Il tempo come mestiere del vivere

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Può il tempo lasciare delle tracce? O si muove silenzioso e serpentino alle nostre spalle? Ci si rende conto dei segni lasciati dal suo passaggio abbastanza in fretta o solo più tardi, passando per caso davanti allo specchio, scoprendoci d’improvviso fiacchi, appesantiti ma anche diversi? Solleviamo i palmi delle mani e li troviamo arrossati, callosi, indaghiamo il viso e ci pare più stanco, scavato, ma in quella conformità un qualche cosa di diverso serpeggia, si insinua.

Diverso è infatti il nostro sguardo, il modo in cui rispondiamo a una violenza, la stanchezza con cui lasciamo cadere i dialoghi inutili, fittizi, le superficialità più stucchevoli e indolenti, la sfrontatezza con cui reagiamo alle offese…Sono, questi, tutti piccoli, quasi inavvertiti, ma significativi cambiamenti che è il tempo a sedimentare: li sedimenta dentro di noi, li instilla e semina poco per volta, li annaffia quotidianamente, senza che noi ce ne accorgiamo. Poiché ha, il tempo, la grazia sottile e quasi timida delle stagioni, che avanzano lentamente e senza arroganza, che non hanno fretta ma sono garbatamente ostinate: si adattano infatti ai giorni, alle temperature, agli sbalzi termici, ai cambiamenti meteorologici, alle rotte di vento caldo, di vento freddo…

old-man-portrait-blackwhiteSicché ecco: un giorno ci si sveglia e ci si scopre nuovi; siamo ancora noi, certo, ma il nostro viso, le nostre mani, i nostri sguardi ci parlano d’un luccicore diverso, ci restituiscono il sospetto, vago ma diffuso, che la persona che abbiamo davanti allo specchio siamo, sì, noi, ma al tempo stesso un estraneo, un’estranea. E poiché l’occhio coglie solo rapidamente e distrattamente queste sfumature di cambiamento, così come le nota, in fretta le perde, le dimentica: la nostra immagine, il nostro riflesso, che per un attimo ci ha raccontato un noi autentico, diverso, forse persino più maturo, torna ad appiattirsi alle solite forme, alle solite rughe. Riconosciamo solo qualche linea più pesante e appassita intorno alle labbra, sopra la fronte, sotto gli occhi. I cambiamenti più sottili non riusciamo a coglierli – forse nemmeno vogliamo. E il tempo continua la sua missione e il suo peregrinare e trasformare dentro di noi, nel nostro corpo, nel nostro sangue, fin dentro le ossa. Implacabile, costante e paziente.

È dunque al tempo che è affidato il compito di curare e di cambiare. È ad esso che sono affidate quelle funzioni palliative e taumaturgiche: con colpi di spugna e di balsamo, il tempo lava via le incrostazioni delle nostre delusioni dalla pelle, purifica dai dolori subiti, patiti, scioglie le malinconie dal cuore, cicatrizza le ferite rimaste scoperte. Siamo noi a non riconoscerne gli effetti. Abituati come siamo a prestarci alla frenesia del vivere quotidiano, esecriamo la lentezza del tempo (quando ad esempio proviamo sentimenti di noia, pigrizia o malessere) o la sua implacabile e impietosa rapidità (quando siamo invece piacevolmente coinvolti in qualcosa) e non vediamo gli insegnamenti impliciti che esso stesso ci offre: nel suo scandire inesorabilmente i secondi, i minuti, le ore, in questo (quasi) ansiogeno misurare gli istanti e rubarci il fiato approssimandoci alla e ricordandoci la fine, disdegniamo il valore di un concetto astratto ma vivido più che mai.

bungeeIl tempo non ha infatti la facoltà di togliere, ma paradossalmente di aggiungere, di valorizzare l’hinc et nunc, di fare di ogni secondo non tanto una perdita, quanto una conquista che appartiene a noi e noi soltanto e che non è mai sprecata: perché quel secondo è impiegato dal tempo per compiere la nostra rivoluzione, per attuare la nostra metamorfosi, per sanare le ferite di guerra che ancora non siamo in grado di riconoscere in noi stessi. Sono secondi, minuti, ore offertici pet sperimentare, capire, scoprire e scoprirci: dunque per imparare. Imparare a non trattenere e a non aggrapparsi ai macigni più pesanti, a fare di ogni giorno e di ogni incontro un viaggio e una opportunità, a sciogliere dal cuore i fardelli più dolenti e dalla mente i pensieri più gravosi per vivere liberamente. È il tempo a farsi allora madre e padre della nostra crescita interiore. E noi possiamo guadagnarcelo e renderlo produttivo agendo attivamente: scendendo per strada, dialogando con le persone, lasciandoci stupire dalle cose, dal mondo, leggendo un buon libro, imparando anche ad ama-re, in quanto, come dice Pennac, “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”: concedendoci, cioè, la gioia di vivere e di essere vivi. Ecco qual è allora il vero ruolo del tempo: è dunque quello di insegnare al dovere e al mestiere della vita e del vivere umano.

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