Manifestante per un giorno: Bologna e le “Sardine”

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Qualunque italiano che non viva acquattato sotto un sasso del proprio giardino o asceta sugli appennini, avrà sentito parlare in queste ultime settimane di Bologna, delle manifestazioni, del neonato “movimento” delle Sardine. I simpatici pesciolotti appaiono per la prima volta in Piazza Maggiore, sul crescentone antistante la basilica, in un buio e tempestoso giovedì sera di metà novembre.

È un giorno che tanti bolognesi hanno cerchiato sul calendario, marchiandolo di nero come un funerale o costellandolo di esclamativi rossi, mentre una parte di Bologna, quella che aspettava con eccitazione e speranza, è ora impegnata a perfezionare i cori e a munirsi delle coccarde verdi d’ordinanza. Uscendo dall’università passeggio per via Zamboni constatando la predominanza del nero e del rosso nelle centinaia di manifesti che tappezzano Piazza Verdi e i palazzi storici della zona, cosa peraltro molto poco eccezionale di per sé.
Ciò che mi spinge a immergermi nella ressa del centro è piuttosto una sensazione, un brivido, che dall’asfalto della città sembra risalirmi lungo la spina dorsale.

Guardandomi attorno vedo tanta altra gente, attirata verso l’ignoto dalla stessa invisibile forza che sembra pervadere la città: vedo professori infervorati scagliare aforismi a nutriti capannelli di studenti, odo gli echi di dibattiti politico/calcistici ed economico/cestistici, sento i cani rincorrere i gatti e questi vendicarsi sui topi, annuso odore di ginepro – vin brulè in piazza! Più numerosi del solito sono gli spacciatori di dépliant e periodici, più fresca e pungente è l’aria della sera, più fischiante è il vento e più sventolanti le bandiere.
D’altra parte, è proprio quando il Nemico è più vicino, quando il pericolo è avvertito più imminente, che tutti i vessilli vengono spiegati e si abbandonano i rifugi, si abbandona la prudenza per dimostrare che no, non è finita e che no, non si passerà da qui senza dover lottare all’ultimo sangue.
O perlomeno, questo è quello che rimugina la Bologna protagonista di questa vicenda – vedremo in che rapporti sta con l’“altra” Bologna – la mattina del 14 novembre, giorno della venuta in città di Matteo Salvini – che aveva già fatto un’apparizione alla fiera Coldiretti, almeno formalmente non un comizio – e dell’apertura al PalaDozza della sua campagna emiliano-romagnola, nuovo ambizioso progetto di conquista che segue la netta vittoria in terra umbra.

Sono due gli eventi che attirano la mia attenzione. Alle 18 in piazza S. Francesco alcuni dei più importanti centri sociali di Bologna, Làbas e TPO su tutti, organizzano il corteo chiamato programmaticamente “Bologna non si Lega”. Sebbene non vi siano informazioni precise sul percorso, sembra evidente l’intenzione di puntare con decisione verso il PalaDozza.

Sulla pagina Facebook dell’evento, oltre ai messaggi di incoraggiamento non mancano i preoccupati: non è che questo approccio classico, diciamo, alla protesta politica, rischia di degenerare in violenze che farebbero solo aumentare il consenso per Salvini?
Comunque, decido di saltare lezione (ehm) e raggiungere un paio di amici alla manifestazione. Non sono un tipo da striscioni o da cartelli provocatori, e mi accorgo di non disporre di una maglietta del brand “Restiamo Umani”; mi sento tenuto a comprare come minimo una copia di Rivoluzione dai ragazzi – presumo anche articolisti – che sfidano la ressa della piazza gremita.
Da un furgoncino bianco, epicentro dell’ammasso, provengono le voci degli agitatori, che causano fragorose esultanze soprattutto quando riducono all’osso l’arringa e vanno dritte a quello che è poi dichiaratamente il leitmotiv del corteo: Matteo Salvini non sei il benvenuto, Bologna ti disprezza e non si piegherà a fascismo razzismo sovranismo. Salvini vaffa.

Noto subito l’assenza di simboli politici ed effigi di partito; non avendo trovato questa indicazione da nessuna parte, ne consegue che deve essere una comune e non so quanto consapevole tendenza di questo periodo e di questi manifestanti a perseguire le proprie battaglie considerandole come battaglie dell’umanità, del popolo, richiamandosi a principi generali che vorrebbero riunire diverse fedi politiche sotto l’egida della lotta contro ciò che viene unanimemente considerato sbagliato – il salvinismo, in questo caso, e ciò che porta con sé.
Se questa tendenza può dar vita a cose bellissime, come gli spontanei Fridays for Future per la difesa del pianeta, è anche vero che può creare incomprensioni e cortocircuiti: coloro che, attraverso la presunta bandiera dell’unità solidale e dei principi universali inter-politici, continuano in realtà a combattere battaglie strettamente legate al proprio credo politico e a portare avanti istanze particolari, alimentano l’impressione – soprattutto nei non manifestanti – che i grandi temi siano soprattutto oggetto di strumentalizzazione.
Così pensando, mentre il corteo si sposta in via del Pratello con la velocità di un antico ghiacciaio, osservo i volti dei miei compagni di avventura e sento accendersi una passione e un calore che non sono solito sentire dentro di me. Le analisi critiche i dubbi in cui ero assorto vengono cancellate in un attimo e mi sembra per alcuni istanti di cogliere un’energia primordiale, la potenza dell’indignazione di fronte a qualcosa che minaccia tutto ciò che amiamo.

