“Ho fame!”

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Storie del mondo maschile Francesco Piccolo (Il caimano, Habemus papam, L’amica geniale) racconta che a tredici anni venne lasciato dalla sua compagna di classe di cui era perdutamente innamorato. Dopo una tragica discussione con lei in un parco pubblico di Caserta, il piccolo Francesco (chiedo perdono per l’orribile calembour) si accascia sulla panchina e comincia a piangere, naturalmente in silenzio, che non sia mai che un maschio mostri i suoi sentimenti. Sarebbe preso in giro dai suoi compagni fino alla fine dei suoi giorni. Con l’idea che il mondo sia per sempre finito, passa un’intera mattina a singhiozzare, sprofondando in una cupa depressione fatta di isolamento, autoflagellazione e soffocante privazione di qualunque speranza. Finché non scocca l’una. Francesco ha fame.

Magicamente ogni dolore viene riassorbito dal bisogno primario del cibo, nutrimento dei muscoli, della pompa del cuore e dell’organo più prezioso per un maschio. Che non è il cervello. 

La copertina del libro di Francesco Piccolo.

La copertina del libro di Francesco Piccolo.

Mi sono ritrovato in tante pagine de “L’animale che mi porto dentro”, l’autobiografia confessione di Francesco Piccolo che, per quanto ne so, rappresenta il più illuminante, dettagliato e sconvolgente panorama sulla nostra mente maschile, soprattutto di quella di un certo tipo di uomo del mezzogiorno.

Ho rivisto in queste pagine i miei bisogni primari, che soffocano l’espressione dei sentimenti, i desideri repressi, la rabbia, la corazza che sotto una superficie di educazione, di civiltà e, a volte, anche si apparente empatia, chiude e filtra ogni possibilità di soffrire veramente.

Ma siamo davvero così? Siamo nati per essere rozzi, violenti, perennemente guidati dal sussurro del branco per cui devi dimostrarti uomo in ogni circostanza? E’ davvero la natura, l’animale che ci portiamo dentro, ciò che ci spinge a spogliare ogni creatura femminile con gli occhi, per cercare di individuare, anche nella donna più scafata, quello spiraglio da cui far partire la seduzione, uno sguardo imbarazzato, un’occhiata più lunga di 0,1 secondi, oppure una gamba che si accavalla in modo malizioso, insomma il pertugio entro il quale lasciare a briglia sciolta il guerriero, perché, come si dice, ogni lasciata è persa ed ogni donna, in fondo, è una puttana che aspetta solo il momento giusto per togliersi le mutandine e lanciarsi contro il maschio provocatore.

Francesco Piccolo con sua moglie Gabriella D'Angelo.

Francesco Piccolo con sua moglie Gabriella D’Angelo.

Siamo così e saremo sempre così? Anche nell’epoca in cui le donne (almeno una buona parte di loro) non accettano più questo tipo di maschio monotematico?

Questo è il mondo maschile descritto da Piccolo. Vero, per certi aspetti, inquietante. Perché rassegnato ad una realtà da cui non si può sfuggire, come se l’essere maschio fosse una condanna. C’è molto fatalismo meridionale, sicuramente una sincerità a tratti disarmante, spesso narcisistica ma mai banale.

Essendo nato e cresciuto poco più a nord e con meno di un lustro di differenza, molte delle sue esperienze mi sono terribilmente familiari. Il maschio nasce con certi ormoni e certe pulsioni ma la sua psicologia viene lentamente ed inesorabilmente plasmata da meccanismi sociali di cooptazione: i grandi del gruppo iniziano i più piccoli al culto di guardare passare le ragazze, i fratelli maggiori e i padri. E poi, per chi è nato intorno agli anni sessanta, i film semierotici con Laura Antonelli, Edvige Fenech. Gloria Guida. Ornella Muti.

Non ho mai davvero riflettuto su che tipo di immagine della donna proiettassero queste commedie scollacciate ma apparentemente leggere. La dottoressa al servizio militare, la cameriera maliziosa, la vicina conturbante che si spoglia alla finestra, donne pronte a lasciarsi sedurre, spogliare e farsi toccare, con una battuta, le donne facili che poi vorresti incontrare per strada, in una realtà molto meno fantasiosa.

Piccolo va ad indagare qualcosa che non credo che nessuno sia mai riuscito a spiegare con tanta profondità: il richiamo selvatico del branco. Quel bisogno ancestrale di essere accettati, di essere come gli altri. L’animale che noi maschi ci portiamo dentro, secondo Piccolo, non è il nostro io interiore, il nucleo germinale della nostra perenne fame di sesso, ma un coro di voci, come se un collettivo di ultras si fosse permanentemente insediato dentro la nostra testa. Queste voci che abbiamo nella testa sono quelle che ci costringono a guardare ogni donna con gli occhi di un predatore, anche se siamo perfettamente coscienti, razionali, educati.

Cosa siamo? Essere razionali o animali?

Edwige Fenech ed Alvaro Vitali in una grande epopea.

Edwige Fenech ed Alvaro Vitali in una grande epopea.

Mi chiedo quanti tra noi maschi abbiano il coraggio di confessare le loro presunzioni di potenza, come ha fatto Piccolo, ma soprattutto le loro invisibili debolezze. Ci sono verità che ci teniamo dentro, qualche volta le nascondiamo dietro battutacce, perché non riusciamo a confessare neppure al migliore degli amici.  Un amico mi disse che non provava più lo stesso desiderio sessuale da anni ma si sarebbe fatto lapidare prima di confessarlo in gruppo. Un altro amico con cui si è creato un alto livello di confidenza riesce a raccontarmi di momenti difficili, quasi sussurrando, e solo perché sa che non lo prenderei in giro. Ci siamo a volte ritrovati a parlare di sentimenti, di donne perdute, di aver taciuto quando avremmo dovuto parlare, di quella notte che proprio non ne avevamo voglia e non potevamo sfigurare. Ci facciamo tante domande sulle donne, ma ne facciamo poche su di noi.

Io non credo al fatalismo di Piccolo che, a mio parere, ha deciso di giustificare se stesso per obbedire al volere superiore della natura maschile. La nostra natura individuale è infinitamente più complessa e sofisticata di questi schemi con cui si vorrebbe ridurre tutto ad etichette da appiccicarci: maschio alfa,  maschio alfetta, maschio alfasud…

Chissà che non sia giunto il momento di far tacere il branco e di parlare tra uomini. Non a base di grugniti e di battute da caserma, ma di parole chiare e senza timori.

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