L’estasi e il tormento: la dura parabola di Rembrandt

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone
Geremia lamenta la distruzione di Gerusalemme

Geremia lamenta la distruzione di Gerusalemme

Nel 2019 ricorrono 350 anni dalla scomparsa di Rembrandt, uno tra i più grandi pittori e incisori seicenteschi olandesi, un genio assoluto, una sorta di Caravaggio del nord Europa. Rembrandt Harmenzoon Van Rijn, era figlio di un mugnaio benestante che lavorava alle porte di Leida, Paesi Bassi, e quarto tra sei sopravvissuti della coppia, che ne aveva avuti dieci come capitava in tempi privi di anticoncezionali. Doveva essere un bambino sveglio e curioso perché – unico tra i fratelli – fu mandato a studiare alla prestigiosa Scuola latina, che oltre all’insegnamento di quella lingua e del greco, impartiva ai suoi allievi lezioni su autori classici come Cicerone, Virgilio e Ovidio. Dell’Olanda del Seicento ho già parlato in un precedente articolo sull’Undici ( Vermeer, la sua pittura e il suo falsario): ciò che è fondamentale ricordare riguardo all’arte dei Paesi Bassi è che le sette provincie non erano di fede cattolica, bensì luterana e calvinista e che aborrivano la presenza nelle chiese di immagini sacre, la cui adorazione era considerata un’eresia pagana. Questa convinzione aveva limitato molto la committenza e il campo d’azione degli artisti, che vendevano solo ai privati e non al clero e che per guadagnare esercitavano altri mestieri, come il mercante d’arte, cosa che fece anche Rembrandt per tutta la vita.

Autoritratto da giovane

Autoritratto da giovane

Nonostante l’ambizione dei genitori che forse avrebbero preferito avere in famiglia un giureconsulto o un pubblico amministratore, ad appena quattrodici anni il ragazzo aveva già le idee chiare circa la strada da prendere. Entrò dapprima per tre anni nella bottega del pittore Van Swanenburgh, quindi si trasferì ad Amsterdam presso Pieter Pieterzoom Lastman, che realizzava opere basate sul vecchio e Nuovo Testamento oltre che quadri mitologici e storici, e che fu il suo vero maestro. Lastman era stato a Roma, dove aveva ammirato i lavori di Caravaggio e dei Carracci: era un itinerario obbligato per gli artisti dell’epoca, ma Rembrandt preferì restare in Olanda dove, terminato l’apprendistato, tornò a Leida dove fondandovi una sua bottega assieme all’artista e amico Jan Lievens. In seguito avrebbe detto che – pur non essendosi mai spostato dal suo paese – aveva avuto modo di conoscere l’arte italiana attraverso la diffusione delle stampe, un modo comune ai suoi tempi per apprendere quello che circolava nel mondo della figura.

La stampa dei cento fiorini (Cristo che guarisce gli ammalati)

La stampa dei cento fiorini (Cristo che guarisce gli ammalati)

Aveva anche cominciato a realizzare le prime incisioni all’acquaforte, tecnica che gli permetteva molta più libertà di quella a bulino, oltre che raggiungere efficacissimi contrasti di luci ed ombre. Era un artista veloce e durante la sua vita produsse molte opere quasi tutte conservate al Rijkmuseum di Amsterdam. Si divertiva anche ad autoritrarsi: risale al 1628 il suo primo lavoro in tal senso, e nel corso della sua vita ripeté il soggetto moltissime volte, lasciandoci un’importante documentazione psicologica della sua età e della sua evoluzione tra fortuna e crisi. l lavoro procedeva con crescente successo e il favore del pubblico sembrava sorridergli: nel 1629 era stato scoperto dallo statista e poeta Constantijn Huygens che lo aveva fatto conoscere alla corte reale dell’Aja da cui ricevette prestigiose commissioni. Col diffondersi della fama cominciò a ricevere incarichi da Amsterdam per la realizzazione di ritratti dell’alta borghesia come la celebre “Lezione di anatomia del dottor Tulp” commissionatagli dalla gilda dei medici della città. Ormai Leida gli andava stretta, e decise trasferirsi nuovamente ad Amsterdam aprendo un’Accademia a pagamento della durata di cinque anni in cui i giovani artisti imparavano ad imitarne fedelmente la maniera. La cosa ha creato in seguito non pochi problemi ai critici d’arte nello stabilire l’autografia delle sue opere; attualmente se ne individuano circa quattrocento escludendo il vasto “corpus” dei disegni e delle incisioni.

