May you live in interesting time.

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“May you live in interesting time” è il tema dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, iniziata l’11 maggio, aperta fino al 24 novembre 2019. Il titolo, “Che tu possa vivere in tempi interessanti”, pare un buon augurio, una promessa di una vita profonda, piena di eventi e senza noia, ma in realtà, nella cultura anglosassone, questa frase è la così detta “maledizione cinese”. Una sorta di Buona sfortuna per i nemici.

Il titolo, scelto dal curatore, Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra,  è ispirato all’espressione utilizzata in Inghilterra (e a lungo erroneamente attribuita alla cultura cinese) secondo la quale i periodi felici, pacifici e privi di conflitti sono giudicati anche privi di interesse. Se si considera fertile il tempo dell’incertezza, della crisi, dei disordini e della guerra, più un periodo è caotico, più è interessante. Da qui l’ironia della frase, dato che, augurare a qualcuno di vivere tempi interessanti, diventa è un po’ il sinonimo di un augurio di difficoltà, problemi e fatiche.

Perchè è stato scelto questo tema per questa Biennale Arte del 2019? Perchè i tempi in cui viviamo sono decisamente interessanti.
E la questione sollevata a latere è: può l’arte aiutarci a mettere a fuoco la nostra epoca e darci gli strumenti per raccontarla e illustrala?

Visto che l’arte è un linguaggio, una forma espressiva fondata sulla creatività e sull’estetica, (una forma di conoscenza filosofica attraverso i sensi) la risposta dovrebbe essere sì. In realtà non lo so, non ho le competenze per dare certezze.
Quello che posso raccontare è cosa mi abbia colpito.

Passare una giornata all’Arsenale è una sbornia di sensazioni, di stimoli per tutti i sensi. Già la coda all’ingresso, in mezzo a chi deve acquistare i biglietti, chi deve cambiarli, chi ritirarli, è un’esperienza che racconta di tempi moderni: si chiacchiera con persone appariscenti in visita dal Brasile, attempate curatrici di arte contemporanea provenienti da Washington, famiglie con bambini in età prescolare del nord Europa e italiani con accenti di ogni regione. Piove, la coda è lenta, però è la compagnia è piacevole.

Poi si entra: sai che incontrerai le opere, le installazioni di 79 artisti provenienti da tutto il mondo. E che potrai visitare esposizioni nazionali di circa 25 paesi. Al termine della visita fra padiglioni e tratti all’aperto, artiglierie e corderie, la App conta-passi mi mostra che ho percorso all’interno dell’Arsenale quasi 4 km. Interessante. Anche il senso di stanchezza fisica è stato soddisfatto. Il percorso è lungo anche perchè non parliamo di semplici quadri, ma di oggetti ingombranti, progetti visuali, onde sonore e video, di “cose” che richiedono spazi ampi, che stimolano una partecipazione attiva. Descrivere queste installazioni non mi è facile.

In più, parte integrante della partecipazione è l’utilizzo del cellulare. Le persone, a prescindere da sesso, età, provenienza, fotografano con assiduità, come se la percezione e fruizione di qualsiasi contenuto passasse dall’utilizzo del telefono, appendice che è sempre con noi. Non parlo dell’aspetto social o di condivisione. Intendo che ormai ovunque, quindi anche qui, il nuovo modo di guardare le cose è attraverso la piccola videocamera del  cellulare, che abbiamo sempre più a portata di mano. Anche per me è così, perchè, la mia memoria tende a non catturare e fermare nulla se non ne scatto una fotografia. Come se, senza la foto fatta attraverso il cellulare, non riuscissi a fissare quello che ho intorno. Senza fare foto, dalle visite a mostre e musei ne ricaverei certamente una piacere generico, un senso di appagamento o di delusione, ma senza un reale riferimento concreto. Invece guardando le foto tutto acquista contorni più nitidi. Nulla va perduto.

Ma se voglio che mi resti di più, devo cercare di capire la storia che c’è dietro: ho bisogno delle parole. Per me è importantissima la cura dei contenuti di spiegazione.  Se non accompagno il guardare con il leggere, mi sembra di fermarmi solo sulla superficie di quello che vedo. Dedico, perciò,  un sacco di tempo a quello che mi colpisce. Guardo le opere, poi leggo la spiegazione e ne fotografo il testo. Dopo di che, torno a meravigliarmi nuovamente di ciò che vedo, leggendo dal cellulare quanto ho fotografato.

Nell’imbarazzo della scelta, ho deciso di raccontare un’opera sola, la numero 10: “For, in your tongue I cannot fit”  di Shilpa Gupta artista indiana, classe 1976. Cento microfoni e cento fogli trafitti, per dare voce ad altrettanti poeti incarcerati per il loro pensiero. Intrecci di voci all’unisono, silenzi, alfabeti sconosciuti. Parole da sentire e da leggere. Persone che si aggirano nella penombra leggendo pagine mobili. Molto coinvolgente.

Shilpa Gupta“For, in your tongue I cannot fit”

Shilpa Gupta“For, in your tongue I cannot fit”

For, in your tongue I cannot fit” di Shilpa Gupta.

For, in your tongue I cannot fit” di Shilpa Gupta.

Tornando quindi alla domanda se l’arte possa aiutarci a mettere a fuoco la nostra epoca, se riesca a darci gli strumenti per raccontarla e illustrala, mi viene da dire di sì, quanto meno per quel che mi è capitato di trovare nelle sale della Biennale. 

E … stiamo vivendo tempi interessanti? Anche a questa domanda risponderei sì, considerando il momento di caos che attraversiamo. Ma se l’arte diventa il racconto delle esagerazioni della nostra epoca, delle contraddizioni, dell’estetica del paradosso, allora, cosa c’è di più interessante ed elettrizzante per i nostri sensi che vedere transitare fra le antiche costruzioni veneziane, sulle acque calme del canale, con un suono quasi naturale e atavico una gigantesca nave da crociera tutta illuminata che scivola verso il mare aperto, come in un film di Fellini? 

 

La nave va

La nave va

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