Toponomastica in note

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Accendete il navigatore della vostra fantasia e raggiungete alcune strade urbane immortali. E se ci tenete a far acquistare valore alle vostre catapecchie, provate a scrivere una canzone con il nome della vostra strada di residenza, non prima di essere diventati un monumento della storia della musica italiana.

1)  Via del Campo– Fabrizio De André, 1967

In pieno quartiere a luci rosse di Genova viene dipinto questo elegante quadretto, in cui le prostitute sono così descritte: la prima molto delicatamente e con riferimenti naturalistici (la foglia e la rosa), la seconda fa gridare alla pedofilia (la bambina con le labbra color rugiada), la terza finalmente viene definita puttana, ma in un contesto così addolcito si può perdonare. La canzone si chiude con il celebre “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” che ha la forza di un aforisma se non addirittura di un proverbio. La musica non è farina del sacco di Faber, ma si tratta di una ballata del XV° secolo, rielaborata dal duo Jannacci-Fo con “La mia morosa la va alla fonte”, e, successivamente, da De André. De Gregori, a tal proposito, non le mandò a dire, dichiarando “Fabrizio è stato un grande organizzatore del lavoro altrui, perché le cose che realmente ha inventato, ha scritto, sono percentualmente molto poche rispetto a quelle che lui ha preso, o firmandole o senza firmarle”. Oggi la dichiarazione suonerebbe come una bestemmia, vista la beatificazione laica del Nostro.

2) Il ragazzo della Via Gluck – Adriano Celentano, 1966

Christoph Willibald Gluck è un compositore austriaco vissuto nel XVIII° secolo, immortalato non tanto per le proprie arie, ma per essere il responsabile di una delle rare canzoni toponomastiche della storia della canzone italiana. Celentano mette in discussione, a metà degli anni ’60, l’ottimismo imperante all’insegna di cambiali, petrolio, polipropilene e cemento, ponendo, sia pure nelle note modalità infantil-popolari, la pregiudiziale ambientalista. Il protagonista della storiella, autobiografica ma cantata in terza persona, lascia la stradina negli anni ’50 ancora non urbanizzata, per la città vera e propria, dove si fa i soldi (non è specificato, nella narrazione, grazie a quali traffici). Dopo 8 anni, il protagonista, che chiameremo per ragioni di privacy con le iniziali A.C., torna a via Gluck per valutare un investimento immobiliare, ma con grande sgomento non trova né la sua prima casetta, sommersa dal catrame, né i suoi amici. Amici per modo di dire, visto che negli ultimi 8 anni, evidentemente, non ci fu manco una telefonata di aggiornamento su loro e sullo stato del quartiere. Via Gluck è oggi una strada, come allora chiusa tra via Lunigiana e via Lesa, semiperiferica e a un passo dal muro della ferrovia da cui può sentirsi il treno che fa wa wa. Se avete un quattrocentomila euro da investire, la casa di Celentano non è affatto sommersa dal catrame ma è ancora lì, solo abbisognevole di una ristrutturata, al numero 14.

3) La risposta al ragazzo della Via Gluck – Giorgio Gaber, 1966

Nonostante l’aspetto fisico da macchietta triste, il nome di battesimo da antiquariato e la collocazione da grigio notabile DC, Amintore Fanfani ebbe più d’uno scatto progressista, tanto da poter essere considerato uno dei padri del centro-sinistra. Che questo sia poi più una grave responsabilità storica più che un merito, è altro discorso. E comunque, nel 1961, Amintore, da Presidente del Consiglio, con uno di quegli scatti progressisti firma il famoso (allora) Piano Verde, per gli amici Piano di Sviluppo Agricolo, con cui si mirava a rilanciare il settore. Il Piano Verde viene citato nella Risposta al Ragazzo della via Gluck, fulminante rovescio del monumento di Celentano, come causa di un disastro economico ed esistenziale. Il giovanotto protagonista del brano, con uno stipendio e l’anziana madre a carico, vive in una dignitosissima casa di ringhiera del tutto simile a quella di via Gluck, e affutura fiduciosamente cambiali, matrimonio e casa. Ma un giorno arriva una specie di Ufficiale Giudiziario, un irremovibile tipo astratto, che annuncia l’espropriazione. In virtù del Piano Verde di Amintore, il palazzo va demolito e al suo posto dovrà sorgere un prato. In breve tempo la vita del giovane va a rotoli; muore la mamma, perde la casa, e di conseguenza la morosa, innamorata ma non fino al punto da seguirlo sotto i ponti, lo molla. Nel parlato finale, il signor G disquisisce: “E’ ora di finirla di buttare giù le case per fare i prati. Cosa ci interessano a noi i prati? Guarda quello lì doveva sposarsi…Gli han buttato giù la casa non può più sposarsi. Roba da matti. Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro quelli sì che disturbano, mica le case di periferia”. L’invettiva anti-ambientalista non è affatto polemica nei confronti di Celentano, amico di Gaber, tant’è che la “Risposta al ragazzo della via Gluck” segue due cover pedisseque e calligrafiche del più famoso brano di Celentano pubblicate da Gaber nello stesso 1966.

4) Via Margutta – Luca Barbarossa, 1986

Avrebbe meritato una posizione migliore nella classifica finale di Sanremo 1986 questo onesto quadretto intriso di generici romanticismi, nostalgie, riferimenti storici a bombardamenti e persecuzioni. Invece, nell’occasione arrivò diciottesimo, dietro, perfino, a chicche come “Uno sull’altro” (Marco Armani), “Fatti Miei” (Fiordaliso) e “Futuro” (Orietta Berti). Brano dal vestito perfetto per il pop di successo anni ’80. Tastiere, archi a manetta, chitarre parcheggiate in soffitta, casse e rullanti riverberati fino all’ossesso e ritornello felicissimo.
Toponomasticamente, protagonista romana è Via Margutta, parallela di via del Babuino, la strada che va da piazza del Popolo a piazza di Spagna, luogo di code alla vaccinara e gallerie d’arte, domicilio, qualche tempo fa, di Federico Fellini e Giulietta Masina, di Anna Magnani, di Giorgio de Chirico e, pare, pure di qualche weekend di Picasso. L’insuccesso nella classifica finale di Sanremo ’86 verrà riscattato, con gli interessi, da un’ottima riuscita nelle vendite e dal trionfo del 1992 (Portami a ballare). Memorabile la cover trash-metal di Elio e le Storie Tese.

5) Via Paolo Fabbri, 43 – Francesco Guccini, 1976

Per niente preoccupato dall’assalto dei fans e in epoca di scarsa tutela della privacy, pure della propria, Guccini stampa su vinile il proprio indirizzo di residenza bolognese dell’epoca, prima del ritiro sulle colline di Pàvana. Il luogo, oggi, è segnalato con la goccia rossa di Google maps come “punto di riferimento storico”. Atmosfera raccolta per antonomasia, chitarra acustica e chitarra jazz a fraseggiare, armonica a bocca, batteria discretissima da un quarto di canzone in poi, pianoforte a ricamare da mezza canzone in poi. Misure extra-large pure per l’epoca (8 minuti e 15 fitti di parole d’autore) e scarse concessioni alla melodia in favore della dotta disquisizione autoironica e autobiografica con l’artificio retorico di Angiolieri (Se io fossi più gatto, un po’ più vagabondo, accademico, maestro, dottore, poeta, più bravo e più bello). Ci piace pensare che nel passaggio “la piccola infelice si è incontrata con Alice ad un summit per il canto popolare, Marinella non c’ era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare” il Maestro abbia voluto omaggiare i due colleghi di monumentalità De Gregori e De André.

 

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