Ontologia della fotografia

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-Una piccola morte dici, le fotografie.
-Non vedi? Guardati. Respiri?
-No che non respiro! È solo la mia figura su un pezzo di carta. Io sono qui, a tre dimensioni, respiro, odoro, mi muovo: quello sulla carta non sono io.
-E chi è allora? La tua ombra? Ma l’ombra è effimera, è labile, basta una notte senza stelle, il buio totale per farla svanire. Questa foto potrebbe vivere anche più di te, lo sai? E, sempre questa foto, porta il tuo stesso volto, quell’identica espressione turbata e sarcastica che hai proprio ora.
-Sì, ma non sono io. Non sono morto.
-Forse adesso no, ma in quell’attimo, ormai, lo sei.
-Cosa vuoi dire?
-Tutti gli attimi passati portano le croci del nostro passaggio. Quell’attimo è svanito e tu, in quell’attimo, non esisti più. Una volta ci si poteva anche dimenticare del passato, di come si era giovani e belli e con le gote gonfie e rosse. Ora non più. Mi guardo da giovane e penso che quel bel ragazzo pieno di speranze è morto. Gli vorrei parlare, sai? Dirgli che la nostra vita è più breve di un pezzo di carta…È in questo paradosso che vive la fotografia: è un’eterna tomba dei nostri momenti passati, dei nostri noi stessi morti.
-Stai vaneggiando, non credi?
-Forse è la cosa più intelligente che abbia mai detto, caro scettico amico! La fotografia scalfisce il Tempo, apre una nuova realtà, un’ontologia che mettiamo in tasca. Ogni volta che ne osservo una, con attenzione e una giusta dose di pensosità, sento aprirsi in me una voragine.
-Una voragine?
72280083_409736559911111_1398393256533819392_n-Una voragine, un abisso, chiamalo come vuoi: intendo una ferita incolmabile, che non ha fondo, uno strazio eterno. Dannazione eterna, quella di sapere, di vedere, ma di non poter toccare né parlare.Un giorno, ne sono convinto, finiremo per sprofondare a causa loro, o grazie a loro. La Morte, che ci attende là, di fronte a noi, ancora a qualche anno di distanza, ha una nuova alleata.
-Non riuscirò più a guardarmi in una foto. Mi hai messo una tale angoscia… Guardarmi morto: penso sia uno dei peggiori timori umani. La tecnica ci sbeffeggia, ormai.
-Non angosciarti! Cosa c’è di male, in fondo? La tecnica ci sta aiutando, ci sta allenando all’inevitabile. La morte è naturale: perché temerla? È ora di maturare, di accettare: sono stato bello e giovane, sprovveduto e arrogante: mi guardo allo specchio, ancora conservo quell’espressione di sfida, ma il mio volto è solcato dalle rughe. Sono stato bello e giovane, e sono morto. E morirò nuovamente. Tutti hanno paura di morire: cercano rifugio nelle religioni, con le loro promesse ultraterrene. Io, dopo aver visto le fotografie, non ne ho più bisogno.
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Chi lo ha scritto

Beatrice Toffolutti

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Beatrice è una studentessa di Lettere all'università di Udine. Materia dei suoi racconti sono spesso i sogni che le si imprimono nella memoria, dai quali cerca sempre di scovare qualche riflessione. La scrittura e la fotografia sono le due grandi passioni di cui non può fare a meno.

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