Il problema dei tre corpi

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Siamo sicuri che abbiamo bisogno ANCHE della fantascienza cinese?

Dopo i giocattoli cinesi, i vestiti cinesi, i telefonini cinesi, la cucina cinese, i turisti cinesi? Siamo sicuri che dovremmo leggere qualcosa che arriva dall’estremo oriente? Un’altra scopiazzatura dei lavori occidentali?

Beh sì. Direi proprio di sì.E non pensate che leggerete una copia di Isaac Asimov, Ray Bradbury o Philip Dick. Stavolta i cinesi ci sorprendono. Originali. Ambiziosi. E piuttosto sconvolgenti.

Ho tra le mani la trilogia di questo Cixin Liu che credo si pronunci “tsiscin liu” se sono riuscito a leggere bene su wikipedia. Il signor Liu, ex ingegnere, sempre secondo internet (sempre sia lodata!) dovrebbe essere lo scrittore di fantascienza cinese più di successo in patria ed altrove. Titolo della trilogia: “Ricordi del passato della Terra”. Composizione in tre volumi: “Il problema dei tre corpi”, “La materia del cosmo” e “Nella quarta dimensione”. Pare che ci sia anche un quarto volume, nato tra i fan ma riconosciuto dall’autore. Tanto basti per le definizioni.

Il film, ovviamente made in China.

Il film, ovviamente made in China.

Se in Cina si costruisce la diga più alta del mondo (quella delle Tre Gole sul fiume Azzurro), Liu non trema di fronte alla creazione di un’epopea in cui si riesce a spaziare dall’assedio turco di Costantinopoli nel 1453 al futuro di 400 anni in avanti rispetto alla nostra epoca. Liu non si accontenta. Salta avanti e indietro nel corso del tre volumi, mantenendo fissa la cronologia, ma mostrano situazioni e personaggi del passato, che aprono nuove prospettive al romanzo, quando esso sembra essere irrimediabilmente concluso.

Questa capacità di gestire idee, fantasia, tecnica, di addentrarsi nello spazio senza farsi ingoiare dalla sua immensità, ma anzi giungendo a dominarlo, va oltre la fantascienza celebrale che abbiamo visto negli ultimi tempi. Penso a tutti i film ispirati alle opere di Philip Dick, oppure ai lavori di Christopher Nolan come Interstellar, dove l’aspetto metafisico aveva la meglio sui temi del cambiamento climatico e della disperazione globale. Ma non siamo neanche in guerre stellari che, diciamolo forte e chiaro, ha stufato nel ripetere la stessa formula da 40 anni. E poi dicono che i copioni siano i cinesi.

Avverto nella saga di Liu un sapore anni cinquanta, quando non c’erano limiti all’ottimismo nei confronti della tecnologia: ecco di nuovo astronavi gigantesche, immense stazioni spaziali, flotte immense di invasione, città sotterranee fatte di alberi, battaglie al limite del sistema solare, catastrofi ambientali in cui muoiono miliardi di persone. La scala e l’ambizione di questa opera ha pochi paragoni. La densità della trama, capace di gestire diversi personaggi che si incastrano in un tessuto vastissimo e complesso, in cui è necessario avere almeno alcune nozioni elementare di fisica, lascia sbalorditi. Pure troppo. Certe volte bisogna saltare interi capitoli. Mi è capitato di gridare “aridatece Asimov”. Con le sue trame astruse ed asciutte.

