2009 – 2019, dieci di musica da qui

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“I know no matter what I say (Saint Cecilia) / days will come and go / no matter what I say / nothing’s set in stone / no matter what I say / days go by” (Saint Cecilia, Foo Fighters, 23 novembre 2015)

 

Durante la notte tra il 17 e il 18 maggio 2017 qualcosa cambia, Chris Cornell ci lascia. Avevo avuto l’incredibile fortuna di ascoltarlo appena un anno prima, il 18 aprile 2016, a Roma durante il suo tour solista “Higher Truth”, e ancora, nel giugno del 2012, a Milano durante la prima data italiana dei Soundgarden riuniti dopo 12 anni di silenzio. Ognuno ha i propri personali riferimenti, i suoi “idoli”, e tra i miei c’era lui. Ognuno sceglie i suoi, e molti di voi in questo decennio avranno pianto lacrime amare: Whitney Houston, Amy Winehouse, Leonard Cohen, Prince, George Michael, Scott Weiland, Chester Bennington, Al Jarreau, Dolores O’ Riordan, Lucio Dalla, David Bowie, Joe Cocker, B.B. King [ad lib]

Personaggi diversi, età differenti, dipartite che segnano una mancanza; volti, voci che ci accompagnano nella quotidianità, che scegliamo di avere accanto mentre scorrono i nostri giorni di felicità e paure. Un decennio di artisti scomparsi inaugurato dalla perdita di Mario Magnotta nel gennaio del 2009. Era forse prevedibile che sarebbero state bestemmie. Da qualche anno già si andava affermando il potere del social, la diffusione capillare della tecnologia digitale, la possibilità di compiere azioni che avrebbero richiesto dedizione e tempo realizzate in pochi istanti. Un mondo in cui scomparire (per qualche ora) diventa impossibile, si entra in un sistema sociale che incentiva l’apparire come fonte di coinvolgimento e commercializzazione di… di… non so, lo chiamiamo l’internet delle cose perché non sappiamo quali e non sussiste interesse a una definizione più dettagliata. Il fulcro è il movimento, lo scorrere continuo di energie su una superficie svuotata di contenuto. Corrono veloci le parole, le immagini, le note, alla fine pure le emozioni. La cultura diviene talmente fluida da risultare impalpabile, prendono piede generi musicali che un tempo sarebbero stati derisi per le loro caratteristiche stranianti, canzoni che colpiscono velocemente e altrettanto velocemente vengono dimenticate. Un decennio di pattinaggio culturale, tra piroette e abiti scintillanti, con classifiche di ascolti dominate da concorrenti televisivi e adolescenze trappiste analcoliche: tre note, due accordi, bassi che pompano, soldi, insulti q.b., iDellecose. La complessità è data dal linguaggio utilizzato, dalla confusione di dialetto, italiano e inglese in un’unica soluzione a basso costo.

Cosa succede quando la contemporaneità decade? È al passato che gli insoddisfatti si rivolgono. Questo l’industria lo sa, l’industria musicale lo sa meglio. Token, secondary ticketing, sorprendenti reunion e infiniti tour di addio è ciò che ricorderemo degli ultimi anni. Persone anziane, musicisti sfiniti, si cimentano in logoranti tour mondiali, si sottopongono a strazianti pratiche come quelle del meet and greet, assecondano esorbitanti costi di biglietti, si rendono protagonisti di improbabili ricongiungimenti artistici dopo liti durate decenni, oppure tornano sul palco con sostituti bravissimi e pur sempre sostituti, come gli Alice in Chains o i Queen. Solo i Led Zeppelin e Mina paiono resistere, e a loro va il nostro grazie perché ci ricordano che esiste un limite anche nell’Olimpo. Ma l’industria della musica non sopravvive con l’arte (a quanto pare nemmeno con le vendite di dischi) per cui è dai concerti che cerca di trarre i maggiori benefici economici spremendo generazioni di nostalgici come la mia. E noi, con i nostri riflessi pavloviani, assecondiamo puntualmente un sistema che funziona, finché funziona, con la consapevolezza di aver ascoltato dal vivo i migliori del nostro personale panorama musicale. Quelli ancora in qualche modo in vita.

