L’Iran con i miei occhi

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L’Ayatollah Khomeyni per molti è santità,
abbocchi sempre all’amo.
Da Up Patriots to Arm, Franco Battiato.

Quanto scrivo, è un viaggio che si è realizzato tra ottobre e novembre 2018, ma che si è iniziato a prefigurare nella mia testa circa un anno prima. Quanto scrivo, è un racconto sulla Persia, come l’ho vissuta e gli Iraniani, come li ho visti.

Sull’Iran si può raccontare tanto; sulla sua storia, la sua tradizione, la sua cultura, la sua arte. Ma la parte migliore rimane la sua gente. Il loro calore, la loro accoglienza, la loro ospitalità rimane la parte migliore.

Viaggiare in Iran è possibile. Viaggiare con lentezza, con i mezzi pubblici, con bus sulle lunghe distanze.

Un viaggio serve a capire un po’ meglio il mondo in cui viviamo. Certo è che l’Iran rimane un caso estremo. C’è l’idea che questo paese sia pericoloso, un luogo ostile. Poche altre nazioni al mondo soffrono di una simile incomprensione reciproca. Noi europei, noi occidentali abbiamo nei loro confronti una certa diffidenza e il regime degli ayatollah non cerca di correggerla.

L’Iran è un paese amichevole, non è ostile. Noi occidentali ci sentiamo circondati dalla simpatia della loro gente, dalle loro attenzioni. E’ abissale la distanza tra la propaganda del regime e il comportamento quotidiano del suo popolo. Ci vuole poco, veramente poco, per avere la loro fiducia. Una volta che scatta l’empatia, loro sono come un libro aperto.

Il mio volo è diretto. Venezia-Teheran. A bordo, sono uno dei pochi italiani. Seduti al mio fianco una coppia iraniana, trapiantata da oltre quaranta anni negli USA. Entrambi laureati. Fuggiti all’indomani della cacciata dello Scià. Dialogare con loro è facile, mi offrono tante indicazioni utili. La nostra comunicazione s’interrompe poco prima di atterrare. Un po’ di trambusto. Per me è tutto nuovo e quanto vedo non cade inosservato. Una delle tante imposizioni del regime. Le donne sono in cerca del velo da porre sul proprio capo. Per le poche occidentali si tratta di un tirocinio. Alla dogana, tutto ciò diventa, con mia grande sorpresa, ancora più comico. Le poliziotte iraniane guardano con fare divertito l’impaccio delle donne straniere alle prese con il velo. S’intuisce che il rispetto della regola varia. Poi noto manifesti religiosi contro il nudismo delle donne. Da contraltare, con fare esibizionistico, giovani donne iraniane, semi-dissidenti, del ceto medio, medio/alto, che indossano il velo con eleganza, magari un foulard firmato, che lo lasciano scivolare con negligenza fino a scoprire metà dei capelli. Indossano jeans attillati, hanno le caviglie scoperte, sono truccate, sembrano uscite dalla parrucchiera.
E poi la sicurezza. Non si vede un militare. Atmosfera rilassata se comparata alla blindatura degli scali occidentali. Il wi-fi c’è e sempre più si sta diffondendo nel paese.

Al mio arrivo a Teheran è notte fonda. La testa è pesante. Vorrei dormire ma voglio muovermi dalla capitale. Ho intenzione di dirigermi verso il sud del paese. Destinazione Shiraz. Così vado verso l’altro aeroporto per i voli locali. Acquisto il biglietto. Tengo presente il valore dell’euro al mio arrivo che equivale a 60,000 Rial. Faccio questa considerazione, dopo, molto tempo dopo. Perché al momento della partenza 1 euro varrà 150,000 Rial. Incredibile come l’inflazione in poco più di tre settimane abbia eroso il valore della valuta locale.

E così arrivo a Shiraz. Ho prenotato tramite internet un B&b dall’Italia. Chiedo informazioni, uscito dall’aeroporto, per recarmi in città tramite la linea della metro. Cammino ma non trovo segnalazioni. A un certo punto chiedo informazioni a una hostess giovanissima. La quale, senza pensarci due volte, mi carica sulla sua auto e mi porta a destinazione. Una volta giunto a destinazione, scopro che insegna di B&b non ci sono e che mi trovo a casa di una famiglia. Insomma si tratta di un Airb&b. Vivo per quattro giorni in questa casa, a contatto con il capofamiglia, la moglie e la figlia, la mente di questa loro attività turistica. In casa l’atmosfera è cordiale. Mi permette di conoscere, per quel poco che riesco, abitudini e usanze locali. Sebbene i genitori non parlino inglese, riusciamo a capirci su tutto. Dove non arriva la parola, arriva la mimica e soprattutto il cuore. Vivo con loro, pranzo e ceno con loro.

