Due pedali tanzani

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Ci sono due stagioni in Tanzania: quella calda e quella caldo-umida. Questa mattina siamo in quella ventosa-umida. Su Dar es Salaam si è abbattuta una tempesta di acqua e vento che ha trasformato questa simpatica metropoli africana 7 gradi a sud dell’equatore in una succursale della Cornovaglia. Gli dei della tempesta stanno lanciando piscine olimpiche sulla terra con un certo piacere.

Avevo un pensiero stupendo. Un sabato mattina di libertà per scappare dai tubi di scappamento e dalla spesa nel supermercato degli indiani. Libertà uguale bicicletta. Bicicletta uguale destinazione esotica uguale spiaggia al mare con onde bianche e spiagge deserte.

Se piove sono dolori... Lungo la strada principale di Kigamboni, il quartiere a sud di Dar es Salaam.

Se piove sono dolori… Lungo la strada principale di Kigamboni, il quartiere a sud di Dar es Salaam.

Nel frattempo, diluvia. Santa Madre dei Temporali. Sono ad appena due chilometri da casa, al riparo sotto un tetto pericolosamente pericolante e vestito incongruamente come un pinguino a Ladispoli, ovvero con pantaloncino imbottito da ciclista, maglietta tecnica e fantasmino giallo. I tanzani sotto la tettoia mi osservano nel loro modo abituale: con un sorriso che sa di compassione per il comune destino e un pollice in sù. In fondo la pioggia è cosa buona e santa, no? E poi, è sabato mattina e cosa c’è di meglio di uno scroscio per inaugurare il meritato fine settimana?

Mi chiedo perché sono qui, bloccato a due chilometri da casa e a quarantotto dalla meta, un posticino sul mare che è stato ritagliato dai depliant pubblicitari per il viaggio di nozze della vostra vita, fotoscioppato ed incollato con falsi colori. Esistono posti del genere, vedi foto sotto e ci si può andare, anche senza matrimonio. E a prezzi contenuti.

Si sa che la bicicletta offre una prospettiva diversa sulle cose. Neanche l’Africa sfugge a questa regola. Neppure la Tanzania. Ad un metro dal suolo si incrociano pozzanghere, sguardi, animali, ragazzi, donne sedute intorno al fuoco, camicioni e sandali, ci si intrude nei villaggi, si leggono con calma i cartelli, si possono esaminare attentamente i diversi tipi di bara disponibili sulla via. Una conoscenza diretta e ravvicinata.

Nel frattempo un dala-dala ha deciso di fare una conoscenza ravvicinata col vostro corrispondente. Un vento che sfiora il gomito, carezza l’avambraccio e prima che io possa provare un brivido di terrore, l’autobus ha sterzato a sinistra con scappellamento a destra, il bigliettaio si sporge dal vano che aveva un tempo una porta, sventola nella mano un fascio di banconote, carica i passanti, dà una pacca alla fiancata come sul grasso sedere della fidanzata e riparte fino alla prossima irruzione stradale.

Il dala-dala e i suoi allegri passeggeri.

Il dala-dala e i suoi allegri passeggeri.

I dala-dala (autobus) e i piki-piki (motociclette) sono l’incubo delle strade locali, peraltro discretamente asfaltate e sorvegliate da nugoli di poliziotti immacolati anche quando piove. I nostri vigili sono simpatici lavoratori instancabili che fermano i malfattori delle strade con la macchinetta elettronica delle multe, strumento introdotto dall’attuale governo per impedire la corruzione. Commetti un crimine, il poliziotto lo accerta, stacca la cedola e tu vai a pagare, anche usando il cellulare. Qualche volte, tuttavia, ci si mette d’accordo per offrire un té alle forze dell’ordine, fa caldo sulle strade tutto il giorno….

Quanto ai dala-dala, si tratta di scuolabus giapponesi riadattati con le scritte originali ancora leggibili sulle fiancate (asilo nido Yoshimoto, Nagasaki), diffusi in tutta l’Africa orientale. Si chiamano “matatu” in Kenya. I piki-piki, simpatica onomatopea per motocicletta, sono frecce volanti a due ruote, adatte a qualunque uso, trasporto pubblico, trasporto di beni, trasporti eccezionali. Ne girano tanti, anche sotto la pioggia, carichi di carbonella, di gigantesche madri africane con tre figli, ceste di uova e stie stipate di galline. Mancano solo i rifiuti radioattivi, ma forse non me ne sono accorto…

I colori della Tanzania. Frequenti i vivai e i vasi colorati come questi.

