Note italo latino e centro americane

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

A presidiare la dogana tra malinconia e balli seminudi troviamo sempre qualche impiegato sudamericano cicciottello. E da qui abbiamo sempre inzuppato il pane nelle suggestioni  brasiliane, argentine, ma pure cubane e messicane. Non vi lamentate se manca Sudamerica di Paolo Conte o Trasudamerica dei Marlene Kuntz. Se vi iscrivete alla piattaforma Rousseau della vostra fantasia e votate forte, le inseriremo in una prossima puntata.

 

1) Son figlio unico – Del Turco, 1967

Riccardo Del  Turco è un fiorentino del ’39 famoso per due ragioni. La prima  è perché, cognato di Sergio Endrigo, scrisse con lui  “Nelle mie notti”, scippata da Luis Bacalov che ne fece la colonna sonora tristissima de “Il Postino”. La questione giudiziaria si è risolta solo nel 2013  in favore di Endrigo-Del Turco. La seconda è per “Son figlio unico”, che, secondo la moda dell’epoca, italianizza una canzone straniera. In questo caso, però, la scelta è andata non sull’Angloamerica ma su un classicissimo della musica brasiliana, Trem das Onze, scritto da Adoniran Barbosa nel 1964. Il testo Paulista e quello di Del Turco sono più o meno sovrapponibili, salvo il demenziale “Pascalino sì” che deprezza la versione italiana. Il tema, tragicomico, è quello di un amore reso impossibile non da un’altra donna o dall’età o da una malattia, ma dalla mamma, che l’innamorato deve raggiungere prendendo il treno  in partenza (delle 11, das onze). “Mi dispiace amor, ma non posso restare – canta straziato Del Turco - se staserà non sarò tornato a casa, ci sarà qualcuno che non dormiràSon figlio unico, la mia casa è tanto vuota!” Occhio e croce, si tratta di una scusa. La struttura musicale suona come Samba de Breque, che  consiste in ritmi sincopati e arresti strumentali a favorire la voce semi-recitante. Anche Arbore ne fece una versione nel 1985, mentre Bollani ha sapientemente mescolato le due versioni, alternando strofe pauliste a strofe italiane.

 

2)  Nuntereggae più – Rino Gaetano, 1978

Il 30 ottobre del 1978, in una celebre puntata di Acquario, Maurizio Costanzo ospitò Rino Gaetano alla presenza di Susanna Agnelli. Entrambi erano citati in “Nuntereggae più”, e l’accoglienza in trasmissione fu simpatica come un enfisema polmonare. Rino Gaetano, lontano dalla beatificazione  resagli dalla morte disgraziata, viene smontato con insopportabile sarcasmo da Costanzo, che lo descrive come scrittore di canzoncine ironiche e inutili, prossimo a mettere in musica le pagine gialle, e responsabile del suicidio di un pesce dell’acquario nel corso dell’esecuzione del pezzo. Per i più piccini, va spiegato chi sono alcuni dei personaggi elencati nella lunga invettiva para-giamaicana del cantautore calabrese, protagonisti a vario titolo dell’Italia degli anni ’70: Vittorio Cazzaniga, Presidente in Italia della Esso, la famiglia Agnelli, gli imprenditori Monti, Pirelli e D’Ambrosio, i calciatori Causio, Tardelli, Musiello, Antognoni, Rivera e Zaccarelli, il C.T. Bearzot, gli altri  sportivi Thoni, Niki Lauda e Panatta, e responsabili della messa in commercio di beni di lusso come Cartier, Pierre Cardin,  e Gucci.

 

3)   Maracaibo – Lu’ Colombo, 1981

Canzone ingiustamente relegata, per una serie di equivoci, nelle scalette di dee-jay propensi ai trenini, al peggior Sudamerica caciarone, alle feste di panzoni ultraquarantenni. Da un lato, per una sorta di corto circuito dell’immaginario collettivo, alcune vaghe affinità con le frequenze vocali di Lu Colombo fanno sì che una  discreta fetta di popolazione attribuisca la canzone alla Carrà, che, parlando col massimo rispetto, è pur sempre Raffaella Carrà. Il brano è stato poi utilizzato purtroppo come colonna sonora in una delle innumerevoli “Vacanze di Natale”, eseguita non da qualche artista sofferto  e poliedrico ma da Jerry Calà. Infine, le atmosfere caraibiche rimandano fatalmente alle intollerabili modalità di divertimento di cui sopra. Invece, “Maracaibo” ha storia, autori e struttura di tutto rispetto. Si parla, nel testo, di una storia d’amore tra una ballerina del locale “Il Barracuda” (ma è una copertura,  in realtà spaccia armi a Cuba) e Fidel Castro (il nome sarà purtroppo cambiato in Miguel da discografici cagasotto). Fidel, assente ingiustificato per questioni rivoluzionarie e lavorative, viene  rimpiazzato con Pedro. Fidel-Miguel, tornato una sera al Barracuda, non la prende sportivamente e le spara, costringendo la ballerina-trafficante d’armi – a una precipitosa fuga in mare, nel corso della quale viene azzannata da uno squalo. La sfortunata protagonista sopravvive, ma chiuderà la carriera gestendo un bordello, dopo essere ingrassata fino a 130 chili per via degli stravizi (in particolare, rhum e cocaina). E nel bordello a tutt’oggi potrete incontrarla. Lei, forse, vi mostrerà le ferite del naufragio: “se sarai cortese ti farà vedere nella pelle bruna, una zanna bianca, come la luna”.  Autore del testo è il grande Davide Riondino. Al microfono una meteora, Lu (Luisa) Colombo, che nei tanti anni a venire navigherà senza grossi stress nell’anonimato del semi-professionismo musicale.