La città è splendida. La città del sapere. Terra natale di filosofi, di astronomi, di matematici e anche di medici. È una sapienza che si nutre d’immaginazione ed emozioni. Città di rose, con splendidi giardini che imitano l’Eden. E con le suggestioni delle opere di Sa’ di e di Hafez, due grandi letterati, rispettati e amati da tutti. In Iran. Si dice anche che in ogni casa non possono mancare due libri, il Corano e una copia di un libro di Hafez. Da non perdere la visita della Moschea Rosa o di Nasir-al-Molk, edificio elegante, con vetri istoriati, colonne scolpite. Da vedere al mattino, dove un’atmosfera magica si presenta all’interno della sala di preghiera, i raggi di sole creano un caleidoscopio di macchie sul pavimento.
Altra cosa mi sorprende. Girando e girovagando per i bazar, sebbene l’affluenza del pubblico sia tanta, si nota che c’è un acquisto composto, la trattativa non è necessaria, c’è silenzio. Insomma non è un bazar arabo.
Shiraz, un tempo in queste terre si produceva il Syrah, ottimo vino, ma con la rivoluzione islamica i vigneti sono stati abbattuti e distrutti.

Shima, la figlia, due giorni prima di lasciare la città, mi fa una proposta. Due giorni in visita turistica con lei e il suo fidanzato. In giro per molti km con destinazione Kerman, dove vivono dei loro amici. Prendo in considerazione l’offerta, la valuto e l’accetto. E così lei si offre come guida turistica per visitare Persepoli e tutta l’area delle necropoli di Pasargade. Questo sito archeologico, il più importante di tutto l’Iran, si trova a circa cinquanta chilometri da Shiraz. Qui si può notare tutta la magnificenza dell’antica Persia. Da Dario I ad Alessandro Magno, tutta la monumentale creazione architettonica. Da qui procediamo e trascorriamo la notte a Meymand, sito sotto la protezione dell’Unesco. Poco turistico poiché ancora poco conosciuto. Un villaggio troglodita di circa cinquanta anime. Anziane. Contadini e pastori. Dormiamo nelle grotte, utilizzate come case. Accoglienti e funzionali. Per niente fredde e umide. Anzi. Sembra la nostra Matera. Un luogo incantevole. Lo sguardo sul cielo è divino. Le stelle ci ammantano. E ci accompagnano nel sonno.

I colori del deserto di Kalut, Iran, foto di Rodolfo Amato.

I colori del deserto di Kalut, Iran, foto di Rodolfo Amato.

La mattina seguente siamo diretti a Kerman, dove ci accoglie una coppia amica di Shima. Da qui, tutti assieme, proseguiamo alla volta del deserto di Kaloot. Provvediamo all’acquisto del cibo per la giornata e poi verso questo spettacolare panorama. Altopiani erosi dal vento, sembra di essere nella Monument Valley. Dune di sabbie, caravanserragli. Paesaggio lunare.

Rientriamo e alla sera si unisce a noi un’altra coppia locale. Questa gioventù è molto bella, fatta di laureati, persone colte, parlano inglese, curiosi conoscitori del mondo poiché non possono permettersi di viaggiare. Gioventù intraprendente e dinamica.
Mi fermo un altro giorno a Kerman, conosco altre persone. Pochi giorni che sono in Iran e mi sento a casa. Sud del mondo. Mi sento a mio agio. Sono fortunato. Questa mia condizione non può essere condivisa con i giovani locali. Impossibile. Il loro punta di vista non può coincidere con il mio. Chiaro!

Da Kerman proseguo il mio tour verso Yazd. In pullman. 
Pullman moderni, efficienti, puliti. A sedere, sulla parte destra, solo le donne e i bambini. Sulla sinistra, solo uomini. Occupo il mio posto. E durante il viaggio, leggo, scrivo, annoto, fotografo. Attraversiamo diverse città universitarie. A una fermata, una ragazza mi chiede se può sedersi accanto a me. Certo, rispondo. Avverto l’imbarazzo delle passeggere ma apprezzo il coraggio di questa studentessa che sfida queste regole secolari che non permettono di sedersi affianco a un uomo. Questa ragazza è molto curiosa. Mi chiede di tutto. Trascorriamo circa trenta minuti a conversare, poi deve scendere. Simpatica. Una nota estroversa durante il viaggio. Trovo la mia sistemazione appena poco fuori dal centro. Un luogo d’incanto. Un’oasi di pace. Non si avverte un’auto. Poche persone nella guest house, pochi turisti: un cortile con una fontana posta al centro dell’edificio e una pianta di dattero a fare ombra nelle ore più assolate. Decido di pernottare quattro notti.

