Cari amici…

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… così Rodolfo iniziava sempre quel monologo che diceva di voler trascrivere e inviare a tutti i suoi ipotetici amici prima di “andarsene” -Cari amici… ed è proprio così che inizia la lettera che ho ricevuto dopo che se n’era andato.
Rodolfo era un mago del divertimento, un genio dell’enigmistica, un ideatore di eccellenti giochi di società. Era l’anima della festa, di ogni festa. Di quelle in cui era il protagonista e di quelle in cui, per copione, avrebbe dovuto essere una semplice comparsa.
Sarebbe stato il protagonista indiscusso anche dell’ultima festa. Quella che stava organizzando da giorni e che naturalmente, com’era sua buona abitudine, avrebbe condiviso con tutti i suoi amici, invitandoli personalmente.
*
lettera“Cari amici,
dolore, tristezza e sofferenza fanno audience, dico bene? Allora ci vediamo tutti giovedì prossimo alle 11.00 al mio funerale. Posso contare sulla vostra presenza, vero?
Certo che sì, domanda idiota! Quando si tratta di prendere parte a un evento eccitante come un funerale, gli amici non mancano mai, anzi si moltiplicano: ci sono gli amici, gli amici degli amici e i conoscenti; naturalmente ci sono i parenti, gli amici dei parenti, gli amici degli amici dei parenti e qualche ficcanaso di passaggio che, perlomeno, dà colore al colore funereo che pare d’obbligo indossare in quelle circostanze. Senza dubbio sarete tantissimi.
In fondo, la morte di un trentenne rientra ancora nei limiti della cosiddetta “morte inopportuna” –lo è sempre, ma quando l’età non sfiora nemmeno gli anta, lo è ancora di più. A dir il vero, non sono sicuro che una morte prematura faccia davvero riflettere, nel senso filosofico del termine, di certo però, aumenta la curiosità, se non per la morte in sé, per il protagonista.
Chi è il morto? Era solo un ragazzo! Com’è successo? Aveva famiglia, moglie, figli? Come la prenderanno i suoi cari? Sono solamente alcune delle domande che sebbene non si pone chi vi conosce perché pensa di sapere le risposte, lo fa chi non aveva neppure idea della vostra esistenza prima di avere certezza della vostra fine. Scoprire la morte di un giovane sulla pagina del quotidiano locale dedicata ai necrologi fa sempre un certo effetto, in genere commuove. Per quel morto si prova un improvviso senso di tenerezza, anche se magari, nella realtà, cioè da vivo, sarebbe stato il più rompipalle dei conoscenti.

morteIn ogni caso, da morti, per qualche strano motivo, si riscuote grande successo. La morte rende interessanti. Chi in vita era snobbato e anonimo, da morto diventa ricercato e popolare. E’ un dato di fatto. Anche al funerale della persona più sola, odiosa o scorbutica al mondo, quella che ha festeggiato i diciotto, i quaranta e gli ottanta anni da sola -fuori dal comfort di un ospizio- c’è gente. Amici? Parenti? Curiosi? Chissà, sta di fatto che quando siete morti, qualcuno che magari voi credevate fosse già morto perché scomparso da anni, appare miracolosamente e vi fa la festa!
Si dice che in amore vince chi fugge… probabilmente anche in vita succede qualcosa di simile, solo che in questo caso, non basta fuggire, altrimenti si resta soli davvero, bisogna morire. Allora sì, ci sarà tutta l’attenzione e la disponibilità degli amici. Pur di partecipare al vostro funerale, vedrete, non c’è impegno che tenga. Saranno tutti disponibili. Peccato, però, che al morto, cioè all’amico o all’amico dell’amico ecc. ecc. la loro presenza non farà più né caldo né freddo.
Due settimane fa, per esempio, anziché un funerale, ho organizzato una festa per celebrare l’arrivo della primavera e il mio addio al mondo. E’ stata un fiasco. Devo ammettere che allora, nessuno di voi, amici miei, sapeva ancora della malattia che mi aveva colpito, altrimenti… Probabilmente è proprio lì che ho sbagliato: ho fatto l’eroe, anziché la vittima!

