Donne che amano troppo: quando il malessere si fa terapia e riscoperta di sé

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Abusi, traumi, depressione, solitudine, alcolismo, tossicodipendenza: sono solo alcuni dei tanti temi affrontati da Robin Norwood nel suo “Donne che amano troppo”, odissea in quello che è il tunnel della dipendenza emotivo-affettiva vista e raccontata in un’ottica prettamente femminile e che ci restituisce un quadro crudo, schietto e sincero di quella che è la complessità dello spirito umano e in particolare dell’essere e del sentirsi donne.

norwood-2-686x1030Non è una lettura semplice, quella di “Donne che amano troppo”, è bene dirlo subito. Lo riconosce anche la stessa Norwood nelle prime pagine: è lei ad avvisare i lettori (ma soprattutto le lettrici) di ciò che potrebbe attenderli dietro le pagine. Sviscerando infatti, attraverso testimonianze e riflessioni, il dolore e il fardello di una pratica d’amore distorta e disfunzionale, è inevitabile spaventarsi: ciò che leggiamo, lo sentiamo nostro, si insedia in noi, diventa noi, si fa spazio nel magma del nostro sentire confuso e smuove qualcosa: smuove il fondale. E smuoverlo, a volte, può suscitare panico, sgomento, paura. Significa rimestare la brace viva di una sofferenza caustica, ancora palpitante, sotto la carne. E può portare, conseguentemente, a negarlo, quel panico, a negarlo, quello sgomento, a negarla, quella paura. “Tutti abbiamo bisogno di negare quello che per noi è troppo penoso o allarmante accettare”, afferma la Norwood, “Il diniego è un modo naturale di proteggerci, una risposta automatica e spontanea.”

Però è anche necessario farlo, quello sforzo di consapevolezza e di riconoscimento in più, per quanto ciò implichi fatica, impegno e pazienza, in quanto “non ci sono scorciatoie per liberarsi dalla propria tendenza ad amare troppo […] È un tipo di comportamento […] imparato da piccole e continuato a praticare; e abbandonarlo sarà doloroso, […] costerà angosce e paura, sarà una sfida continua.” Un tono, questo, che sembra quasi intimidire, scoraggiare, sfiduciare. Ma che non ha niente di punitivo. Con il suo linguaggio pratico e dimesso, la Norwood porta sulla scena l’analisi di un disturbo emotivo esplicitato e indagato attraverso le vicende di varie pazienti da lei tenute in terapia, con un’obiettività lucida e aperta che esula da qualsiasi forma di critica o di giudizio. Sono storie, le sue, di donne cresciute con delle mancanze, in contesti educativi disgreganti e violenti, in “famiglie disturbate”, come le definisce la Norwood stessa, o costrette a crescere troppo in fretta. Sono storie di bambine, prima ancora che di donne, bistrattate, molestate, isolate, umiliate nella loro fame di amore, di ricerca di sé.

È infatti nell’infanzia, asserisce la Norwood, che si nasconde il germe della dipendenza emotiva: i sensi di colpa legati al mancato affetto d’un genitore e sedimentati nel tempo, forme di violenze e di abusi sopportati per anni e mai confessati, figure genitoriali precarie, assenti  o presenti in maniera ossessiva, coercitiva e quasi dispotica portano queste donne, una volta cresciute, a perdere la rotta, ad abbandonare il timone di se stesse lasciandosi andare alla deriva per volgersi verso altro, verso gli altri: in particolar modo verso gli uomini, in un vortice di insicurezze e scarsa disistima di sé che le induce ad aggrapparsi altrove purché lontano da se stesse.

