La porta

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Cammino lentamente, a piedi nudi, su una superficie fredda, che sembra modellarsi ai miei movimenti, come un materasso di gommapiuma.
Una porta su cui campeggia un enorme specchio mi sbarra la strada e vi vedo riflessa me stessa adolescente, curiosa del mondo e piena di speranze. Indosso un vestito a scacchi bianchi e neri, molto stretto e corto, di moda negli anni Sessanta. Ho i capelli neri, cotonati e a caschetto corto, sotto il braccio stringo un pacco di libri. Forse sto andando a scuola, quella famosa scuola che ho boicottato più di una volta, in preda al delirio sessantottino.
Tocco lo specchio per accarezzare quella figura, che però scompare all’istante.

3851009269_f16ae9f213_zGuardo la superficie su cui sto camminando. Le mattonelle emanano una luce bianca al neon. Ne sono stordita e faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Ad un certo punto perdo i sensi e cado. Quando mi risveglio, mi trovo stesa su un letto della stessa misura del mio corpo, forse nell’aldilà, nell’attesa di essere giudicata. Vengo interpellata da una voce metallica che mi costringe ad aprire gli occhi e rabbrividisco. Quella sonorità non ha niente d’umano, non rivela alcuna emozione ed ha pause innaturali. Non riesco a percepire la fonte di quella voce. Forse proviene da un oblò situato sopra di me ed emanante una luce blu intermittente. Mi viene chiesto di rivelare età, studi, stato di salute, professione. Fornisco tutte le informazioni richieste, senza aprire bocca. L’oblò che si trova sopra la mia testa si richiude definitivamente e finisce ogni contatto.
Provo a muovere una mano e ad aprire la bocca, ma non riesco a fare né l’una, né l’altra cosa.
Voglio addormentarmi e chiudo gli occhi.

All’inizio della quinta elementare mi accorsi che il mondo stava girando dalla mia parte. Invece della vecchia arcigna, legata ai privilegi della propria classe sociale, trovai alla cattedra una giovane maestra, moglie del direttore della società telefonica, da poco trasferito nel mio paese. La giovane e inesperta maestra capì che quella timida bambina nascondeva delle doti insospettate, bastava aprire con la chiave giusta. Mi presentai all’esame di ammissione alla scuola media e passai facendomi onore. Fu in quel momento che scattò in me il desiderio di rivincita e di riscatto. Sapevo di valere e volevo dimostrarlo anche agli altri.

Alla scuola media, non eravamo tutte femmine come alle elementari.
Fra i maschi c’era Domenico. Non era particolarmente bello, ma mi piaceva perché aveva le caratteristiche che avrei voluto possedere io: era estroverso, loquace e impavido. Un giorno, con mia grande sorpresa, m’invitò a partecipare alla stesura di un articolo del giornalino scolastico. Ero al settimo cielo per quell’invito e non lo delusi. Quell’amicizia forse sarebbe diventata qualcos’altro, ma purtroppo partii e non lo vidi più.
La mia famiglia annaspava nel mare dell’indigenza e perciò, nell’anno dell’attentato a John Kennedy, emigrai al nord.
Erano state quelle le prime colonne d’Ercole: farsi accettare sembrava una barriera insormontabile, soprattutto quando si leggeva sulle porte dei palazzi: “Non si affitta ai meridionali”.
A poco a poco riuscii a penetrare quella barriera, senza tuttavia integrarmi davvero.

Stesa su questa specie di sarcofago, tento di alzarmi, ma non riesco a muovere nessun muscolo. Credo di essere paralizzata e mi domando che cosa stia succedendo.
Poco prima avevo visto me stessa adolescente riflessa in uno specchio. Non voglio credere ad opere di magia o a potenze dell’occulto, ma non riesco a scoprire una spiegazione logica.
Vorrei tornare per davvero indietro nel tempo, per riparare agli errori, ma “siamo attori che recitano una parte senza aver mai provato”, come dice Milan Kundera, non possiamo ripetere la scena della nostra vita, tutto scorre e niente ritorna..
La testa mi scoppia, sento la voce di mia madre che mi sta chiamando. È morta da qualche anno e non sono mai riuscita a chiederle scusa.
La sua voce è un soffio caldo e quasi impercettibile. Mi sta offrendo un’altra possibilità, ripercorrere la mia vita, cambiando una pedina soltanto, forse la mia vita avrebbe avuto un risvolto migliore.

increible-hombre-menguante_EDIIMA20171019_0872_19Eccomi al sud, il giorno prima della mia partenza: il mio malessere nasce forse da lì, da quella partenza.
I mobili sono tutti imballati, a giorni verrà il camion che li porterà su, al nord, dove mia sorella col marito e mio padre ci hanno preceduti. Io sono ancora qui perché devo finire l’anno scolastico e appena avrò fatto l’esame di terza media prenderò il treno e me ne andrò verso l’ignoto.
Sono felice, perché ciò che non conosciamo ci affascina. Fa caldo e non riesco ad addormentarmi, all’improvviso bussano alla porta. È mio padre che inspiegabilmente è tornato a casa, mentre avrebbe dovuto aspettarci lassù a Torino. È stanco per il viaggio e parla con fatica, sembra ubriaco e l’unica cosa che riesco a capire è che non si parte più. Il cambiamento che mi aspettava non c’è più. Sono delusa e me ne torno a letto. Mi addormento di colpo e mi sveglio la mattina tardi, al profumo del caffè.