Soltanto io avevo la certezza che non avrei visto un’altra primavera e che non sarei mai arrivato all’inizio dell’estate. Mi hanno diagnosticato una malattia rara e fulminante -neanche tanto fulminante, visto che dopo una settimana sono ancora qua! Se avessi annunciato al mondo il mio triste e ingiusto destino, sarei apparso immediatamente come un essere umano in carne e ossa, anziché un jolly –entità astratta- che recapita proposte per serate danzanti. L’invito alla festa accompagnato dalla notizia della mia morte prematura avrebbe cambiato le cose. Mi sarei dovuto attrezzare per una festa bis, tante sarebbero state le richieste per poter partecipare e poter essere di conforto al moribondo. Ma non è andata così.
Eppure, per definizione, noi esseri umani siamo tutti moribondi, prodotti in scadenza. Conoscere la data, però, evidentemente, cambia la prospettiva, anche di chi ci sta accanto.
festaHo finto che andasse tutto bene. Ho finto che quella che avevo organizzato fosse una festa qualunque, in un giorno qualunque, di un anno qualunque, di una vita qualunque, la mia, che come tutte le altre vite è qualunque, almeno fino a quando succede qualcosa di insolito -se possibile e ancor meglio di tragico- che la fa diventare improvvisamente eccezionale e degna di interesse.
Ad ogni modo, il fatto è questo: avevo organizzato una festa nel primo venerdì di primavera. Il luogo era suggestivo, la terrazza del Circolo della Vela dove sono socio da vent’anni. E’ proprio lì, infatti, che da quasi vent’anni invito amici e conoscenti per galà casalinghi all’insegna dell’allegria. Frequentatissimi e ben riusciti. Ma oggi l’ottimismo e il buon umore non fanno più tendenza. Sofferenza batte gioia 10 a 1. Una festa rende complici, per una sera; un funerale, invece, rende tristi, per sempre. Vantaggioso no? Ti presenti una volta sola e leghi con il morto per sempre!
Buffo, sapete… Ho celebrato la vita in ogni sua forma coinvolgendo amici, amici degli amici e gente di passaggio ed è andata bene fino a quando… non lo so, ditemelo voi. Oggi enfatizzo il fascino della morte, costretto dalla realtà delle cose: un modo sicuro per riunire gli affetti e una diversa prospettiva del concetto di festa. D’altra parte è l’unica chance per avere successo e l’ultima chance, per me, di poter “partecipare”!

dubbiDitemi: quand’è che si comincia a dare per scontate le cose importanti della vita quali amore, amicizia, sentimenti, sogni, speranze… e ci si concentra sul proprio ego o peggio ancora, neppure su quello? Quand’è che le cose si complicano? Quando si insinua il seme della rinuncia e della rassegnazione? Quando si smette di vivere la vita pur essendo ancora in vita? Perché ci si sveglia, improvvisamente e momentaneamente, ahimè, solo quando qualcuno che conoscevamo muore, per poi, tuttavia, abbandonarsi nuovamente al torpore di una stringente morale passiva?
Alla festa di primavera ci sarebbe stato da bere e da mangiare gratis, offriva la casa, cioè io. Musica, emozioni, svago e allegria, gratis pure quelli. Non c’era nulla di difficile, nemmeno trovare il parcheggio per l’auto. Avevo organizzato ogni minimo dettaglio. Sulla lista c’erano trenta invitati, amici ufficiali, poi ci sarebbero stati i soliti intrusi, naturalmente. C’era spazio e cibo per tutti. Sulla terrazza, invece, sono arrivate solo sette persone –fra amici e intrusi- tolti da questi sette il sottoscritto, il custode del Circolo e l’amico del custode, quattro.
La questione non è personale, lo so e questo mi rende ancora più triste. Fosse stato così, me ne sarei fatto una ragione senza troppi patemi d’animo, ma la cosmicità dell’accaduto mi getta nello sconforto più totale. Ho la nomea di essere un tipo socievole ed espansivo. L’eco delle feste che organizzavo da ragazzo dilagava rapidamente in tutta la città. Dovevo imporre il numero chiuso, altrimenti sarebbe stato difficile contenere tanta gioventù, voglia di vivere ed entusiasmo. Poi, si diventa grandi e le cose cambiano, vero? Appena trentenni si è già con un piede nella fossa, passatemi l’umorismo macabro, ma è tutto ciò che mi resta, a parte un fine settimana, forse.
Si pensa solo al lavoro, ai soldi, al proprio io. La pigrizia sostituisce l’entusiasmo e la rassegnazione la voglia di vivere. Incontrarsi con un amico per una birra o per un caffè costa fatica, le chiacchiere poi… mettono a nudo! Meglio la tv. Solo i funerali riescono ancora a solleticare un certo prurito in chiunque. Anche l’uomo più pigro, insensibile e impassibile non manca mai all’evento.
scadenzaForse questo succede perché improvvisamente si prende coscienza che la morte esiste davvero, così come la data di scadenza; magari si inizia a percepire, in lontananza, il tic-tac del tempo che scorre allo stesso modo per tutti e poi, invece, si realizza che nemmeno quello è democratico perché per qualcuno si è incomprensibilmente fermato, per sempre. A volte, addirittura, senza dare un preavviso. Allora, forse intimamente si gioisce perché la morte ha toccato un altro e non noi. Ed è innegabile che quell’altro ora non c’è più, è morto veramente, per sempre. Ha smesso di simulare.

