur di non mollare, in attesa di un ingaggio che tardava ad arrivare (per fortuna degli amanti del calcio di tutto il mondo Baggio ricevette poi la chiamata del Brescia di Carlo Mazzone) è qualcosa da manga sportivo, anche se neanche “Holly e Benji” è arrivato a tanto.

Sempre sospinto dalla passione e da un’incrollabile forza di volontà il Divin Codino riuscì a compiere un insperato recupero record di  77 giorni dall’ennesima operazione al ginocchio, in seguito a un terribile doppio infortunio che aveva ancora una volta messo a repentaglio la sua carriera. Il miracolo della medicina sportiva venne realizzato nel 2002, nella speranza, vanificata dall’intransigenza del CT Giovanni Trapattoni che dichiarò di non giudicarlo pienamente recuperato, di prendere parte al quarto Mondiale della carriera in Corea del Sud e in Giappone. Si trattò comunque di un  ritorno che pare uscito dalla penna di uno scrittore, suggellato da un’incredibile doppietta contro l’amata Fiorentina, per poi trovare ancora la rete nel turno successivo, ultima di campionato, stavolta contro il Bologna, risultando così decisivo per la salvezza in extremis del suo Brescia.

Roberto Baggio “normale” non è stato mai in un ambiente tendenzialmente conformista come quello del calcio: l’iconico “codino” quando ancora le capigliature eccentriche tra i calciatori non erano ancora state sdoganate, il suo essere schivo e antidivo e la sua ricerca della spiritualità attraverso la fede buddista. Un giocatore che ha cambiato molte maglie, dalle grandi della Serie A Juventus, Milan e Inter, esordendo in prima squadra al Vicenza per poi farsi conoscere al grande pubblico alla  Fiorentina, riconquistare la Nazionale con una strepitosa stagione al Bologna e chiudere al Brescia, ma è stato indistintamente acclamato ovunque. Un giocatore che ha alzato al cielo pochi trofei per la classe che aveva, complice il suo aver schivato cicli vincenti, non sempre per scelta sua. Se nel 1990 avesse indossato la maglia di un Milan stellare, che già allora lo voleva, invece di quella di una Juventus tra le più opache della sua storia, ora parleremmo di un campione che in carriera con i club ha vinto tutto. Un campione che  in Nazionale, per ben tre edizioni, a Italia’90, USA’94 e Francia ’98, complice la maledizione azzurra dal dischetto dei calci di rigore, è andato vicino ad alzare la Coppa del Mondo, il trofeo più sognato dagli appassionati e dai bambini che in tutto il mondo hanno preso a calci un pallone almeno una volta. Nel 1994, edizione di cui fu simbolo indiscusso,  finì per giocarsi la finale ai rigori proprio proprio contro il Brasile, nella partita che più di ogni altra sognava di giocare durante l’infanzia. In quel Mondiale in cui Baggio fu l’autentico trascinatore azzurro, ma paradossalmente fu proprio lui a calciare alto l’ultimo rigore, andando sì vicino più che mai a coronare il sogno di una vita, ma sfiorando soltanto la sua realizzazione. La Storia ovviamente non si fa con i se e con i ma e quel che ha fatto Roberto Baggio sui campi da calcio ha trasceso il concetto di vittoria e sconfitta. Pochi giocatori nel calcio hanno avuto il suo dono di creare giocate inaspettate e spettacolari, di cambiare il corso della partita col suo semplice ingresso.

Al Baggio delle prepotenti progressioni dei primi anni ha ceduto il posto un Baggio progressivamente più acciaccato con quel ginocchio maledetto sempre più martoriato, che tuttavia è stato, se possibile, ancora più geniale. In età matura i suoi tocchi e movimenti, calibrati col contagiri, diventavano lampi di luce abbaglianti capaci inesorabilmente di spezzare il gioco. Le sue sentenze sul campo erano opere d’arte calcistica. La sua capacità di creare giocate in modo istintivo e imprevedibile è espressa emblematicamente da un singolo tocco: nel 2001 a Brescia la Juventus capolista sta vincendo 1-0 avvicinandosi così ancora una volta alla conquista del Campionato italiano, ma allo scadere l’astro nascente Andrea Pirlo imbecca Roby con un lancio millimetrico da centrocampo: da genio a genio. Accade una cosa mai vista su un campo di calcio: con un singolo tocco, uno strabiliante quanto apparentemente facile stop a seguire, Baggio fa cadere il gigantesco portiere olandese Van der Saar, insaccando a porta vuota e fissando il risultato sull’1-1 con il più strabiliante dei dribbling ai portieri. Francesco Totti, nuova stella del calcio italiano, deve una piccola fetta di merito del tanto atteso scudetto romanista che di lì a poco sarebbe arrivato proprio al suo più anziano collega di ruolo.  

Roberto Baggio al Brescia

Roberto Baggio al Brescia

 

“Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?” si chiedeva il grande scrittore nonché amante del calcio Pier Paolo Pasolini. Troppo facile rispondere quando si smette di essere un semplice sportivo per diventare un vero e proprio eroe del mito.

 

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