Non è dunque un romanzo così tenue, quello della Norwood: è più un pugno nello stomaco, una seduta, un percorso psicanalitico raccontato e tracciato per tappe che costringe anche il lettore e la lettrice più avulsi da queste forme di amore e bisogni smodati a guardare dentro se stessi, a fronteggiare i propri demoni. Nonostante la scrittura piana e scorrevole, infatti, le tematiche e i racconti riportati aprono violentemente degli squarci, dolori silenziati troppo a lungo, cicatrici che credevamo saturate, costringendoci ad esporle nude e ad esporci noi, nudi, davanti a noi stessi. Uomini e donne. Entrambi. Perché, anche se questo è un romanzo scritto “soprattutto per le donne”, non può esimersi dal prestarsi anche ad una lettura più maschile: è cioè fondamentale che questo testo sia letto e considerato dagli uomini stessi come un tracciato della psiche femminile ma anche come mezzo di autocritica personale.

Robin Norwood

Robin Norwood

Una parte del romanzo, non a caso, è dedicata allo studio comportamentale di uomini vampireschi, e anch’essi fragili e bisognosi, atti a cercare e circondarsi, nelle loro dinamiche relazionali di coppia, di donne che amano troppo. E solo per un inconscio istinto egoistico di delegare loro la propria vita, offrirgliela in mano perché siano loro a farsene carico, a prendersene cura, costruendo però così un rapporto malsano, gravido di conflitti, incomprensioni e infelicità dove la donna si aggrappa al maschio trattenendolo disperatamente, sforzandosi di controllare la sua vita e di cambiarla in ogni modo pur di appianarla ai suoi bisogni e alle sue aspettative; e dove invece il maschio si compiace dell’acquiescenza e della natura accomodante della compagna, tenendola in scacco con un gioco di manipolazioni contorte, sopportando ed esecrando al tempo stesso quella pratica femminile di troppo amore: ossessiva e compulsiva.

Si finisce dunque così per umiliare e scoraggiare la donna, ancora una volta vinta dalle sue paure, dall’insoddisfazione del compagno, dalla deriva delle sue aspettative e dal ripetitivo crollo dei suoi sforzi ostinati, tesi a  cambiare l’altro, a possederlo e a ingabbiarlo e a cingerla in un circolo vizioso che diventa sempre più morboso, ansiogeno, asfissiante, distruttivo. Proprio perché non si possono cambiare gli altri: si può cambiare solo se stessi, come insegna la Norwood. È questo il primo passo per spezzare le catene di un comportamento incancrenito e disturbato e aprirsi a un cambiamento nuovo, rivitalizzante e rigenerativo. È, cioè, necessaria una revisione totale del proprio approccio ai rapporti affettivo-sentimentali, un cambio di prospettiva che deve però realizzarsi su entrambi i versanti, da parte di entrambi i sessi: gli uomini devono sforzarsi di uscire dai loro dogmi e dagli schemi di una società che li ha identificati, troppo a lungo, come i garanti dell’autorità, di una sicurezza virile, di disciplina, indipendenza e capacità di costruirsi da solo, e imparare a farsi donna, a capire, cioè, – o tentare, almeno, di capire – quella che è la profondità e la complessità dello spettro femminile. Al contrario, la donna deve praticare invece un lavoro continuato e costante su di sé, per ricongiungersi e relazionarsi con se stessa.

3-ragioni-uomini-lasciano-donne-che-amanoCome dice infatti la Norwood, “molte donne commettono l’errore di cercare un uomo con cui sviluppare una relazione senza aver sviluppato prima una relazione con se stesse; corrono da un uomo all’altro alla ricerca di ciò che manca dentro di loro. Ma la ricerca deve cominciare a casa, all’interno di sé. Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto. Quello che manifestiamo all’esterno è un riflesso di quello che c’è nel più profondo di noi: quello che pensiamo del nostro valore, del nostro diritto alla felicità, quello che crediamo di meritare dalla vita. Quando cambiamo queste convinzioni, cambia anche la nostra vita.”È dunque dentro di sé che va cercata la radice della resilienza, è nella grotta umida e più carnale di se stessi che bisogna scendere coraggiosamente per attingere al proprio fuoco, per mescolarsi alle proprie ombre. Solo in questo atto di coraggio si può riscoprire e riscoprirsi. Storicamente e socialmente, la donna è detentrice di una energia primitiva, di una forza vitale, istintiva e primigenia. Ma la lunga schiavitù che le è stata imposta nei secoli e le forme di castigazione e di assoggettamento che ha dovuto subire, hanno esacerbato il rapporto con il suo corpo e il suo sentire. Portando ad affievolirlo, indebolirlo, financo ad annullarlo e costringendo la donna a introiettare un malsano atteggiamento nei propri confronti, una sorta di maltrattamento personale e quasi masochistico: a pensar male di sé.