La città è piccola, il centro è raccolto ma la storia è ricca. Non mi annoierò. E così trascorro i miei giorni visitando moschee, bazar, templi. Da qui è passato Marco Polo. Questa città è stata costruita nel deserto, quindi il caldo non aiuta la vita. Tuttavia l’uomo ha reso tutto più vivibile, grazie a studi d’ingegneria idraulica risalenti a millenni fa e utilizzando il vento, tramite i suoi bagdir, in altre parole le torri del vento, che funzionano come autentici condizionatori d’aria. Le case sono costruite su mattoni di fango e paglia. C’è da perdersi a girare nelle vie del centro della città. E’ un dedalo. Vicoli tortuosi, viuzze, a ogni angolo una sorpresa. Una città da non perdere.

E così un giorno, nel bazar, vedo una porta aperta con delle scale che salgono verso l’alto. Guardo, non vedo nessuno, e allora decido di affrontare i gradini. Arrivo in cima. Fantastico. Sono sui tetti delle case. Osservo la città. La sua luce. Posso vedere il bazar dall’alto, attraverso delle fessure. Andandoci nel tardo pomeriggio, la luce del sole è differente dal mattino. Insomma da quassù Yazd è magica. Mi concedo anche dei tour fuori città.

Qui è nata la più arcaica delle religioni monoteistiche, il Mazdeismo, conosciuto da noi come Zoroastrismo. Pone le sue radici su tre massime. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. E poiché sono buddista, questo argomento lo conosco bene. 
Qui si parla del karma. Ma non è questa la sede per parlare di ciò. La cosa più bella, però, è il rientro alla guest house. Ogni volta che mi ritiro in questo luogo ideale di pace, la donna che insieme al marito gestisce questo sogno, m’invita a bere del te con loro. Così conosco la loro famiglia. Loro non parlano inglese. Qualcosa Maria, la moglie, riesce a dire in maniera ostentata. Ci capiamo. Ci viene in aiuto è la tecnologia. Il marito usa una app per parlare. Parla in farsi, lingua iraniana, e il cellulare traduce simultaneamente in inglese. E viceversa. Bingo! Grandi conversazioni. Parliamo di tutto. Così arriva il giorno dei saluti. Maria è commossa. Mi confessa che per lei sono come suo fratello. Parole forti che mi arrivano dentro. E mi sorprendono.

I giorni passano. Questo viaggio è già ricco così. Ma non sono neanche a metà delle mie vacanze. E’ già posso affermare che il bilancio è più che positivo. Sotto il profilo umano, culturale. E allora non posso fermarmi qui. Devo proseguire. Altra tappa, altra meta.

Masjed-e Imam (Imam Mosque), Isfahan, Iran. Foto di Rodolfo Amato.

Masjed-e Imam (Imam Mosque), Isfahan, Iran. Foto di Rodolfo Amato.

Diretto a Isfahan. Trovo il mio pernottamento. Poco fuori città. Un’altra guest house. Gestita da due sorelle, simpatiche, intraprendenti e moderne. Nella guest house siamo numerosi. Europei. La mattina la colazione, abbondante, è una festa, insieme alle sister. Anche loro laureate, dotate di un’ottima conoscenza della lingua inglese, ma disoccupate. Voglia di emigrare, ma la visa costa. E allora ci s’inventa nel turismo. Con non pochi pensieri. Le preoccupazioni arrivano dal regime, che gioca sul filo dell’ambiguità, vedendo e non vedendo queste attività, e dal vicinato, che potrebbe sempre fare una soffiata. E allora viaggiamo sul filo sottile di questo rasoio.

Arrivo in città di giovedì. Vigilia del weekend. E’ tardo pomeriggio. C’è una bella luce in città. Rimango nei pressi della guest house. Mi presento verso il fiume. Da quanto ho letto i ponti in città, sono undici. Storici. Di una bellezza architettonica rilevante. Rimango incantato da queste costruzioni.