Passa l’estate e mio padre riesce a trovare lavoro in una ditta di trasporti, ma i soldi non bastano per farmi continuare gli studi. Un po’ mi dispiace, perché intuisco che la scuola è meno faticosa del lavoro, ma quando mi dicono che mi assumono come cameriera in un bar, sono strafelice.
-Come sei carina! – mi sussurra un giorno il proprietario del locale, un uomo di 40 anni e padre della mia migliore amica.
Una sera, alla chiusura del locale, lui si offre di accompagnarmi a casa con la macchina. Dice che è tardi e che una ragazza bella come me chissà quanti rischi corre, proprio mentre si sta facendo buio. Io lo ringrazio e mi siedo accanto a lui.

Con la scusa che prima di portarmi a casa deve andare in campagna a prendere le uova, mi porta fuori città, in una zona deserta e, senza che io potessi chiedere aiuto, mi salta addosso.  Riesco a scappare e a tornare in paese. Coi vestiti strappati, le gambe piene di graffi ed escoriazioni, mi presento alla stazione dei carabinieri. Mi siedo, comincio a raccontare quello che mi è successo, l’uomo in divisa mi guarda con uno sorriso strano, probabilmente non mi crede e pensa che tutto il racconto sia frutto della mia fantasia. Comunque mi fa firmare la denuncia e mi promette che quel signore verrà chiamato e interrogato.

Il giorno del processo, intentato da lui contro i miei genitori per calunnia, io non riesco a spiegare la mia versione dei fatti e, singhiozzando, chiedo scusa, nella speranza che i miei genitori vengano prosciolti dall’accusa. Invece, le mie parole danno ai giudici la conferma che avevo mentito e perciò condannano mio padre a un risarcimento in denaro, che lui, chiaramente, non ha. È per questo che ci pignorano la casa e l’automobile. Mio padre è distrutto e mi guarda con risentimento.

indexCosì, con sollievo accolgo l’invito di una lontana parente di andare a vivere in casa sua, non proprio come una figlia, ma quasi come una cameriera tuttofare. Non è il massimo, ma pur di lasciare la mia famiglia e quel maledetto paese che mi ha disonorata,  sono disposta a tutto!
Per ironia della sorte, quella città è proprio la Torino degli anni Sessanta, quella che io, nella vita precedente, avevo profondamente odiato. Rivedo la mia scuola, incontro i miei ex compagni, ma nessuno mi conosce: in questa città mi sento ancora più estranea di quando vivevo l’altra vita.
Un giorno la mia cara zia mi dice che non può più tenermi in casa e mi porta in un convento di suore. Qui è ancora peggio: ho il permesso di andare a scuola al mattino, ma devo fare vita monacale per tutto il resto della giornata, non posso frequentare coetanei, non posso andare al cinema e nemmeno in biblioteca.

A poco a poco smetto di mangiare e un giorno, dalla disperazione, decido di farla finita.
Scendo nel giardino del convento per buttarmi nel pozzo, ma mi trovo di nuovo davanti a una porta.
La riconosco, è la stessa che mi aveva riportato indietro. L’apro e mi ritrovo su quel letto.
Voglio alzarmi per tornare alla vita di tutti i giorni, al lavoro, alla mia casa, ma uno strano torpore m’impedisce di farlo, chiudo gli occhi e mi addormento.
Non è un sonno profondo, ma una specie di dormiveglia. Vedo delle persone accanto a me, ma non riesco a parlare. Un uomo mi scuote e mi parla in una lingua sconosciuta. Io non capisco, ma non riesco ad aprire la bocca per dirglielo.
Mi guarda con dolcezza e mi accarezza una guancia.
Un leggero scossone mi fa sobbalzare.
- Ma quanto dormi! Su, alzati! Siamo arrivati!
- E gli altri? Che fine hanno fatto?
- Sono già tutti scesi! È da un bel po’ che cercavo di dirtelo, ma dormivi così beatamente!
- Già, dormivo così beatamente!
Quella porta era dentro di me: finalmente l’avevo varcata e i fantasmi del passato scompaiono.

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