Conosciamo i Panta band

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Tra le band emergenti ce n’è una che rincorro da un po’ e che sta facendo tanto parlare di sé, “Panta band”, formata da quattro giovani ragazzi romani Giulio Pantalei frontman e voce (che ci tengo a ringraziare anche qui), Riccardo Bala alla batteria, Davide Panetta al basso, e Giordano Nardecchia alla chitarra.
Dovevano essere ospiti della mia trasmissione in radio, ma poi tutto è saltato, e li ho beccati per caso adesso che Giulio è a Londra. Il loro genere, come loro stessi preciseranno nel corso di questa intervista si riconosce nell’indie, ma non si ferma lì, nonostante la giovane età sono tutti appassionati di musica rock (e questo ci piace moltissimo).
Hanno all’attivo un album, e in uscita un secondo, registrato niente poco di meno che all’Abbey Roads Institute di Londra.
Trovate i loro lavori su qualsiasi store digitale, ascoltateli e fateci sapere.
Inoltre, potrete seguirli sui loro canali social, cliccando qui https://www.facebook.com/pantabandofficial/
Non potevo lasciarmeli scappare ancora, poi diventeranno famosi e come li raggiungerò più? Quindi, ecco, solo per voi, una bella intervista piena.

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Salve ragazzi, felicissima di avervi qui, parlateci un po’ di voi. Raccontateci di voi.
Rick: Vorrei saperlo anch’io chi sono. Pare che il mio nome sia Riccardo; nei Panta suono la batteria, adoro la radio, la cucina romana, fare esercizio fisico, l’umorismo e le situazioni surreali.
Davide: Ciao, mi chiamo Davide e sono il bassista dei Panta. Oltre a suonare il basso, sono anche scrittore, amo follemente il cinema (in particolare quello Horror) e sono un grande appassionato di videogiochi. Sì, insomma un nerd sotto mentite spoglie!
Giulio: Io sono il cantante e il chitarrista, Giulio. Le mie passioni più grandi sono il Rock’n’Roll, la letteratura, l’attivismo e la meditazione trascendentale, che pratico ogni giorno da 4 anni (più o meno da quando è nata la band) e che mi ha completamente cambiato la vita. Al momento studio tra Roma e Cambridge, suono nei Panta tra Italia e Inghilterra, ripudio chiunque voglia alzare muri e scrivo i testi del prossimo disco.
Giordano: Io sono Giordano. Sarei originariamente bassista e questa è infatti la mia prima esperienza da chitarrista – sì, una prima esperienza, non è meraviglioso? Oltre alla musica ho fatto un po’ di tutto: ho lavorato come giornalista, come archivista, come studioso di Marx (!), attualmente insegno nei corsi pomeridiani a scuola. Speravo che la musica potesse finalmente essere per me la saletta del dopolavoro con gli amici e invece niente, la chiamata di Giulio mi costringe a continuare a fare sul serio.

Quando è nata la vostra passione per la musica, sui banchi di scuola, o eravate più grandicelli?
Come definireste il vostro genere e la vostra band?
Giulio: Io, devo dire, grazie a mio papà, che fin da bambino mi ha cresciuto con Beatles, Pink Floyd, Clapton, U2 e la storia della musica, compresa tanta musica classica. Se ti dovessi dire un evento, ricordo questa cassetta di “Be Here Now” degli Oasis originale del ’96 in macchina tipo come il primo momento in cui coscientemente ho ascoltato musica e ho capito che era la cosa che mi faceva stare più bene al mondo. Avevo 6 anni, ne son passati più di venti, ma la mia idea al riguardo non è cambiata: la musica è la cosa che più mi fa stare bene al mondo. Per questo motivo, come genere ti direi che siamo un gruppo Rock, nell’accezione più ampia del termine; siamo nati con echi più Alternative e New Wave, ma direi che la direzione verso cui andiamo è quella di inglobare tutte le venature e fare puro Rock’n’Roll, con un’attitudine sempre Indie per come lo intendiamo noi.
Rick: La musica mi ha accompagnato da sempre, a quattro anni mi sono costruito una batteria finta ed ascoltavo Michael Jackson tutti i pomeriggi. 3) “Indie Rock”, è la definizione più semplice per far capire rapidamente di cosa si tratta.
Davide: Facendo parte di una famiglia in larga parte composta da musicisti, è stato davvero facile per me stare a contatto con la musica fin da bambino. Ricordo ancora le passeggiate in macchina con mio padre mentre provava (con successo come si sarebbe poi visto) a condurmi verso la retta via facendomi ascoltare i Deep Purple, i Pink Floyd e gli Eagles! Quindi sì, la musica è entrata a far parte della mia vita fin da subito!
Sul genere direi Rock. Nel senso più generico e accogliente del termine. Oggi si tende ad etichettare tutto perché c’è questa necessità di affibbiare a forza un concetto a una moda precisa, quando fare rock significa semplicemente fare rock, non c’è molto altro da dire. Rock è divertimento, sperimentazione, ma è soprattutto coerenza in quello che si fa. E io credo che sia proprio quello che ci identifica come band!
Giordano: Quando avevo un anno mio padre ascoltava Frank Zappa in continuazione. Mia madre negli anni ’60 aveva una Eko Ranger a 12 corde, parcheggiata poi in soffitta fino a quando non ci misi le mani a 8-9 anni nonostante fosse in condizioni quasi irrecuperabili. Dico quasi perché recentemente l’ho resa suonabile con l’aiuto di un amico falegname – il liutaio e persino mia madre erano per buttarla ma non gliel’ho permesso. A casa avevamo un pianoforte, anche un sassofono ma non lo sapeva suonare nessuno. La batteria finta per bambini credo di averla rotta quando avevo 4, o 5 anni. Ho risposto alla domanda? (Per noi sei stato più che esaustivo, Giordano.)