E così il tempo corre. I ponti sono illuminati. Due in particolare meritano di essere citati, Il Ponte di Khaju e il Ponte di Si-o-Seh. Qualcosa però stona in tutto quest’ambiente. C’è qualcosa d’inquietante nel paesaggio. Questi ponti sono opere d’arte fatte per reggere nei secoli, per resistere alle correnti, alle alluvioni. Tuttavia del fiume non c’è traccia. C’è uno scheletro. Il letto del fiume è secco. Asciutto. Una pietraia. Si assiste a uno spettacolo triste. È come se andassi in visita nella mia città, Torino, ai Murazzi e il Po non esistesse più. Ma vi pare? E allora dov’è l’acqua? Nessun mistero. Il governo ha deciso di dirottare l’acqua altrove. Il regime degli ayatollah, specie l’ala radicale, ha una base forte nelle campagne. Portare l’acqua è una maniera di rendersi più graditi.

Ponte Si-o-se POL, Isfahan, Iran. Foto di Rodolfo Amato.

Ponte Si-o-se POL, Isfahan, Iran. Foto di Rodolfo Amato.

Diventa magico il momento del tramonto, quando le luci si accendono e Il Ponte di Khaju e il Ponte di Si-o-Seh si animano. La gente del posto ama ritrovarsi, al primo dei due ponti citati, sotto le arcate. Le voci degli abitanti rendono vivaci le architetture. Qui ci si rilassa, si socializza. Qui si viene a mangiare con le famiglie portando cibo da casa. E non solo. La cosa più straordinaria e che si viene qua a cantare con voci melodiose e incantevoli che richiamano un pubblico di notevole entità. Per lo più uomini e giovani uomini dotati di talento. Qui ci sono i poeti, i cantori. Sono canzoni antiche, ballate popolari e tutti partecipano al canto. C’è un grande trasporto. Folle di ascoltatori. Mi hanno spiegato che fino a qualche anno fa era proibito dalla polizia di stato ritrovarsi e cantare in luoghi pubblici. E capitavano non di rado retate della polizia al fine di bandire queste manifestazioni libere. Oggi questi incontri non sono ancora leciti, ma la polizia tende a lasciar fare. Nell’altro ponte noto parecchi giovani che si concedono incontri romantici, fugaci, sotto le arcate.

Isfahan, ovvero la metà del mondo. La città più bella, romantica e scintillante del paese. È unica. Palazzi splendidi, moschee con dipinti murali e arabeschi, ponti monumentali e un gran bazar. La piazza principale, Naqsh-e-Jahan, che significa modello del mondo è spettacolare. Non ci sono eguali in tutta la terra. Una meraviglia. Questa piazza, per grandezza, è seconda solo a quella di Tienanmen. La visita di questa città e di questa piazza, da sole, valgono il biglietto del viaggio.
A Isfahan entro in contatto con molti giovani. Locali e non. Ancora una volta ho modo di verificare la bellezza di questa gioventù. Prima di partire avevo letto che l’età media della popolazione è di 29 anni e il 42% della stessa ha meno di 25 anni. Dati incredibili.
Elevato il numero dei laureati. Quelli che conosco vorrebbero fare un mestiere diverso rispetto a quello studiato. Imprenditori, giornalista, professore d’inglese. Ma gli stipendi sono bassi, mancano forse le raccomandazioni e quasi nulli gli agganci con il regime.
Diversi lavorano nell’ambito del turismo. Si reinventano. In questo settore circola la valuta pregiata.

I ragazzi che conosco sono uno spaccato di società civile; gente con tanti interessi e con voglia di raccontarsi. Sono giovani uomini e giovani donne dentro un paese che gli sta stretto. Parlare con loro è facile; non vedono l’ora. Hanno il sogno di lasciare il paese e dirigersi verso gli USA. Non gliene importa niente di Trump e del nucleare. I loro problemi sono molto più reali. L’economia che vedono tutti i giorni è un’economia che non crea lavoro a sufficienza per loro; c’è il carovita, c’è la corruzione. Inoltre, in mezzo a tutta questa sofferenza, i giovani abbandonano anche la pratica religiosa.
Chi lavora nel turismo, spera che questa sia una strada per aprire l’Iran all’occidente. Questi ragazzi, non potendo viaggiare, ascoltano me, i miei racconti di mete precedenti, mi rendo conto che viaggiano attraverso il mio narrare. Sono io che porto l’Europa o il mondo a casa loro.

Da Isfahan mi dirigo verso la capitale; ma prima mi fermo a Kashan. Una cittadina piccola, tranquilla, piacevole. Il bazar è interessante, grande, ci si perde. E poi si possono visitare degli edifici storici prestigiosi. Kashan è anche il luogo ove partire per recarsi a Qom, la versione musulmana del nostro Vaticano, la sede dove si formano i nuovi Imam. Quando arrivo a Kashan, chiedo informazioni su come raggiungerla, ma il bigliettaio di un’agenzia di trasporti, prima, e un suo amico, dopo, iniziano a dissuadermi dal proseguire su questa strada.
Scherzando, ma poi neanche tanto, mi dicono che perdo il mio tempo, di investirlo diversamente, di non considerare quest’aspetto religioso del loro paese. E allora non rimane che avviarsi verso la capitale.