 

4)   Acquarello – Toquinho, 1983

Baffi da brigadista e voce flautata, Toquinho, nel 1983, decide di (ri)conquistare il nostro mercato con una curiosa filastrocca in italiano composta con l’abruzzese Maurizio Fabrizio. La cosa ci rese piuttosto orgogliosi, se non fosse che lo stesso brano fu prodotto anche in spagnolo e portoghese (“Aquarela”). La canzoncina, ricamata dai suoi arpeggi sapienti, racconta di un acquerello che sembra dipinto sotto effetti lisergici, tra tipi ubriachi, gabbiani, astronavi, pesci, aerei, treni, e un ragazzo che arriva ad un muro. Il quadro sembra allegro, ma il finale ricorda che il tutto scolorirà miseramente, tanto da far supporre che l’acquarello sia tutta la vita, sottoposta alle infami leggi del tempo. A seguito delle proteste minacciose della vedova del grande poeta ( e amico del nostro) Vinicius de Moares, che sosteneva come la storia dell’acquarello fosse un’idea – anche – del marito, Toquinho spartì senza far storie la paternità delle liriche con il suo illustre amico. Siparietto “Forse non tutti sanno che”: Toquinho ha legami strettissimi con l’Italia. I nonni erano italiani – calabresi, molisani e mantonavi -, il suo cognome è Pecci, e già tra gli anni ’60 e ’70 aveva imbastito collabvorazioni proficue con personaggi niente male, suonando su versi recitati da Ungaretti in persona e duettando con la Vanoni. Negli anni ’70, infine, in fuga dal colpo di Stato militare brasiliano, l’Italia diventa la sua Patria elettiva.

 

5)   Cuccucurucu’ – Battiato, 1981

Per evitare volgari noie di tipo legale o per un puntiglio distintivo, Battiato inserisce nell’album “La Voce del Padrone”, il secondo album più bello della storia italiana secondo la rivista Rolling Stone dietro “Bollicine” di Vasco Rossi (!), Cuccurucucù e non Cuccurucucù Paloma, come molti di voi penseranno. L’operazione è formalmente unica: il più grande genio mistico-pop dell’Eurasia non copia, non cita semplicemente, ma battezza una delle perle della Voce del Padrone col titolo di un altro brano, di cui traspone fedelmente nel ritornello il “Cuccurucucù Paloma, ajajajajaj cantava”. Il brano trasposto è appunto “Cuccurucucù Paloma”, canzone messicana del 1954 composta dal cantautore Tomas Mendez e più volte saccheggiata a scopi cinematografici; Almodovar la farà cantare in “Parla con Lei” niente popò di meno che da Caetano Veloso, in una straziante versione acustica con contrabbasso, chitarra e violoncello. Cuccurucucù è una leggera e densa carrellata di ricordi di un’adolescenza dispiegata negli anni ’60, con innesti colti (i profughi afghani e le gesta erotiche di Squaw “pelle di luna”) messi un po’ a casaccio ed appiccicati al nostro immaginario come edera all’olmo. Nella splendida carrellata compaiono come comparse qualificate, in ordine di apparizione, Milva (Il mare nel cassetto), Mina (Le mille bolle blù), Gianni Mascolo (Da quando sei andata via), Nicola Di Bari (Il mondo è grigio il mondo è blu), Beatles (Lady Madonna e With a little help from my friends), Rolling  Stones (Ruby Tuesday), Chubby Checker o Peppino di Capri (Let’s Twist again), Bob Dylan (Once upon a time you dressed so fine… like a rolling stone, ma anche Just like a woman, trasformata per l’occasione in Like just a woman, va a capire perché).

 

6) Messico e nuvole  – Enzo Jannacci, 1970

In piena suggestione emotiva per l’exploit della nazionale ai mondiali di calcio del Messico, nel 1970 esce questo brano dalle note liriche evocative d’amori intangibili. La faccia triste dell’America è interpretata da uno Jannacci in ottima forma sbiascicata, provinciale e apparentemente etilica. Titolone spettacolare, tanto da essere storpiato da Bartezzaghi nella sua famosa striscia enigmistica “Lessico e Nuvole”. Di gran lunga preferibile l’originale alle famose  cover di Fiorella Mannoia e Giuliano Palma, che aggiunge la caciara della sincope ritmica, togliendo un po’ dell’originaria delicatezza. Inchino per la musica di Sua Maestà Paolo Conte, che l’ha re-incisa in versione live nel 1988. Testo di Vito Pallacini, Ingegnere Chimico di Vigevano e autore tra l’altro di robetta come “Bllllllulemillebolleblù” e, attenzione attenzione,  “Azzurro”.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?