Quelle rondini in cielo…

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Arriva per chiunque quel momento del viaggio…A causarne l’arrivo è solitamente la morte di una persona cara, peggio ancora se non doveva morire, o il compiere una certa età o ammalarsi di una grave malattia. Arriva per chiunque il momento in cui si sente, si percepisce nel nostro intimo più profondo che non si è immortali, che dovremo, un giorno, morire.
Ovviamente chiunque lo sa: l’unica certezza a questo mondo è che la morte è inevitabile. Tuttavia, quando si hanno vent’anni, quando si è sani e quando la morte al massimo ci ha solo sfiorato, questo ineluttabile destino ci appare così lontano e indistinto che si stabilisce nella nostra mente la chiara sensazione che a noi non toccherà. E dunque questo pensiero è un dato di fatto che non condiziona le nostre esistenze, così come, all’inizio di un lungo viaggio non ci soffermiamo sulla certezza che dovrà terminare. Poi invece questo pensiero entra dentro di noi, si fissa nel nostro animo, nella nostra pelle, lo sperimentiamo da vicino, lo tocchiamo in maniera quasi fisica. Ed è tutta un’altra cosa, una sensazione molto diversa rispetto a quando, semplicemente, lo sapevamo e riguardava altri.

x1080-z2jDa quell’istante cominciamo non solo a pensare alla morte in maniera intima, ma anche ad immaginare che faccia avrà, cosa sarà che ci strapperà dal mondo: una lunga malattia, un evento improvviso, ce ne renderemo conto o invece ci congederemo pian piano senza averne esatta coscienza? Il viaggio ha una fine e cominciamo a contemplare vari possibili scenari. Certo, si fanno anche i conti: quanto ci resta da vivere? Se non si è malati, si calcola se siamo prima o oltre la ipotetica metà, ci si domanda quante altre estati vedremo, a quanti campionati mondiali di calcio potremo assistere. Quale e come sarà l’ultima volta in cui faremo una determinata cosa: un viaggio in aereo, una carezza a nostro figlio, un giro in bicicletta, un morso ad un albicocca…Eppure quasi mai si ha coscienza di stare facendo qualcosa per l’ultima volta, tutto è appiattito dallo scorrere del tempo e dal vortice dei mille accadimenti, grandi o piccoli, nelle nostre giornate.

Ci si gode di più gli ultimi giorni di un viaggio sapendo che sono gli ultimi? Sentire che, presto o tardi, si morirà è un’occasione per godersi meglio la vita che ci resta? Penso di no, non ci credo. È bello da dire, ma le cose sono molto più complesse. Raggiungere quel distacco, quella condizione di pura razionalità che ci permette di vivere ogni istante “come se fosse l’ultimo” non va d’accordo con l’irrazionalità della morte e le convulse emozioni che si porta con sé.

Ma oltre e più che il quando, che è un semplice dato numerico, la nostra mente tende molto più a soffermarsi sul come. Cosa si pensa poco prima di morire? Cosa ha pensato in quei momenti chi è morto prima di noi, magari quando siamo andati a trovarlo in ospedale? Quanto saranno diversi i nostri pensieri da quelli che stiamo facendo oggi? Faremo qualche discorso ai nostri cari, qualche azione eclatante o saremo invece sopraffatti e concentrati solo sul nostro dolore fisico? Troveremo un senso, una pace interiore o, al contrario, nei nostri occhi ci sarà panico e smarrimento? Ci passeranno davvero davanti tutte le immagini del viaggio che sta concludendosi o piuttosto la morfina annebbierà ogni cosa?

E di più: cosa e come lasceremo i nostri figli? Qualcuno si ricorderà di noi e come lo farà? O saremo solamente come chi se ne va da una festa e chi rimane non ci fa tanto caso, perché la festa continua? Dove finiranno le nostre cose a cui abbiamo dedicato tanto tempo ed energia? A marcire in una cantina polverosa proprio come il nostro corpo?

scogliera_Grandview_FgNon esistono risposte e più le risposte sono intrinsecamente ignote e irraggiungibili, più i nostri pensieri tendono a attorcigliarvisi in un groviglio sempre più intricato. Ma una volta che l’autentico e tangibile pensiero della morte ha bussato alla nostra porta ed è entrata dentro di noi senza chiedere permesso, siamo noi stessi a nutrirlo, a dargli forma e “vita”. Non c’è logica, non ci sono soluzioni.

Ai primi d’agosto 2019, tre donne sono morte su una spiaggia californiana, schiacciate da un frammento di roccia che si è staccato dalla scogliera dietro di loro. Stavano festeggiando la guarigione dal cancro di una di loro. Le domande su come sarà la fine perdono significato e valore di fronte alla irrazionalità dell’esistenza, al vorticoso e gigantesco numero di variabili che la controllano, al potere del caso, alla nostra incapacità di cogliervi un senso. Cantava John Lennon: “La vita è ciò che ti accade mentre stai facendo altri progetti”. È proprio così, se dentro la parola “vita” ci mettiamo anche il momento della sua fine, la morte.

60296007_455969001874942_2263773342140808232_nSe, ci si sofferma sulle possibili malattie che possono attaccarci, virus, tutti i tipi di cancro, leucemia, etc. la vita sembra un miracolo fragile, come camminare su un filo…e forse è proprio così.

E allora cosa rimane? Rimane il canto lontano delle rondini nel cielo diafano di una mattina presto d’estate, quando eri un bambino con gli occhi grandi, ed uscivi sul terrazzo prima che si svegliasse il mondo, gustando l’emozione di un’imminente partenza per un viaggio…

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?