I colori della Tanzania. Frequenti i vivai e i vasi colorati come questi.

Pioggia cessata. Nuvole scomparse. Sole africano. Vento contrario. Un’altra delle regole universali del ciclismo.

Una delle cose piacevoli (non l’unica, ce ne sono altre) di Dar es Salaam è l’asfalto. Dove c’è, è perfetto. Per chi ha dovuto pedalare tra le buche di Roma Capitale, vi assicuro che la differenza è tanta. Tuttavia l’asfalto rappresenta una, sia pur apprezzata, rarità. Un lusso per schiene delicate.

Prendete per esempio il ponte Nyerere, maestosa costruzione di inequivocabile provenienza cinese che collega le due sponde di Dar es Salaam, il centro commerciale con la parte sud di Kigamboni, dove ci sono le spiagge e casette in costruzione per la classe media in espansione. A due chilometri dalle sue arcate, l’asfalto scompare ed è l’inferno in terra. Dopo il diluvio il fango ha rivestito le buche di una patina densa ed infida Ma i fossi non sono scomparsi. Sono traditori, seminascosti, altrettante trappole a sabbie mobili.

Esagero. Il traffico scorre. Meglio detto, scivola.

Il programma del sabato al pub. Premier League. La Liga. Manca la Serie A, poco seguita anche per scarsa vocazione al marketing dei nostri presidenti.

Il programma del sabato al pub. Premier League. La Liga. Manca la Serie A, poco seguita anche per scarsa vocazione al marketing dei nostri presidenti.

Dall’espressione dei tanzani non è dato sapere cosa pensino dei bianchi che se ne vanno su due ruote con abbigliamento improbabile. La bicicletta è il mezzo della fatica, del sudore, delle ciabatte sui pedali, delle catene che friggono per la ruggine, di freni che non frenano, di gomme lisce e sottili come carta velina, di bidoni gialli per trasportare l’acqua. Ma una delle (tante) cose che fanno sciogliere il cinismo in Tanzania (è retorica, lo so) è la soave tranquillità con cui i locali ci osservano. Un nero in bicicletta a Sevirate sul Lambrusco sarebbe accolto da nugoli allegri di bambini, posto che di bambini ce ne siano ancora per strada?

Non lo faccio più. E’ terribilmente banale parlare dei bambini africani ma è impossibile non farsi contagiare dalla loro allegria quando, nanetti alti un metro tenuti in braccio da sorelle poco più grandi, mi salutano mentre passo lungo un villaggio senza nome. “Hallo!” Abbasso il cinismo. “Mzungu!” Che ne sanno quelle piccole creature dello sfruttamento del mondo sino e capitalista alleato con le classi agiate africane? A loro piace salutare la novità.

Mzungu. Uomo bianco. Una parola che non ha un senso dispregiativo, semmai un senso di meraviglia. Significa “viandante”. Agli occhi degli africani orientali, gli esploratori europei devono essere sembrati degli strani personaggi, in giro per il continente senza uno scopo apparente… A proposito, un amico locale mi ha detto che in realtà mzungu è la contrazione di mtu “uomo” e mungu “dio”, quindi “uomo di dio”, ovvero missionario, dato che spesso i primi viandanti erano religiosi in cerca di anime a cui infliggere uno sconosciuto senso del peccato.

Essendo un mzungu kwa baiskeli (straniero in bici) preferisco il primo significato, decisamente più pacifico, come la bicicletta. Mentre il fango si rapprende sotto la forza del Re Sole, i villaggi continuano nella loro vita ad un tempo frenetica e flemmatica. Densa e spalancata davanti a me. Villaggi di cemento con tetti in lamiera ondulata, raramente in foglie di palma. Baracchini di legno un metro per un metro per un metro fragili come la casetta di un porcellino che vendono tutti le stesse cose: ricariche telefoniche, bevande gassate e caramelle.

Il Partito della Rivoluzione (CCM), fondato da Julius Nyerere, governa la Tanzania dal 1961. Questa una sezione.

Il Partito della Rivoluzione (CCM), fondato da Julius Nyerere, governa la Tanzania dal 1961. Questa una sezione.