Così il funerale diventa una specie di festa alla rovescia. Si festeggia un morto che non è il cadavere di se stessi. Potrebbe essere un’idea, altrimenti, non vedo proprio come la cerimonia per un funerale, di chicchessia -ovviamente meglio se di un ragazzo giovane- sia sempre gremita, mentre le feste, passate quelle dei diciotto anni, diventano noiose e squallide, soprattutto se mancano fumo, alcol e donne disponibili.
Beh, lasciatemelo di dire, so che al mio funerale ci sarete tutti, ma il calore e l’affetto di un amico ha senso solamente quando questo si può godere, non siete d’accordo? Il pensiero non conforta e non raggiunge nell’aldilà, nemmeno nell’aldiquà, all’interno di una bara. Bisogna trasformarlo in qualcosa di tangibile che arrivi al destinatario. E’ sufficiente un cenno. Il pensiero non basta, nessuno può essere consapevole di quanto lo pensate e di quanto gli volete bene se non glielo fate sapere. E a volte, è troppo tardi! Non siamo ancora attrezzati per la telepatia, non tutti almeno!
Il giorno della mia ultima festa, ops della penultima, Miriam aveva freddo e non è venuta, mentre Carlo aveva il mal di testa e Lorenza il ciclo; Giuseppe era impegnato con la bambina al corso di nuoto, Paola era dall’estetista, Lucia a teatro; Giovanni aveva allenamento di pallamano, Luca quello di judo, Fabiola le prove del coro; Marcello era depresso, Diego preferiva guardare la partita in tv, ecc. ecc., ma tutti, proprio tutti, ci scommetto, sarete presenti giovedì prossimo al mio funerale.
Purtroppo ragazzi non ci sarà da mangiare e nemmeno da bere, ma non è questo che convince gli amici, vero? Ormai nemmeno la parolina magica “gratis” sortisce effetto. Per destare interesse ci vuole qualcosa di più, o di meno -dipende dai punti di vista. Una persona in meno, per esempio, suscita immediatamente la fastidiosa sensazione di un vuoto da riempire. Allora si partecipa al suo dissolvimento, già compiuto –anche per quello è tardi- e la brutta sensazione sparisce. Così la coscienza è a posto, anche se il vuoto resta.
Gli amici si vedono nel momento del bisogno, inconfutabile verità. E durante un funerale c’è un gran bisogno, anzi ce ne sono due: quello di riempire la cappella durante la cerimonia e quello di riallacciare i rapporti con amici e parenti dimenticati. Anche il morto sarebbe felice di rivedervi se solo potesse aprire gli occhi o percepire la vostra presenza.
amiciPazienza, mi accontenterò della mia presunzione. So che quel giorno ci sarete tutti e molti di più di quei tutti, nonostante i soliti mille improrogabili impegni! E grazie amici, una terrazza sul mare vuota è triste, ma una cappella vuota, è da funerale!”
*
Rodolfo è morto la scorsa settimana. Il funerale si è svolto giovedì alle 11.00, proprio come aveva predetto e come aveva predetto c’era tantissima gente: amici, amici degli amici, conoscenti, parenti, amici dei parenti ecc. Poi c’eravamo noi, gli amici veri, quelli invitati alla festa di primavera e c’eravamo tutti, anche Miriam, Carlo, Giuseppe, Paola, Giovanni, Fabiola… nonostante i mal di testa, le riunioni, gli impegni improrogabili, il ciclo… naturalmente c’erano anche i soliti intrusi, si riconoscevano perché indossavano abiti colorati!
A proposito, io sono Marcello, quello depresso. Ovviamente non potevo mancare al funerale di Rodolfo. Ci sarei andato comunque, anche se il suo “invito” fosse arrivato a festa finita. Non mi serviva un invito ufficiale. Lui era un vero amico.
Altro che festa di primavera, di quelle ce ne sono ogni anno –si può declinare- mentre il funerale di un amico, se te lo perdi, sei fottuto per sempre!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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