Teheran. Immensa, caotica, inquinata. Ci arrivo. Utilizzo la metropolitana per arrivare nel luogo dove ho prenotato. Servizio efficiente, carrozze moderne, pulite. Come a Isfahan. Colpisce che le donne possono utilizzare solo le carrozze di testa e di coda. Ma le donne più emancipate, noto nei tre giorni che mi concedo in città, indipendentemente dall’età, non rispettano questo “consiglio”.

Teheran. Un po’ New York. Un po’ Los Angeles. E’ smisurata. Un traffico spaventoso. E grattacieli. Qui vivono 17 milioni di persone. Da Nord a Sud si passa dai mt. 1100 ai mt. 1600, lungo un asse di Km 18 e in questa distanza, partendo dal basso verso l’alto passa anche lo stato sociale e il benessere degli abitanti, nel senso che a sud si nota la povertà, con tutte le periferie inglobate nel tempo dalla capitale stessa, mentre a nord la ricchezza è palpabile. Da qui si possono prendere gli skilift per andare a sciare sui Monti Elburz. Ancora una volta qui nella capitale colpisce la presenza dei giovani. Vestono e ascoltano musica come se volessero ricreare il west a casa loro. E non è raro incontrare ragazze che indossano pantaloni con le caviglie scoperte e tatuate.

Spesso ho notato ragazze, non solo qui a Teheran, con il naso incerottato. Perché? Il motivo è semplice. Si tratta d’interventi di chirurgia estetica. Un ragazzo a Shiraz mi ha fatto notare con una certa ironia che ciò è fin troppo prevedibile. E’ l’unica parte del corpo, di una donna, che è sempre scoperta. Ma non solo. Mi racconta che sono molto diffusi anche altri interventi, quali quello del seno. Hai capito?

Questo paese che m’incanta sempre di più, con mille contraddizioni, sembra una pentola a pressione. Può scoppiare da un momento all’altro. Il cambiamento è in atto. I giovani sono tanti. Sono loro i portatori del cambiamento. Ma questo processo richiede tempo e pazienza. Comunque 3 giorni per visitare questa smisurata città sono sufficienti. Ci sono dei luoghi da vedere, quali il Palazzo Golestan, il Gran Bazar, il Museo Nazionale dei Gioielli, dove per la prima volta nella mia vita ho avuto modo di visitare il caveau di una banca. Impressionante la ricchezza dei Pahlavi e dei loro antenati.

Cosa poter ancora aggiungere? Due cose.
La cucina. Ottima. Il kebab, innanzi tutto. Quello a base di costolette di agnello e carne di pollo, il più gustoso e leggero. Il dizi, uno stufato in brodo. Unica pecca, le bevande. No vino. No birra. Niente di niente. Il regime, ragazzi.

Infine. Credo che la letteratura possa sempre venire incontro alla conoscenza di un paese. La lettura aiuta a capire. Il mio invito, quindi, è indirizzato alla lettura di due libri.
Il primo è “La casa della moschea” di Ablolah Kader. Una trama avvincente che attraversa circa 50 anni del paese, dal 1969 a oggi, passando dal regime di Pahlavi alla rivoluzione islamica di Khomeyni, a oggi. Protagonista una famiglia. Da leggere.

Il secondo è un piccolo libro di Antonello Sacchetti “Misteri Persiani”. Egli, definito come un iranofilo, introduce al paese sotto molti punti di vista. Culturale, storico, tradizionale. Poco più di 100 pagine molto piacevoli.

Concludo non solo invitando a superare ogni stereotipo e visitare questo paese incantato e molto accogliente, ma affermando che spero, in un tempo non troppo lontano, di tornare in Iran per scoprire le altre meraviglie che si trovano nel nord del paese.

Tutte le foto sono state scattate dall’autore.

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Chi lo ha scritto

Rofolfo Amato

Nasce a Torino sotto il segno del leone, cresce negli anni ’80 ascoltando cantautori, prog, new wave, rock ed elettro. Buddista già in giovane età, vive a lungo a Londra, dove continua a praticare e ad andare a concerti. Va anche in disco, ma non balla, solo per la musica, dice. Viaggiatore vero, solitario e attento. Legge tanto, non ha la tv e non è social. Approdato a Ravenna da tempo, non ha mai smesso di essere juventino (nessuno è perfetto).

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