Microtasse e micromemoria: Non si stava meglio quando si stava peggio!

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Puntualmente, con ogni finanziaria, il popolo viene edotto sul nuovo slang politico-economico, con conseguente aggiornamento del vocabolario collettivo. Credeteci o no, ci sono stati tempi in cui se al bar o sull’autobus avessi parlato di mutui subprime, spread o quantitative easing ti avrebbero guardato con sospetto. Ma i social network e il colto e mai banale dibattito politico per fortuna educano le masse, per cui oggi siamo qui a parlare di microtasse. Ad esempio, quella sulle bibite zuccherate che farà la sua comparsa nel 2020 (su L’Undici ne avevamo parlato qualche anno fa…), quella sui sacchetti del supermercato, la plastic tax, le auto aziendali, le cartine delle sigarette, le vincite alle slot machine… Insomma, se ci stanchiamo di spaventarci per l’invasione dei migranti (meno di 10000 sbarchi fino ad oggi nel 2019, negli stessi mesi del 2017 erano stati 114000, nel 2018 22000) possiamo sempre azzuffarci sulle microtasse.

Meglio l'aumento dell'IVA o le tasse su bibite e plastica?

Meglio l’aumento dell’IVA o le tasse su bibite e plastica?

Del resto, quando nel 2012 la Francia ha messo la tassa sulle bibite e l’Italia ha provato a fare altrettanto, ci fu una sollevazione bipartisan dei politici, che presumibilmente consumano molta Coca(-Cola) oppure sono particolarmente sensibili alle istanze delle multinazionali delle bollicine. Persino le associazioni dei consumatori pare siano completamente dalla parte della lattina. Nel 2012 la misura fu ribattezzata elegantemente tassa sul rutto, oggi il presidente del Codacons, in pieno accordo con quello di Federalimentare (cioè l’industria), dice che i consumatori italiani dicono no a priori (ma lui come lo sa?) perchè la tassa ridurrebbe i consumi senza effetti sulla salute.

Considerando che la tassa sarebbe più o meno di 3 centesimi per lattina e che pochi di noi sono in grado di dire quanto costi una lattina senza sbagliare di 3 centesimi, è altamente improbabile che i consumi calino, mentre potrebbero perdere qualche punto decimale percentuale i profitti dei produttori. Al tempo stesso, lo Stato incasserebbe tra i 200 e i 300 milioni di Euro all’anno. Fioramonti vorrebbe usarli per l’istruzione, ma probabilmente finiranno nel calderone per evitare l’aumento automatico dell’IVA.

Il punto è molto semplice: dovendo scegliere tra un aumento generalizzato dei prezzi e tasse che vanno a colpire i consumi meno necessari e dannosi per la salute e per l’ambiente, meglio optare queste ultime. Non è “proibizionismo”, perchè possiamo tranquillamente sorseggiare una Coca-Cola in un bicchiere di plastica mentre giochiamo alle slot machine con la macchina intestata all’azienda parcheggiata fuori. Solo ci costerà 20 centesimi in più (sto ampiamente esagerando, probabilmente l’aumento sarà della metà). Rendiamocene conto, a perderci non è veramente il consumatore, anche ammettendo che le tasse non risolvano il problema di diabete e cambiamento climatico, chi effettivamente “pagherà” la tassa è il settore produttivo, che naturalmente si oppone, paventando anche perdite di lavoro e di redditi. E’ possibile, anzi probabile, che colpire plastica, alcol, tabacco e “cibo spazzatura” possa colpire dei settori economici, ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, e non per colpa delle tasse sugli alcolici. E’ troppo facile essere dalla parte di Greta e poi prendere la macchina per spostarsi di 300 metri.
E’ per questo che le microtasse sono “micro” come importi, ma possono diventare enormi come motore di cambiamento nelle norme sociali. Mister Coca-Cola non ha certo paura dei 3 centesimi a lattina, ma se passa il messaggio che le bibite fanno male, proprio come alcol, fumo o il gioco d’azzardo, allora nel tempo i consumi caleranno davvero e non metteremo più la Fanta nel biberon.

Oggi è però démodé riflettere con la propria testa, meglio ragionare per slogan, appropriarsi della posizione del Salvini, Renzi o Di Maio di turno e magari attivarsi come amplificatori da social per sentirci parte attiva del dibattito.

Una volta un caffè costava 1000 lire, ora più di 2000, colpa dell'Euro!

