Il volo dell’angelo

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A Mario

Se ne andava in giro per il mondo a riempire la sua anima di bellezza.I suoi occhi erano come delle aride spugne, che assorbivano con avidità tutto ciò che il mondo e l’umanità avevano di bello da offrirgli.
Non era un mero atto di egoistica ingordigia, anzi, la sua mente era un serbatoio in cui accumulava le meraviglie della vita e le conservava per poi regalarle alle persone.
Insomma, la bellezza presa in prestito, rielaborata dalla sua genialità e restituita al mondo. Una sorta di cura per le anime in pena, un antidoto per sconfiggere i loro dolori più radicati.
Un San Rocco in soccorso degli appestati, alla ricerca di una fonte di guarigione da donare e da donarsi. Un pellegrino, innamorato della vita e privo di una rassegnata arrendevolezza, ostinato a trovare una terapia.
La sua forza più grande risiedeva negli altri, nelle persone, nei volti, dei quali studiava e comprendeva gli animi e le loro cavità più intime e nascoste, semplicemente scrutandone gli occhi.
Notevole era la sua naturale predisposizione verso le vittime della vita, perseguitate da qualche calamità, di cui coglieva a fondo il dolore e lo faceva proprio. San Sebastiano martire e, allo stesso tempo, combattente indomito a difesa dei martiri, dei quali condivideva la sorte, comprendendone quindi la sofferenza.
Finché la stanchezza, fisica e morale, non prese il sopravvento e si ritrovò come il minotauro imprigionato in un labirinto intangibile ma, ahimè, assai concreto e reale. Alte mura insormontabili opprimevano la sua vitalità e il suo spirito, lo confondevano e lo ostacolavano costringendolo a vagare senza sosta in cerca di una via d’uscita.
Alla fine, la sua unica scelta fu quella di mollare e di volare via lontano, lasciandosi alle spalle una scia luminosissima e splendente, che colpì nel centro il cuore di chi gli era tanto legato, non senza una bella dose di nostalgia.
L’angelo sfolgorante spiccò il volo, planando sulle ali della libertà, verso l’infinito. Fu proprio in quest’ultima fase della sua vita che lo conobbi. Con le mie mani, lunghe e affusolate come quelle di uno Schiele, sfiorai con indescrivibile stupore e profonda ammirazione la sua stupenda esistenza; allungavo il mio collo, degno di un dipinto di Modigliani, per cercare di seguire la direzione del suo sguardo e, magari, riuscire a scorgere ciò che solo i suoi occhi erano in grado di vedere.
Io, come le nuvole di De Andrè, procedevo senza un ordine avanti e indietro, seguendo il suo incedere rapido e disordinato.
Ed il suo improvviso allontanarsi mi trovò impreparata, spiazzata, disorientata e mi lasciò solo una voglia di pioggia e la sensazione di non conoscere più il posto dove stavo.

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