Dacia Maraini

Dacia Maraini

Come dice Dacia Maraini nella prefazione al romanzo della Norwood, alle donne “è stato insegnato […] che sono deboli, dipendenti per natura, paurose, fragili, bisognose di protezione e di guida […]. E quindi, poiché noi stesse pensiamo male di noi, vogliamo un uomo che ci faccia sentire migliori.” Ma possono gli altri – e soprattutto gli uomini – rimestare il fondale granuloso dei propri scoraggiamenti, delle proprie mancanze e debolezze per rinsaldare lo spirito? Questo è un atto di salvezza di cui si fa garante il mondo esterno o solo noi stessi? A chi appartiene la responsabilità della propria vita? Come attingere e riscoprire la natura selvaggia che si annida nel ventre, nell’utero, pregno di vita, della donna? Forse partendo, come ci suggerisce l’analista jungiana Clarissa Pinkola Estés, da una riscoperta delle proprie origini, da una presa di consapevolezza di quella che è l’appartenenza naturale della donna a una sfera del selvaggio, dell’ancestrale e del primordiale. La stessa Pinkola Estés, infatti, nel suo saggio “Donne che corrono coi lupi” elabora una interessante riflessione accostando l’immagine simbolica e totemica del lupo a quella della donna, affermando che  per anni, per secoli hanno insegnato alla donna a vergognarsi della sua vera natura. “Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.” Cosa deve fare allora la donna? Come salvarsi da questo martirio, da questa disistima di sé, da  questa tendenza ad amare con morbosa ossessione e mania del controllo, da questa forma di repressione personale e sociale? La donna, suggerisce la Estés, deve riaddentrarsi “tra le rovine del mondo sotterraneo femminile” riconoscendosi figlia e sorella del lupo, consapevole che la sua natura è temibile, tempestosa, furente e pulsante come il fuoco e proprio per questo terribilmente a rischio.

b_bca475ae57“Lupi e donne”, spiega infatti la Estés, “sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate, tormentate e falsamente accusate di essere voraci ed erratiche, tremendamente aggressive, di valore ben inferiore a quello dei loro detrattori. Sono state il bersaglio di coloro che vorrebbero ripulire non soltanto i territori selvaggi ma anche i luoghi selvaggi della psiche, soffocando l’istintuale al punto da non lasciarne traccia. La rapacità nei confronti dei lup
i e delle donne da parte di coloro che non sanno comprenderli è incredibilmente simile.” Di questo, anche la Norwood sembra esserne convinta. E in virtù di ciò, nella parte conclusiva, il suo testo diventa come un manuale riabilitativo, un monito e un invito, un insieme di esercizi pratici offerto alle donne che amano troppo per risollevarsi dalle macerie dei loro assoggettamenti e delle loro dipendenze e riscattare se stesse. E il modo migliore, lei dice, è fare, per cominciare, “due cose che non si ha voglia di fare, per allargare la” propria “idea di quello che si è  capaci di fare […] Imparate ad aver più cura di voi stesse e meno cura di chiunque altro nelle vostre interazioni. Dite di no per fare piacere a voi stesse invece di dire di sì per fare piacere a qualcun altro. Chiedete in modo chiaro quello che desiderate e accettate il rischio di ricevere un rifiuto. Imparate a dare a voi stesse. Datevi tempo, attenzione, oggetti materiali […] La
cosa importante è pensare a voi stesse e a quale regalo vi piacerebbe per oggi, poi concedetevi l’esperienza sia di dare che di ricevere.”