Intorno al ciglio della strada sterrata camminano i ragazzi in gruppi con un pallone sotto il braccio, mentre degli adulti ciondolano ranicchiati sulle ginocchia o su una sedia di plastica sotto un banano o una palma. Molte donne cucinano davanti alla casa, in pentole di ferro sopra tre pietre e la carbonella. Una, più intraprendente, ha un grosso pentolone dove fa bollire fagioli. Hanno sempre tanto da fare i tanzani. Inutile stare a casa, che al più è di un paio di stanze. Bando di nuovo alla retorica, nessun elogio della povertà né della semplicità. Ma un fatto colpisce chiunque abbia passato qualche tempo in questo paese: nessuno litiga per strada, nessuno alza la voce. Non dubitiamo che esista la violenza di genere, che i bambini vengano picchiati a casa e a scuola e che ai ladri si riservi una giustizia sommaria e feroce. Tra un dramma e l’altro, però, i tanzani non gridano ed esprimono le loro emozioni con la massima moderazione.

Tra una casa e una chiesa, la sede del partito. Il CCM, ovvero Chama cha Mapinduzi, il partito della rivoluzione. Bandiere verdi di zecca. Più avanti anche l’opposizione del Chadema (Chama cha demokrasia na maendeleo, partito della democrazia e dello sviluppo), anche loro con bandiere bianche rosse e blu fresche di bucato. Le elezioni amministrative sono vicine e i partiti vogliono farsi vedere grintosi, giovani e pronti alla lotta. Il CCM è al potere da 60 anni.Il Chadema è l’eterno secondo, un po’ come l’Inter….

Ma più della politica, ai ragazzi interessa il calcio inglese o spagnolo. Meno quello italiano, ancora sconosciuto, anche se in giro si vedono le effigi di Ronaldo, accanto a Salah. Il programma di questo sabato è tutto Premier League o La Liga. Non c’è manco Inter-Juventus che, insomma, senza essere nazionalisti, vale quanto El Clásico.

Questo complesso incompletato da 600 milioni di dollari si chiama Dege Eco Village. L'ironia è di casa.

Questo complesso incompletato da 600 milioni di dollari si chiama Dege Eco Village. L’ironia è di casa.

La meta si avvicina. Lungo uno stradone impolverato si vede però apparire qualcosa. Forme grigie e solide.

La speculazione edilizia.

Un gigantesco complesso di casermoni semi abbandonati che ha il coraggio di chiamarsi “Dege Eco Village”. Come dire che i fuochi del casertano siano la soluzione alla raccolta dei rifiuti.

C’è una storia amara in questo turpe mostro che aleggia tra la costa marina e la strada. Una storia di 600 milioni di dollari, di un ente pubblico e di un’azienda edilizia che si erano messi in testa di costruire una zona residenziale (per chi? chi verrebbe a vivere a 30 km dalla città in una zona senza servizi?), hanno fatto una bella società e dopo aver costruito gli scheletri che si vedono oggi, ha finito i soldi. Molta gente è finita in carcere, altri hanno perso il lavoro ma i soldi sono scomparsi. In cambio, è rimasta questa splendida traccia di presunzione umana e di incoerenza architettonica, in un paese in cui normalmente si vive in una piccola casa ad un solo piano.

E' possibile vivere in una cartolina.

E’ possibile vivere in una cartolina.

In fondo ad ogni ciclista si agita lo stesso terrore. Di partire per una scampagnata tra boschi e villaggi e di ritrovarsi in una zona industriale di aslato, cemento e svincoli che non portano a nulla, tra bistecchierie economiche, centri commerciali e capannoni abbandonati riadattati a saloni di matrimonio a basso costo. Le gambe gelano, il respiro trema, la bicicletta vibra con cigolii disonnanti. Lo spettro del capitalismo vorace dei costruttori è apparso nella sua forma spietata. E mi viene da chiedermi se qualcuno di questi assassini della bellezza abbiano mai provato a vivere nei posti che hanno tirato su senza pensarci?

Una svolta dopo il rettilineo, una discesa e un altro rettilineo. Il mostro resta all’indietro. Il suo fiato grigio mi segue, fino alla destinazione finale. Qui sotto. Dove non c’è nulla, se non alberi, sabbia, scimmiette e pochi esseri umani che cercano di muoversi in silenzio.

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

Perché non lasci qualcosa di scritto?