Ritratto di Rijn Nicolaes Ruts

Ritratto di Rijn Nicolaes Ruts

Pur essendo nato nel Seicento e in pieno Barocco, Rembrandt fuggiva dalla retorica tipica di questo stile, ma cercava di ottenere effetti espressivi tramite contrasti di ombre e luci di grande suggestione. Rispetto a Caravaggio tuttavia, l’olandese non usò la luce esasperandola, ma usandola in modo più morbido e pastoso, grazie anche alla straordinaria padronanza della materia pittorica con cui sembrava quasi giocare, capace com’era di individuare sia i più minimi dettagli, che di creare una sintesi perfetta dell’oggetto, facendolo diventare vivo con poche e felici pennellate. Aveva inoltre una sensibilità particolare per l’animo umano, esplorandone l’insondabilità e la contorta complessità, e non solo nei ritratti, ma anche nelle scene religiose e profane.

Nel cambio di residenza da un ambiente provinciale a uno ricco e cosmopolita, il pittore vide un raggiungimento sociale del suo lavoro; non sapeva però che questo evento era contemporaneamente l’apice della sua carriera e l’inizio di quella che negli anni successivi sarebbe stata la sua tragedia personale.

Saskia col cappello

Saskia col cappello

Era ospite ora di un mercante d’arte, Hendrick van Uylenburgh, e lì ne conobbe la cugina Saskia, una bionda e florida ragazza benestante che finì per sposare facendone anche la propria modella. Fu un matrimonio d’amore ma anche un affare per il pittore perché lei gli portava in dote la notevolissima cifra di quarantamila fiorini. Purtroppo, assieme al grande talento Rembrandt aveva anche un’altrettanto pericolosa propensione alla spesa: era un collezionista vorace, di quadri, di sculture, mobili, vecchie armi, animali imbalsamati e oggetti tra i più strani, di abiti e tessuti che poi faceva indossare ai suoi modelli. Era il suo periodo d’oro ed era convinto che le cose gli sarebbero sempre andate bene: si trasferì con la moglie in un’abitazione prestigiosa e molto costosa accanto al quartiere degli artisti, impegnandosi a pagarla diremmo oggi “a rate”, cosa che non riuscirà mai a fare perché il denaro come gli entrava nelle tasche, ne usciva altrettanto rapidamente. La casa esiste ancora ed è diventata un museo dove, accanto ad alcune sue opere, sono raccolti i pochi oggetti rimasti della sua collezione e i pigmenti che adoperava.

Particolare della Ronda di notte

Particolare della Ronda di notte

Cambiando sede Rembrandt rinnovò anche il suo stile. Aumentò innanzitutto il formato dei dipinti fino ad arrivare alla grandezza naturale; approfondì lo studio dei personaggi dell’Antico Testamento che per quel periodo era una lontana terra esotica, conosciuta attraverso i viaggi della Compagnia delle Indie. Non era fatto per l’arte bucolica, ma preferiva episodi drammatici, che esprimevano sorpresa e spavento e, sebbene non fosse il suo soggetto principale, affrontò magistralmente anche il paesaggio. Intanto la sua vita privata cominciava a registrare i primi problemi: gli erano nati due figli quasi immediatamente deceduti, mentre i parenti di Saskia lo accusarono di aver sperperato il patrimonio della moglie cosa che lui negò decisamente. Era una bugia che si poteva permettere perché era all’apice della fama e i guadagni non gli mancavano; oltre a ciò la morte della madre nel 1640 gli portò in eredità una buona parte della non trascurabile fortuna. Nello stesso anno gli fu commissionata la celeberrima Ronda di notte, tela di più di quattro metri di larghezza che rappresenta la compagnia di archibugieri del capitano Banning Cocq in partenza per l’ispezione della città; il titolo del quadro è però dovuto a un equivoco perché la scena, che voleva essere diurna, si scurì nel tempo per l’ossidazione dei pigmenti. E’ un’opera dinamica, un fedele ritratto di gruppo eseguito con tecnica abilissima che comportava – come faceva Tiziano – l’uso del pennello e la rifinitura dei dettagli con le dita.