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Quali sono i gruppi, gli artisti, i musicisti, che fungono da fonte d’ispirazione?
Davide: Come bassista negli anni sono stato influenzato da musicisti molto diversi fra loro, come Flea dei Red Hot, Chris Wolstenholme dei Muse, Justin Canchellor dei Tool, e dai grandi bassisti della new wave come John Taylor dei Duran Duran e Peter Hook dei Joy Division. Chi tra tutti ha avuto un enorme peso sul mio modo di suonare e sul mio stile è però Simon Gallup dei The Cure, a cui va il mio estremo riconoscimento e la mia profonda stima per avermi fatto innamorare del basso elettrico!
Giulio: Io avrei una lista lunghissima, ma ti posso dire che quelli più persistenti nel tempo sono sempre una linea “60/”70 con Beatles, Pink Floyd, Hendrix, Bowie, Cream, Who, Velvet e Led Zeppelin, una linea “80 con Depeche, Smiths, Cure, Joy Division, Nick Cave, Tears for Fears, CCCP e Litfiba, una linea “90/”00 (quella in cui sono nato e cresciuto) con Oasis, Nirvana, Red Hot, Verve, Suede, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, Interpol ed Editors. Il mio artista di riferimento in assoluto, nell’ottica che abbraccia tutto, è David Lynch.
Rick: Non sono un “fanboy” con degli idoli particolari, la lista di musicisti incredibili sarebbe lunghissima; io mi ispiro centrifugando i miei ascolti dal rock (in ogni sfaccettatura) al fusion e qualcosa poi esce sempre.
Giordano: Il Frank Zappa di prima, mio riferimento principale da quando ero piccolo. Ho cambiato modo di ascoltare la musica mille volte, ma continuo a considerarlo insuperabile. A 14 anni rimasi folgorato dai Peppers e capii che dovevo suonare il basso. A 18 anni ho scoperto gli Skiantos e da quel giorno non sono mai più riuscito a scrivere le canzoncine pop senza riderne. E molto altro ancora, è un processo che non credo di avere il potere di interrompere.

Raccontateci com’è nata la vostra amicizia con Carlo Verdone…
Giulio: È una cosa che riguarda me principalmente diciamo, quindi rispondo io. – prego, Giulio, il palco è tutto tuo – Ho il piacere e l’onore di conoscere Carlo e Paolo, suo figlio, praticamente da dieci anni ormai, e ci siamo conosciuti davvero sotto il segno del Rock e della letteratura. Era un giorno in cui suonavo in una lezione/concerto a Roma Tre, l’università che frequentavo, e lì ho conosciuto Paolo: rimanemmo colpiti sia dalla passione che dalla formazione comune sulla chitarra rock/blues (che anche lui suonava e con grande talento, da mancino come Hendrix!), sia da un amore genuino per la letteratura e per l’arte in generale come visione del mondo; così come con Carlo, che è uno dei più grandi “cultori di cultura” che abbia mai conosciuto. Da lì ci sono state tante occasioni per suonare insieme, Carlo alla batteria, Paolo e io alla chitarra, e nel 2016 hanno realizzato la prefazione per il mio libro “Poesia in forma di Rock”, che per me è sempre un privilegio immenso. Sapere di avere la loro stima come musicista e come persona è una costante fonte di ispirazione.

Mi farebbe molto piacere leggere il tuo libro, Giulio. E questa storia che coinvolge gli Arctic Monkeys?
Com’è stato interagire con loro?
Giulio: Ahahah una storia davvero incredibile e si ricollega alla precedente domanda in qualche modo. Ad inizio novembre proprio Carlo (Verdone, ndr) è venuto a Oxford invitato per un riconoscimento dell’Italian Society e mi ha chiamato al suo fianco: è stata una serata meravigliosa, con proiezione di un film e Q&A seguente, un trionfo – cose che in Inghilterra non si vedono spesso per artisti italiani -, Carlo mi ha anche invitato ad intervenire accanto a lui ed è stata un’emozione. Grazie a tutto questo, l’indomani mattina, dopo una lunga storia di hotel che taglio, ho potuto conoscere di persona a Londra gli Arctic Monkeys, che sono tra i miei miti assoluti. Sono stati molto simpatici e disponibili, gli ho detto che avevo una band in Italia e che loro erano una delle nostre principali ispirazioni. C’erano Alex Turner, il cantante, e Matt Helders, il batterista. Quando Alex Turner mi ha chiesto quale fosse il nome della band e ha ripetuto col suo accento da crooner il nome Panta, ho sentito il karma venirmi incontro e dirmi: “Vedi, dovevi fare tutti questi passaggi come i pezzi di un puzzle per ritrovarti qui, ora”. In quei momenti, capisci che in realtà la fortuna non esiste, esiste come una sorta di filo rosso del destino che, se hai la costanza di seguire, fa accadere delle cose.