Una volta un caffè costava 1000 lire, ora più di 2000, colpa dell’Euro!

Eppure a volte un po’ di cervello e qualche conticino possono aprirci gli occhi. La Brexit, ammettiamolo, per noi italici è quasi motivo di buonumore. Fa piacere che anche altri paesi si incartino per colpa della propria cultura e demagogia, mal comune mezzo gaudio. La Brexit ha anche “raffreddato” gli istinti antieuropeisti di Lega e CinqueStelle, che si sono resi conto che il ritorno demagogico di breve periodo può diventare un boomerang politico nel lungo periodo. E comunque in Inghilterra i politici devono lavorare anche durante le ferie o di sabato per discutere la Brexit, altro che Papeete. E così, non si sente più tanto parlare del terribile danno dell’Euro per le tasche degli italiani.

Eppure l’Euro il presunto effetto sull’inflazione sono un esempio di micromemoria e macrodemagogia e molti ancora oggi pensano che abbia danneggiato i nostri bilanci.
Non è vero. Non è sociologia, sono numeri. Chi non ha voglia di matematica da scuole elementari si fermi qui, ma poi non faccia da cassa di risonanza alle sentenze del politico preferito.

Prendiamo un italiano del 1995:  comprava un caffè per mille lire (diciamo 50 centesimi di euro), un biglietto di treno per diecimila lire (diciamo 5 euro), mangiava una pizza con dodicimila lire (6 euro) e portava l’affitto di 500mila lire al suo padrone di casa (250 euro).  Il nostro italiano spendeva poco più di 260 euro (e siamo stati bassi con i prezzi e con le conversioni). Nel 1995 l’inflazione era circa il 5,5%, lontana dai numeri in doppia cifra degli anni Ottanta, anche perchè il processo per entrare nell’Euro era già cominciato, ma comunque superiore al’1-2% dell’era Euro. Il patto col diavolo (la Germania) era chiaro, moneta più forte, meno inflazione, niente svalutazione sfruttando la “credibilità” di paesi economicamente più solidi, ma rinunciando ai vantaggi commerciali di prezzi e costo del lavoro più bassi.

Comunque, dal 1995 sono passati quasi 25 anni. Ammettiamo pure (io non ci credo) che i nostri sovranisti dell’epoca riuscissero nell’impresa di mantenere con la lira

Una pizza del 1995

Una pizza del 1995

un’inflazione al 5%. Ebbene, il nostro caffe costerebbe oggi 1.70 euro, la pizza costerebbe 20.30 euro, il treno quasi 17 euro, l’affitto addirittura 846 euro. Totale 885 euro, più del triplo di quanto si pagava nel 1995! Se invece consideriamo i veri tassi di inflazione, il caffè costa 1 e 10, una pizza fuori sui 15-20 euro, i biglietti di treno sono aumentati in termini nominali dell’86,3%, mentre gli affitti per l’abitazione principale del 74,2%. Ossia, il nostro amico del 1995 paga il treno 18.60 euro e l’affitto 435 euro. In tutto spende 474,70 euro. Obiettivamente molto di più dei 260 euro del 1995, quasi il doppio… ma con l’inflazione pre-euro avrebbe speso 846 euro. In soldoni, la stabilità dell’euro ha fatto risparmiare quasi 370 euro. Bene, diranno i macrodemagogi, ma vogliamo parlare delle tasse che ci ha imposto l’Europa? Di come hanno eroso i nostri redditi?

E’ fuori discussione che le tasse in Italia siano aumentate, e che il patto di stabilità “firmato” con gli altri paesi dell’area Euro sia una delle cause di tale aumento. Nel 1995 la pressione fiscale in Italia era al 38,9, oggi si avvicina al 43% (fonte: OCSE). Però, nel frattempo il PIL pro-capite è passato da 1400 euro a 2500 euro al mese, sottraendo le tasse questo significa un reddito medio netto per italiano che passa da 855 a 1425 euro al mese, un aumento netto di 570 euro. Insomma si sta meglio oggi e senza l’Euro il nostro amico italiano avrebbe visto il costo del suo carrello aumentare più del suo reddito. E volendo andare avanti, uno potrebbe mettere sulla bilancia anche i mutui, che sarebbero stati decisamente più alti se i tassi di interesse fossero stati quelli pre-Euro. Insomma, non è colpa dell’Euro se abbiamo vent’anni in più.

 

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