Una tigre accanto

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Francisco Ruiz Moreno era andaluso e del tutto fiero di esserlo. Negli occhi aveva le conquiste dei suoi avi, tanto vento nei capelli spettinati e dei baffetti da sparviero che rendevano il suo viso, se non proprio bello, almeno interessante.

Madia Guadalupi era pugliese e l’Andalusia neanche sapeva dove fosse. Quando lo aveva conosciuto a Fasano, il posto dove era nata e da cui non si era mai allontanata, a lei pareva che la luce bianca riflessa sulle pietre e il groviglio degli ulivi fossero tutto quello che il mondo necessita. Oltre allo zoosafari, s’intende, per il quale Fasano era famosa.

«L’Andalusia si trova a sud della Spagna: è una comunità automa, sai?», cercava di spiegarle lui, perché chi è andaluso non può fare a meno d’esternare le proprie origini.

Madia lo guardava estasiata, ma avrebbe dipeso dalle sue labbra anche se le avesse letto l’elenco del telefono. A lei mancava quella cultura; le mancava il coraggio di lasciare tutto e di andarsene lontano.

«Se è per questo, qui siamo al confine fra la Terra di Bari e il Salento», si limitava a rispondere inibita, ripetendo a memoria le parole che aveva sentito pronunciare dalla cugina Maria Fontana, la quale era andata a studiare da sarta nel capoluogo pugliese. La venerazione per quella parente era aumentata negli anni, di pari passo con le volte in cui tornava al paese e raccontava quel che succedeva in città, come una finestra sul mondo. Talvolta portava a Madia delle stoffa avanzata, che la ragazza utilizzava nei modi più disparati. Altre si offriva di cucirle lei stessa qualche abito e allora la felicità di Madia raggiungeva il suo apice, potendo godere di quel poco che aveva.

Francisco era giunto in Italia due anni prima, su invito di un caro amico che possedeva un piccolo circo scalcinato. A Siviglia, dove viveva, aveva poche prospettive e si era visto costretto ad accettare. Madia all’epoca lavorava allo zoosafari, incaricata di stare alla cassa, dove strappava i biglietti ai veicoli in fila, raccomandando di chiudere bene portiere e finestrini e di non aprire mai, una volta superati i cancelli, per nessun motivo al mondo. I leoni, là dentro, quelli che si aggiravano fra stradine di polvere imbiondite da alberi d’olive, erano magri e macilenti, sfibrati da anni di una vita in cattività. Ma erano pur sempre bestie selvatiche e quindi era meglio osservare le regole.

Il giorno in cui Francisco era comparso a Fasano, insieme al suo amico, aveva chiesto del padrone. Madia lo aveva guardato negli occhi ed era arrossita. Il fascino di quell’uomo era atavico. Gli era bastato un niente per attrarla e farla sua.

Nei giorni seguenti Francisco era tornato sovente allo zoosafari, da solo, e Madia aveva scoperto che lavorava in un circo che era fermo a Brindisi. Speravano che la struttura di Fasano procurasse loro una tigre. Sebbene allo zoosafari in quel periodo non ve ne fossero (un conto era gestire un leone, ma una tigre era ben altro!), il proprietario entrò in trattative, potendo usufruire dei suoi buoni contatti.

Francisco parlava bene l’italiano, con quel suo accento irresistibile e s’intratteneva spesso con Madia, sulla porta della biglietteria, tanto che una sera l’aveva persino invitata a cena. La ragazza si era messa le scarpe buone e il vestito della domenica. Per fortuna era bella di suo e non aveva bisogno di tanti orpelli.

Durante quella cena, in un ristorantino spartano del posto, Madia aveva scoperto che Francisco era un domatore di tigri. Lavorava per quel circo che non aveva un nome famoso né altro, ma riusciva a sbarcare il lunario. Certo, era una vita impegnativa, da nomade, anche perché lui aveva un furgone tutto scassato che gli serviva da ricovero, mica una roulotte con tutti gli agi come si vede in televisione.

Madia rimase scioccata. Provava già qualcosa per quel giovane uomo e a lei una vita da zingara non sarebbe dispiaciuta. Il vero cruccio era il pericolo. Ogni sera, quell’individuo muscoloso e affascinante, che pareva avere sempre dalla sua un domani, rischiava di morire nel dare spettacolo di sé. La tigre è un animale imprevedibile, ancor più dei leoni. Madia era immersa un pochino nell’ambiente e queste cose le sapeva.

Francisco aveva l’incoscienza della gioventù e la forza della determinazione. Si vantava con lei, dicendo che le sue tigri erano femmine. Non si erano mai ribellate: in due anni di attività, nessun incidente. Lui era il maschio alpha, e loro lo sapevano. Peccato che la tigre sia un animale indipendente e che, a differenza del leone, per sopravvivere non abbia bisogno del branco.

Era l’estate del 1984 e Francisco e Madia continuarono a frequentarsi per il tempo in cui il circo rimase a Brindisi. Una delle loro tigri era morta, ma grazie al proprietario dello zoosafari riuscirono presto a rimpiazzarla con un’altra venuta da chissà dove, molto più irrequieta, a detta dello stesso Francisco. Niente comunque che non potesse essere domato.

Anche Madia, con l’andare del tempo, si chiese se pure lei poteva essere domata, da quell’Adone che ormai era diventato il suo mondo.

Per cui, quando il circo levò le tende, lei fu messa di fronte a una scelta difficile. Francisco l’avrebbe presa volentieri con sé, ma la ragazza avrebbe dovuto lasciare tutto. Il lavoro, la sua casa, la sua famiglia che, seppur povera, contava sempre di un padre e una madre che l’amavano e se ne prendevano cura. E che si opposero alla sua partenza, quando lei comunicò loro che avrebbe seguito Francisco in giro per il mondo. Ma aveva già ventiquattro anni e poteva fare della sua vita quel che voleva.