Giulio, cosa fai a Londra?
Giordano: Lo so io che fa… - Giordano, dillo anche a noi!!! -
Giulio: Ahahaha eh, amico mio, magari fossero i 60s. Sto facendo a Cambridge parte del mio dottorato in Letteratura e, contemporaneamente, notizia di questi giorni per celebrare 4 anni di Panta, stiamo registrando nuovo materiale ad Abbey Road Institute a Londra, il vivaio degli Studios orientato proprio ai giovani talenti, una cosa che ancora devo realizzare, nel posto dove è nata buona parte della musica e che più amiamo al mondo. Lo studio più impressionante che abbia mai visto, per mille motivi. Da bambino pensavo che già sarebbe stato tanto andare a farsi la foto sulle strisce pedonali lì, figurarsi ora a poter registrare la musica dei Panta in QUEL luogo. Quello che sto imparando tra Cambridge e Londra è anche aprire realmente tutti i miei orizzonti, confrontandomi con persone e con culture provenienti da tutto il mondo, una ricchezza costante e quotidiana, che davvero mi sta emancipando per certi versi dal provincialismo di tanta parte della scena musicale che frequento a Roma, convinta che quello che accade nella serata calderone a dieci minuti da casa sua sia rilevante per i destini dell’umanità. “Don’t believe the hype”, diceva qualcuno.

Progetti futuri? (Concerti, incontri, nuovi album…)
Giulio: Parecchi. Uno è questo di Abbey Road, ed è quello su cui ci stiamo concentrando di più al momento nell’ottica di un secondo album che non vediamo l’ora di far uscire. Abbiamo tanto materiale e siamo nella fase delle preproduzioni di buona parte dei nuovi brani. Detto questo, l’8 Dicembre saremo a “Più Libri Più Liberi” a Roma, alla Nuvola, per due super eventi: primo per la presentazone di “Twinology”, di Marco Zoppas, che dentro ha una mia intervista; la seconda, live con chitarra ed effettistica, per sonorizzare la presentazione del nuovo libro di Guy Chiappaventi del tg La7. Il 16 saremo live a Cassino per l’AntiContemporaneo Festival e dopo ci rimetteremo in studio tra Italia e Inghilterra.

Sareste felici se una vostra canzone venisse utilizzata come colonna sonora per qualche film?
Rick: Certo, nello specifico vorrei che una nostra canzone fosse utilizzata in una scena in cui Steven Seagal fa a pugni, ma mi accontenterei anche se fosse inserita in un film di Steven Spielberg.
Giordano: I Goblin fecero il salto così, chissà che un Dario Argento dei giorni nostri non ci prenda in simpatia. Penso al rapporto Argento-Goblin perché è stata una bella storia di arricchimento reciproco tra i film e le colonne sonore, come Fellini-Rota o come Leone-Morricone.
Giulio: Assolutamente sì. Il sodalizio tra Wim Wenders e gli U2, ad esempio, credo sia tra le mie cose preferite di questo pianeta. O basti pensare a Zabriskie Point con Antonioni – Pink Floyd. Sarebbe bello fare qualcosa così con un regista sperimentale, psichedelico e con un occhio originale sulla realtà di oggi.

C’è qualcosa di cui avreste voluto proprio parlarmi e non vi ho chiesto? Se sì, parlatene.
Rick: Davide è stato campione europeo di Tekken 3, la prossima volta organizziamo un torneo.
Giulio: Che stai pensando in questo preciso momento, mentre fai l’intervista? Sto pensando a un’immagine che chiude un sonetto in cui la personificazione di Amore, che vedo come una statua di una tomba monumentale a Staglieno, tiene in braccio Beatrice che dorme nuda avvolta in un drappo per me di velluto rosso. Amore la sveglia e lei inizia a mangiare il cuore di colui che la ama. La statua si anima, prende vita e se ne va, portandosela con sé. – Abbiamo capito che cosa stai facendo a Londra… -
Giordano: Quest’anno ricade il ventennale di Io sono Francesco di Tricarico, l’unica canzone che mi abbia mai fatto piangere, per cui se qualcuno vuole festeggiare mi chiami pure.

Grazie mille, ragazzi, è stato un piacere avervi come miei ospiti, seguirò tutti i vostri lavori e tornerò a parlare di voi. Spero di ascoltarvi presto live.

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Chi lo ha scritto

Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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