Betsabea con la lettera di Davide

Betsabea  al bagno con la lettera di Davide

Fu proprio mentre veniva realizzata La ronda di notte che nacque Titus, l’unico figlio di Rembrandt che visse fino all’età adulta mentre la salute di Saskia, minata da gravidanze difficili e finite male, peggiorava fino a condurla alla morte. Incapace di stare da solo, e con l’incombenza di un bambino a cui badare, il pittore assunse una nutrice, Geertje Dirks, con cui finì per intrecciare una relazione sentimentale che durò qualche anno finché non entrò in casa sua una nuova governante, Hendrickje Stoffels, che rapidamente diventò la sua amante. Verrebbe da dire che il grande artista era – anche nelle relazioni sentimentali – un grande pasticcione: così Geertje lo trascinò in giudizio per aver infranto una precedente promessa matrimoniale e il tribunale lo condannò a versarle 2000 fiorini l’anno, mentre Hendrickje ne diventò la nuova e ultima compagna dandogli anche una figlia, Cornelia, che gli sarebbe sopravvissuta. Tuttavia i due poterono sposarsi solo civilmente: in una clausola del testamento infatti, Saskia aveva stabilito di legare l’intera sua notevole fortuna al figlio, mentre il marito poteva mantenerne l’usufrutto finché non avesse preso un’altra moglie. La relazione tra Rembrandt e la Stoffels era per quei tempi un vero scandalo e la Chiesa calvinista riformata accusò quest’ultima di essere una peccatrice, facendo anche allontanare dal suo uomo importanti clienti.

La cena in Emmaus

La cena in Emmaus

Nel 1656 l’artista fu costretto a dichiarasi insolvente e fece fallimento, dovette vendere la collezione enciclopedica che aveva raccolto negli anni, lasciò la sua casa prestigiosa e si trasferì in un’abitazione più piccola e povera assieme alla sua nuova compagna e ai due figli. Per aiutarlo Hendrickje e Titus aprirono un negozio d’arte dove vendevano le sue opere e dove risultava un dipendente; il tal modo la sua ex domestica, diventata il suo capo, lo protesse dai creditori e cercò di impedirgli, riuscendoci, di crollare definitivamente. Era una donna coraggiosa che doveva amarlo molto, e che continuò a stargli vicino nonostante che in casa ci si nutrisse solo con formaggio, pane nero e birra acida. Ma le amarezze non erano ancora finite: altri due terribili lutti attendevano Rembrandt, la morte della sua compagna (immaginiamo sfinita da quella vita) e – pochi anni dopo – quella del figlio, che aveva ereditato dal padre l’interesse per la pittura pur non raggiungendone il livello.

Autoritratto ridente

Autoritratto ridente

Al grande artista rimanevano ormai solo la figlia Cornelia e il lavoro. Nonostante le batoste infatti Rembrandt continuò a dipingere e a vendere fino alla fine; il suo stile era passato di moda, ma la sua fama era tale che riceveva ancora importanti commissioni, anche se soprattutto dall’estero. Inoltre continuava a registrare senza pietà per sé stesso i cambiamenti della sua fisionomia: il suo ultimo autoritratto, lo mostra ormai vecchio e curvo mentre ride di sé e della vacuità della vita davanti a un busto di Eraclito, il filosofo dell’impermanenza della realtà. Lui, Hendrickje e Titus furono sepolti nella Westerkerk di Amsterdam in una tomba modesta e ormai impossibile da identificare.

Fonti:

I classici dell’arte Rembrandt, Rizzoli Skira

https://www.mam-e.it/dizionari/dizionario-arte/dizionario-3042/

http://www.cultorweb.com/Rembrandt/R.html

https://www.arteworld.it/lezione-anatomia-dottor-tulp-rembrandt-analisi/

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?