Quando l’andaluso venne a prenderla, col suo camioncino scassato, i genitori piansero lacrime amare. Per la loro figlia avevano sperato in un’esistenza tranquilla, lì a Fasano. Madia li salutò con il palmo incollato al finestrino, fino a quando il veicolo non girò l’angolo e i due vecchietti scomparvero nell’anfratto più isolato del paese.

Iniziava così la sua nuova vita con Francisco Ruiz Moreno da Siviglia, impavido domatore di tigri, che la presentò con naturalezza al resto della compagnia e la integrò in quel misto di afrore di bestia, dignità e sudore che aleggia nei luoghi dove le persone si guadagnano il pane, esibendo loro stesse davanti a un pubblico pagante.

I primi mesi furono duri. Madia si sentiva sola. Francisco era sempre indaffarato con l’addestramento e gli spettacoli, mentre lei lo aspettava nel loro furgoncino sconquassato, tentando di pulire per renderlo vivibile. La sera, poi, approfittando della sua esperienza passata, il direttore l’aveva messa alla biglietteria, una cosa che sapeva fare bene.

Ma erano le notti, il suo unico conforto. Quando Francisco tornava esausto da quegli spettacoli cui Madia si rifiutava di assistere, con l’odore della bestia ancora attaccato alla pelle e le si stringeva addosso, in quel loro letto di fortuna. Era sopra e sotto; dentro di lei e ovunque.

Più volte lei gli chiese di sposarla e di farne una donna onesta. Più volte lui rifiutò, adducendo a mille motivazioni. Finché Madia, parlando un giorno con la “donna barbuta”, non venne a sapere che in Andalusia lui era già maritato. A una chica guapa che non vedeva da anni.

Litigarono per giorni, Francisco e Madia; anzi per mesi. Lui le assicurò che quella moglie non avrebbe tolto nulla a lei, né alla nuova vita che avevano intrapreso insieme in Italia.

Andarono ovunque, col circo: Napoli, Roma, Firenze, Torino, Genova. Madia ebbe modo così di viaggiare, ma a che prezzo?

Il camioncino diventò presto una piccola roulotte; mentre il suo lavoro alla biglietteria si fece indispensabile, poiché si ammalò e poi morì la moglie del direttore.

Una notte Francisco rientrò ferito. Uno squarcio si allargava sul suo petto; una raggiera sulla camicia chiara e strappata, simile a una rosa di colore vermiglio. Madia si spaventò moltissimo. Lo portò all’ospedale più vicino, affinché venisse medicato e curato. Ma lui minimizzò l’accaduto. Erano cose che potevano succedere, si limitò a dire.

Da quel giorno Madia non si sentì più invincibile, chiusa nella bolla serrata del loro amore. Anzi, iniziò a vedere la pericolosità della loro vita; le troppe rinunce a cui stava andando incontro.

Parlò con Francisco in una sera che non c’era spettacolo. Sulla verandina della loro roulotte, dopo la cena, gli chiese di divorziare da quella donna andalusa e di sposare lei. Gli disse che lo amava e che non ce la faceva più a vederlo rischiare la pelle ogni giorno.

Lui, di rimando, per nulla impressionato dalle sue richieste, le rispose che quella era la sua vita. Che non sapeva fare altro. Dove sarebbero andati a mangiare, loro due? E poi, che fastidio le dava quella moglie a Siviglia, incontrata fanciulla, che lui non vedeva praticamente mai?

Furono giorni di pena e sconforto. Madia si rese conto di essersi innamorata di un sogno. Di avere idealizzato Francisco e desiderato una nuova vita all’insegna dell’avventura. Non amava Francisco. Almeno, non per quello che lui era realmente, dato che non ne condivideva le scelte.

Lo lasciò in una notte di luna piena. Era il 5 luglio 1986. Il circo era tornato nei pressi di Brindisi, dove tutto era cominciato e Madia, con la coda fra le gambe e una valigia piena di stracci, si era fatta venire a prendere da suo padre. Che l’abbracciò piangendo e non le disse niente, nemmeno quando lei salì in auto. Non una parola, quasi non fosse mai andata via da Fasano e dalla loro casa. Il tutto mentre Francisco Ruiz Moreno, ignaro, stava probabilmente introducendo la sua testa scompigliata fra le fauci della tigre più mansueta.

Lui non la cercò, perché si era reso conto che da troppo tempo lei aveva perso la leggerezza. E che alle sue richieste non avrebbe potuto far fronte.

In seguito Madia venne assunta a Bari, dalla cugina sarta Maria Fontana, che aveva sposato il figlio del padrone e in quell’atelier poteva offrirle un buon lavoro.

Mentre guardava il telegiornale, nel suo nuovo appartamento, Madia venne a sapere di una tragedia che aveva colpito un piccolo circo nei pressi di Senigallia. Una tigre aveva aggredito il domatore, uccidendolo. Il video passato in rete era cruento: le enormi zampe del felino, in primo piano, le stesse che poco prima avevano maciullato quel corpo inerme, occultato sullo sfondo, portandolo in giro per la gabbia come fosse un fantoccio.

Alzati, ti prego… scongiurò.

E per un lampo ci credette, alla forza miracolosa dell’amore.

Ma Francisco Ruiz Moreno, il grande domatore andaluso, rimase a terra. Gli occhi gialli e le zanne sporgenti e insanguinate dell’animale a ricordare alla nuova sartina che là, con lui nella polvere, erano rimasti i suoi sogni.

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Chi lo ha scritto

Cristina Biolcati

Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

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