Ci piace lasciar correre questo sfruttamento perché reagire costa energia, serve concentrazione, richiede tempo, e noi non ne abbiamo. Ci lasciamo conquistare dalla partecipazione a qualcosa che ricordiamo prezioso, ma non desideriamo pensare cosa stiamo esattamente pagando. Non abbiamo tempo e non ne abbiamo nemmeno per andare a sostenere le piccole realtà del territorio, quei musicisti che ancora si cimentano con le difficoltà di suonare in piccoli locali della città di appartenenza. Non abbiamo tempo perché questi musicisti non sono famosi come quegli altri a cui lasciamo i nostri stipendi, non hanno i musicisti del territorio il calibro dei nostri miti, a volte non hanno nemmeno quel minimo talento per salire su un palco, ma a loro non importa perché si divertono ed è abbastanza. Credo dovremmo farne degli eroi, ultimi baluardi di una sana resistenza a un sistema sempre più asettico, ripulito e reso digeribile, perfetto per chiunque, dal borghese piccolo piccolo all’aspirante gangster di periferia.

Proprio all’interno di questo scenario, un po’ per caso, nel 2015 nasce un interessante fenomeno inizialmente italiano, ora internazionale: il Rockin’1000. Rappresenta un caso particolare del fare e ascoltare musica in Italia. È contemporaneamente figlio dell’industria musicale, token e merchandise annessi, e di una stimolante variegata comunità di musicisti “a cui non importa, perché si divertono, ed è abbastanza” (cit.). Uno schizofrenico prodotto nato dal basso, composto da centinaia di individui che trascorrono qualche ora sostituendo lo smartphone con uno strumento musicale su cui esercitarsi. Una volta l’anno questi musicisti o presunti tali (specifica necessaria per i diplomati che potrebbero risentirne date le fatiche occorse per l’agognata qualifica), coordinati da una produzione professionale, si riuniscono vivendo qualche giorno come lo farebbero i propri idoli. O forse non proprio. Vivono qualche giorno come lo avrebbero fatto i loro idoli negli anni in cui la musica dava da mangiare più che ricchezza, contatti più che gloria. Battezzati da Dave Grohl ed i Foo Fighters, i ragazzi del Rockin’1000 sono riusciti a creare un originale format che di anno in anno aumenta tanto gli aspiranti musicisti che il pubblico partecipante, mentre in Europa si cominciano a contare gli emuli. Dove le novità proposte non rappresentano più gli individui, l’aggregazione spontanea diventa una stimolante alternativa per continuare ad amare incondizionatamente la musica. Questo almeno traspare.

Quali sono, invece, le prospettive per i prossimi dieci anni? Inventeranno delle polveri per rendere immortali i nostri artisti preferiti? Suoneremo tutti negli stadi e andremo a vedere noi stessi suonare negli stadi, mettendo da parte le individualità dello star system? Resteremo a casa indossando una tecnologia capace di restituire l’esperienza di un concerto in maniera virtuale? La musica si trasformerà a tal punto da diventare rumore bianco e ne godremo tutti? I concerti si terranno solo nei musei e le persone ci andranno solo in occasione delle iniziative statali in cui l’ingresso è gratuito? Non resta che aspettare. Per adesso ancora persiste una forte comunità in cui la musica non deve necessariamente passare attraverso uno schermo piatto, ma infiltrarsi attraverso casse indecenti e puzza di sigarette e sguardi accesi e note stonate e suole delle scarpe appiccicose per l’alcool rimasto sui pavimenti. È una buona notizia, certo. L’altro lato della medaglia è rappresentato dal fatto che non si può tornare indietro; per quanto ci appaia migliore il passato del presente, siamo costretti a procedere in avanti. La sfida è cercare di farlo nel miglior modo possibile, spendendo il nostro tempo nella profondità dei sogni che coltiviamo piuttosto che sulla loro superficie. In foto è diventato facile idealizzare se stessi, ma gli specchi ancora riflettono, con più lucidità di quanta ne sia rimasta a noi, ricordandoci chi siamo veramente.

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