A proposito di trama. Evito di dare indicazioni per non rovinare il piacere della lettura, e di piacere ce n’è tanto, pagina dopo pagina, ma su che tipo di piacere torneremo. Sottofondo della storia è una sorta di pessimismo cosmico, chiamato la teoria della foresta oscura. Una delle tante invenzioni del nostro ingegnere. L’universo è come un bosco dove dietro ogni albero si nasconde un cacciatore con un fucile pronto a fare fuoco. Chi si fa scoprire, viene ucciso immediatamente. Nessun cacciatore può sapere le intenzioni dell’altro. E nel dubbio attacca per primo. Lo stesso, secondo Liu, accade nell’universo. Se una civiltà scopre un’altra civiltà, deve distruggerla immediatamente prima che essa possa manifestare le sue intenzioni. Il presupposto d’innocenza non vale. Chi esita, viene spazzato via. Per cui, prima spara poi indaga. “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.” Versione del far west rivistato nel futuro in salsa szechuan. Senza musiche di Ennio Morricone.

Insomma, un’opera perfetta? Trama, invenzioni tecnologiche, colpi di scene, paziente accumularsi di indizi, c’è tutto. Manca qualcosa?

Non c'entra nulla con la Cina, ma la frase è memorabile.

Non c’entra nulla con la Cina, ma la frase è memorabile.

Sì. Tutta questa abbondanza tecnica ha un prezzo. E forse non è un caso.

Innanzitutto, come un romanzo anni cinquanta, i protagonisti sono uomini, tranne alcune eccezioni significative. Un machismo cinese anni cinquanta. Le donne (solo cinesi) sono stereotipate, piene di lacrime, con capelli che sventolano al vento e ricordi di passeggiate a piedi nudi nel bosco di bambù, anche se sono scienziate ed ingegneri. I militari sono tutti squadrati e mascellati. I politici e i burocrati sono invariabilmente testardi ed insensibili, soprattutto quelli occidentali. A dire il vero, pochi sono i personaggi memorabili, quelli che parlano e si muovono con una certa naturalezza. A volte mi pare che Liu prenda pezzi di altre opere per cercare di dare calore ai suoi personaggi. Li fa parlare. Li fa muovere. Ma sembrano delle caricature.

Anche Da Shi, il detective che appare in tutti e tre i volumi, sembra essere una fotocopia cinese del poliziotto duro ma umano di fattura americana, solo che non Da Shi non è duro quando dovrebbe esserlo (anzi fa un po’ ridere) né sembra davvero umano quando pretende di esserlo.

Quindi il piacere della trama, una bella storia con un capo e una coda, intricata come deve esserlo e con una soluzione che non solo non è banale ma non è assolutamente immaginabile all’inizio, sottende un sapore metallico, qualcosa di medicinali e garze disinfettanti. In certe storie di Asimov, per quanto costruite intorno a gelidi stereotipati personaggi, si sente il lento movimento di ingranaggi ben oliati e familiari, rodati in mille storie d’avventura e mistero. Nella Trilogia cinese gli ingranaggi sembrano scattare con ritmi che non ci sono familiari. C’è qualcosa di profondamente alieno in questa storia e non mi riferisco ai trisolariani. I protagonisti agiscono a salti, se posso esprimere la sensazione, come se Liu non avesse bisogno di spiegare l’improvviso cambiamento di comportamento e ci facesse subito vedere la conseguenza di un processo mentale che resta del tutto oscuro.

Cixin Liu, un grande della fantascienza.

Cixin Liu, un nuovo grande della fantascienza. Chapeau.

Ciò rende molto difficile da comprendere per una mentalità occidentale è il fatto che l’individuo, per quanto geniale e capace, finisce schiacciato dalla Storia. La battaglia è tra sistemi, tra colossi, tra organizzazioni, tra creature insensibili dalla superficie lucida e incomprensibile, capace di incendiare un’astronave con una strofinata. L’individuo che trova una soluzione è vittima del suo stesso orgoglio. L’unico che trova un modo per salvare l’umanità è colui che non fa nulla, che dissimula una sapienza che non ha.

Tutto molto cinese, insomma, non a caso.

Per concludere, ne vale la pena? Certo, se siete dei nerd tecnologici, se amate le storie complesse, se amate le astronavi con i comandanti maschi senza paura, se siete semplicemente curiosi. Insomma, se vi piace la fantascienza e vi siete stancati del triste panorama occidentale.

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