Risvegli

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Non era la sveglia. La suoneria del cellulare mi aveva rintracciato e scosso dal sogno che stavo elaborando, dopo la brutta serata trascorsa.
I crampi addominali si erano placati ed il primo periodo di sonno aveva, in parte, addormentato anche quelli. Ma il mal di testa era rimasto, forte, come qualche ora prima.
Guardai l’ora: le tre e trentacinque minuti.
Riemergendo, come un automa, dal profondo, lottavo, al tempo stesso, perché fosse ancora tutto un sogno, sperando che qualcuno potesse aver inserito un rewind da qualche parte, in modo da fermare a piacimento lo scorrere del tempo. Allontanando da me quel pensiero.
Che si era conficcato, immediatamente, tra me ed il mio stomaco e che non mi permetteva ancora di toccare il tasto di ricevuta.
Doveva esistere un meccanismo così, forse qualcuno avrebbe potuto inventarlo.
Nelle frazioni di secondo che seguirono, da quando la mia mano, sonnambula, si era spinta fuori dalla coperta ed aveva acceso la lampada, i pensieri contorti si rifugiavano ancora sotto le lenzuola.
Un chiarore diffuso nella camera s’insinuava nel buio, dentro, ma il gelo non riusciva a staccarsi dal corpo, come se una morsa lo ghermisse.
Il mal di testa era all’ennesima potenza.
L’inconscio cercava ancora, irrimediabilmente, di confondermi, facendomi credere che quello fosse il suono della sveglia caricata per errore. Ma la crudeltà del display illuminato m’ipnotizzava, letteralmente, mostrando infine agli occhi, che ora vedevano bene, il nome e cognome in modo chiaro e leggibile.
Il terrore, proveniente dalle viscere già martoriate, prese infine il sopravvento.
Risposi.
“È meglio che vieni” diceva la voce ferma e tranquilla di Maria, dissimulando la preoccupazione ed il disagio, “tuo padre non respirava bene ed ho dovuto chiamare i medici. Ora sono in camera.”

Sapevo che non ci sarebbe stata una telefonata seguente diversa da quella, bensì peggiore. Così fu, qualche minuto dopo. La dottoressa di turno mi informava, dispiacendosi, del decesso.
Le mie gambe si erano fatte di piombo, rigide e recalcitranti.
Scostai le coperte che parevano pesantissime. Fuori era buio e non mi sarei alzata per niente al mondo. Il dolore passava dal corpo alla mente e dalla mente al corpo, in un corto circuito dal quale era impossibile uscire.
Dovevo alzarmi, prendere l’auto e guidare per mezz’ora fino all’ospedale. Credevo di non farcela. Nell’angoscia lacerante sentivo tutto il peso della solitudine.
L’adrenalina cominciò a darmi forza. Toccava a me, stavolta.
Quante volte avevo cercato di immaginare come sarebbero stati quei momenti. E se fossi stata pronta. Spesso mi accompagnava anche il desiderio che il dolore e le cose orribili dell’ultimo periodo giungessero alla loro fase conclusiva.
Eppure in quegli istanti avrei barattato tutto il dolore del mondo con quella telefonata. Avrei scalato montagne di terra e di pietra per non trovarmi lì, davanti allo specchio crudele che rimandava l’immagine informe della mia anima.
Presi le chiavi ed uscii.
In giardino la strada era buia e minacciosa. Lontana, nel cielo, una minuscola falce di luna sbiadita.
Misi in moto e l’auto, arrancando un poco, si decise a partire.
Davanti al vetro miriadi di congetture e di possibilità perdute si rincorrevano.
Come un palla che ti sfugge di mano e non riesci più a riagguantarla, quella notte mio padre se ne era andato. Chissà dove.
Guidavo con una calma insolita per me; per strada incrociai solo poche auto veloci, di chi, magari, si stava recando al lavoro.
Tutto sembrava finto e surreale.
A tenermi compagnia una disperazione, sconosciuta fino ad allora, seduta lì accanto.

 

 

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Chi lo ha scritto

Milena Pellegrini

Le piace scrivere, da sempre e solo a tratti con continuità, ma resta comunque l'attività in cui di più ama esprimersi. Esegue volentieri esercizi di fotografia e collega le due cose, che sente congeniali. Anche se, da grande, vorrebbe riuscire a suonare il pianoforte...

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