Bologna, via Riva di Reno, la Polizia presidia il PalaDozza con  i fumogeni

Bologna, via Riva di Reno, la Polizia presidia il PalaDozza con i fumogeni. Foto dell’autore.

Frastornato da queste impressioni inaspettate, non mi accorgo nemmeno che è incominciato a piovere sulla carovana, ora notevolmente aumentata di dimensioni. I primi fumogeni si fanno vedere appena il corteo entra in via Riva di Reno incanalandosi in direzione del PalaDozza.

Le barricate della polizia sono visibili poco dopo, fermano il traffico diverse centinaia di metri prima del palazzetto. Dal furgoncino bianco comincia un lungo discorso che in un climax crescente non risparmia neanche la polizia stessa, dopo le invettive contro i soliti noti e alcuni attacchi, prevedibili, al partito democratico e alla giunta comunale.
Se il messaggio è che è una Bologna unita e compatta a rifiutare Salvini e la Lega, che cosa bisogna dire di quella parte della città che è dentro il palazzetto o vi sarebbe entrata volentieri?
I leader maximi non ne parlano, forse li considerano cittadini come gli altri che hanno un attimo perso di vista la via, da aiutare e non meritevoli di improperi, o forse li considerano già irrecuperabili, nemici tali e quali al volpone in felpa verde, quasi una sua stomachevole protuberanza di cui è meglio tacere per non cadere nello sconforto.

Non mi voglio dilungare sulla pioggia artificiale gentilmente offerta dalla Celere, che di lì a pochi minuti si è aggiunta a quella naturale. Dirò solo che ho sentito un impeto di coraggio e fierezza nel restare ancorato alla mia posizione nonostante l’attacco degli idranti, per poi considerare di essere un perfetto imbecille trovandomi fradicio e congelato a notevole distanza da casa. E oltretutto, la mia avventura non era terminata.

Dopo aver salutato il corteo – che avrebbe proseguito per i viali cercando di aggirare il blocco della polizia, senza troppa convinzione – mi dirigo verso il secondo evento della serata: il flash mob delle “Sardine” in Piazza Maggiore. 6000 persone l’obiettivo, mi accorgo giungendo sul luogo che ce ne devono essere quasi il doppio. È l’assembramento più grande cui abbia assistito a Bologna, e la cosa del tutto particolare è che sono in silenzio, pressoché fermi.
Sono arrivato proprio nel momento culminante, quello in cui, come da programma, si prende il palcoscenico la pura potenza quantitativa del numero, simbolicamente rappresentata dalla muta sardina che, in vita come sugli scaffali del supermercato, sta stretta stretta fra i suoi simili.
Il momento è piuttosto surreale e ha un certo suo fascino, seppur il “flash mob” in senso stretto duri poco più di dieci minuti.

Con somma delusione, il mio punkeggiante compare Mario – ingegnere in divenire – constata che la folla non si sposterà “a far casino” verso il PalaDozza e mette il broncio.
Io resto a osservare il melting pot creatosi in piazza. L’energia positiva che sprigiona è tale da riempire l’animo di qualsiasi scettico; non si direbbe una manifestazione “contro-qualcosa”, o perlomeno sembra aver decisamente travalicato le sue intenzioni. Raccoglie i più rivoluzionari e i più timidi, quelli che non scendevano in piazza dal ’68 e quelli ancora fradici dagli idranti, tanti giovani di tutti i tipi, tante famiglie tradizionali o meno tradizionali.

È pura energia non ancora determinatasi o incanalatasi in programmi, riunioni, tessere, elezioni, voti, polemiche, promesse, scandali. È energia ancora grezza ma luminosa, indeterminata e non indirizzata, certo, ma proprio per questo possibilità pura e momento di schiusura del futuro.

Mentre la folla mastodontica, alleggerita di qualche migliaio, rimane in piazza a cantare Dalla, ascolto di sfuggita le voci che passano, alcune speranzose altre disilluse riguardo al futuro delle Sardine, alla loro utilità, al loro costituirsi come movimento politico. C’è chi si lamenta di Zingaretti e chi cita Pasolini più o meno a sproposito.
Io resto un altro po’ a cantare Dalla, con la testa sempre confusa ma con il cuore qualche grado più caldo. Non è molto, lo so, ma penso di non essere l’unico ad essersi sentito così per la prima volta ad una manifestazione “politica”.

Una manifestazione che non è nulla, nemmeno un primo passo. È un passo-zero, e proprio qui sta la sua grande forza, che non ha niente a che vedere con gli urli sgraziati, le campagne martellanti, la cieca rabbia che si sfoga a destra come a sinistra.

Aspettando le certe polemiche, i dibattiti sui temi, lo scherno ma, magari, anche qualcosa di buono. Aspettando “l’anno che verrà” …

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