Darsi a se stesse, prima che agli altri: darsi a se stesse per poi prestarsi, in maniera rispettosa e sana, agli altri; porsi nude e vulnerabili di fronte a sé per riconoscere le radici marce e strapparle, assumendosi la responsabilità della propria felicità. Ecco cosa significa sviluppare se stesse: significa mettersi in ascolto dei propri demoni, delle proprie mancanze inconfessate, imparare a dare loro voce, trovare un gruppo di sostegno di donne con cui confrontarsi, raccontare e raccontarsi, con cui aprirsi, svelarsi e scoprirsi vicine e sorelle. È un atto di scelta difficile, pesante, ma necessario se ci si vuole salvare. Implica guardarsi dentro, scavare in fondo, smuovere il fondale. E guardarsi dentro, affacciarsi sul proprio abisso alle volte sgomenta, ma fintanto che si sceglie di non guardare, la guarigione sarà lontana, sembra suggerire la Norwood. È fondamentale allora una rieducazione all’ascolto di sé, alla riflessività, all’introspezione personale che sappia guidare a una maggior consapevolezza individuale, non solo da parte delle donne, ma anche degli uomini, che orienti quindi a una interscambiabilità di ruoli, a un maggior affinamento di sguardi, a una solidarietà tra pari e tra sessi e alla certezza che le donne sono fatte di carne e sangue, di coraggio e paura, di sofferenza, abnegazione, amore e compassione: creature mitologiche simili alle streghe, a dee furiose, implacabili e vendicative, dalla forza bruta e al tempo stesso magnanima, temporali impetuosi poi rischiarati da colpi di luce calda, amorevole. Ma che sovente si abbandonano alla malinconia, alla tristezza, alla sfiducia di sé. Che, come dice la Ginzburg, “hanno la cattiva abitudine di cadere ogni tanto nel pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e di affogarci dentro o annaspare per tornare a galla.” È questo l’unico e vero guaio delle donne. Esse, continua la Ginzburg, “sono” infatti “una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso, ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono nel mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero.”

Tutto questo è quello che mette in chiaro la Norwood nel suo testo, sollecitando le donne – e soprattutto le donne che amano troppo – ad affrontare il terribile vuoto interiore che emerge quando non si è concentrate su qualcun altro. “A volte il vuoto sarà così profondo” lei dice “che vi parrà quasi di sentir soffiare il vento dove dovrebbe esserci il vostro cuore. Ascoltatelo, questo vento, in tutta la sua intensità […] Abbracciate il vuoto e rendetevi conto che non vi sentirete sempre così, e che solo continuando a sentirlo comincerete a riempirlo col calore dell’accettazione di sé.” Solo accettando, solo riconoscendo, si comincia a guarire.  Tuttavia, alla luce di queste riflessioni, l’immagine della donna, del femminino, della femminilità ancora sembra orbata da una nuvola vaga, appare ancora nebulosa, controversa: non ci è del tutto chiara, nitida e cristallina. E una domanda sorge spontanea: si può raccontare la donna in tutta la sua complessità? La si può ritrarre in tutte le sue più sottili sfaccettature o ogni tentativo restituirà solo un abbozzo indistinto della sua figura e della sua essenza? Come sviscerare, dal grembo di una donna, la sua carnalità, la sua identità più sanguigna? Posson o la letteratura e la scrittura aiutarci, venirci in soccorso? O ci consentono di narrarla solo patologizzandola, di afferrarla solo parzial – mente? È forse possibile un racconto più autentico? O la donna conserverà sempre, come il versante della luna, la sua componente di ombra, di mistero e di enigmaticità? E che forse quella zona d’ombra sia proprio l’aspetto più caratteristico della sua individualità? La risposta è ancora una domanda. Vaga e incerta. Ma ci lascia intendere, alla sua maniera sibillina, che, così come l’ombra lupesca che le corre dietro ostinatamente e fedelmente, così anche la donna non vuole né può essere definita, categorizzata, incasellata. Forse, tutto ciò che essa vuole, alla fine, è solamente vivere, amare ed essere amata, rispettare ed essere rispettata. In tutte le sue forme. E liberamente.

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