A proposito di “chiamata”…

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Stasera non ha ancora chiamato. Chiamo io o chiama lei? E quando?

Dilemma serale, del prima o dopocena, non si sa mai il momento migliore, vista la differenza di fuso orario; degli schemi rispettivi di giornate convulse, annoiate o mediamente contorte; degli incontri, delle difficoltà o dei desideri.

Non ha ancora chiamato. Sarà in metro, strabordante di borse della spesa, scontrini in pound? già arrivata esausta nella casa londinese? stravagante e sperduta nei meandri di una chat gracchiante, non ancora ricevente del tutto? O assonnata, non ricevente del tutto ma non per colpa di una chat.

Scontrosa, scontenta, arrogante. Deliziosamente, invece, sintonica.

Isolata: al di là del tunnel, al di là del mare, nella galassia dei neo laureati italofoni che

squillano nelle case di genitori, altrettanto esausti, le loro malinconiche e assurde litanie ogni sera.

Non ha ancora chiamato.

Chiamo io? Sarà presto?  No … ecco … S’illumina la foto ( che le ho scattato alla stazione nell’ultimo saluto ): è allegra, sorridente. Come poche volte, serena.

Con ansia mi dispongo alla “sua”, di chiamata. Mi sistemo. Per colloquiare meglio, m’impongo nell’ascolto. Ma la mia ansia è sempre a mille … ”Hai mangiato …?” o “Cosa mangerai? o “Com’è il tempo? o “Che farai domani?”.

Tutto s’infrange in frasi smozzicate, logorroici  inutili resoconti, pretese di parlarsi meglio. Senza riuscirci.

Riattacco, si fa per dire.

Chiudo, chiudiamo, la chiamata.

Un attimo di delusione, un accesso d’ira e d’impotenza sta per prendermi.

Poi, un barlume di speranza. Il display si riaccende.

Sempre lei, la stessa, la figlia di prima: cuoricino, smile che strizza l’occhio e maialino rosa.

Gesti di una comunicazione estrema, surrogati elettronici di abbracci lontani e mancati. Per stasera basteranno.

Chiamata ricevuta: 2 minuti e 8 secondi.

 

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