TEN, l’album senza tempo dei Pearl Jam

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Per celebrare i primi dieci anni di vita dell’undici, mi appresto a scrivere un articolo su Ten, il primo disco dei Pearl Jam, che è uscito nel 1991, ma, ancora oggi, suona forte e potente.
Siamo a Seattle, costa pacifica a nord degli States e grunge è la parola d’ordine. All’uscita dell’album, cosa significhi grunge non lo so! Forse un movimento culturale che sta nascendo o forse un modo di essere. Ma so che da quelle parti c’è un tale fermento che darà vita a band che rispondono al nome di Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains, Sceaming Trees e probabilmente qualcuna altra che sicuramente ho dimenticato. 

In quegli anni il rock si presenta un po’ con le armi spuntate, manca un suono che possa marcare tale definizione. I primi ascolti del disco furono attraverso le canzoni Alive e Jeremy, che le radio alternative proponevano. Canzoni che già al primo ascolto ti si appiccicavano sulla pelle. Canzoni con un flusso inarrestabile ad invadere il tuo corpo. E si cantavano, strappando qualche ritornello in inglese che comprendevo senza poter afferrare  il senso delle liriche;  la rete ancora doveva arrivare.  E impiegai ben poco ad acquistare il vinile. L’acquisto si rivelò giusto. 

Un disco che ancora oggi appare monumentale. Un disco perfetto. Canzoni semplici. Costruite su un riff di chitarra, melodiche o mainstream. C’è un suono che richiama alla memoria quello dell’hard rock degli anni 70. Il cantante Eddie Vedder non fa mistero di essere un grande fan di Pete Townsend, quindi Who su tutti e poi  Led Zeppelin, Neil Young. Il disco, dicevo. Una pietra miliare il cui sound ancor oggi appare per niente scalfito dal tempo. Un esordio fatto di passione e di potenza. Certo il sound rabbioso mi catturò subito, ma la voce di Vedder, principale autore dei testi arrivava dritto al cuore con tutta la sua esplosione, il suo dolore, il suo canto cavernoso, rendendolo vicino a Jim Morrison.

Una volta entrato in possesso dei testi tradotti nella nostra lingua, tutto apparve ancora più interessante.

I testi dell’album sono lo spaccato delle vite, amare, tristi di diversi personaggi. Storie di anime perdute, sconfitte, arrese, distrutte.

Il lato A del disco si presenta come qualcosa di folgorante. Sei tracce. Una più forte dell’altra. Partenza veloce con Once, a seguire un trascinante Even Flow. E poi  la graffiante Why go e la ballata Black.
Chiudono la prima parte le già citate Alive e Jeremy. Un’intensità straordinaria. Impossibile staccare la puntina dal vinile. La seconda facciata presenta ottime canzoni, ma non all’ altezza dell’altro lato del disco.

A distanza di 28 anni dalla sua uscita questo disco continua ad emanare un fascino continuo e magnetico. Un’opera in pieno stile. Un disco unico nell’intera produzione discografica dei Pearl Jam e che non si è più ripetuta, anche se sono seguiti altri dischi di grande fattura. Un disco dal suono granitico che dimostra compattezza e unità, così come presenta la band nella foto della copertina dell’album.

Oltretutto sono in grado di offrire grandi spettacoli dal vivo e la mia esperienza mi ha portato a vederli in un palcoscenico prestigioso quale a quello dell’Arena di Verona, nel 2006 sotto un’ acqua torrenziale, ma Vedder & co. non si sono risparmiati, facendosi sentire vicinissimi e Vedder, come un fratello maggiore, regalando a me e a tutti coloro che erano presenti, un concerto indimenticabile.

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