Il primo sorso di altrove

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Vuoi identificare il singolo momento che ricorderai per sempre del viaggio.

Non la foto postata sulle reti sociali, versione XXI secolo dell’antica serata con le diapositive di Las Vegas fatte dai tuoi amici in viaggio di nozze, quando Las Vegas era una località esotica e non la periferia di Milano Marittima (o viceversa). E neppure, sistemata sopra il letto, la bottiglia di birra locale (c’è una birra diversa in ogni paese del mondo, alcune più orribili di altre), incerto ricordo di una notte in cui è successo qualcosa, probabilmente piacevole.

Eccoti qui. Sei arrivata a destinazione. E’ questo il momento che ricorderai.

C’è un’aria nuova in questo posto. Il cielo è bizzarro, solcato da nuvole che si comportano in modo curioso, troppo veloci o troppo lente. Nel corso del viaggio è avvenuto un salto temporale e spaziale che non si misura semplicemente in fusi orari o in zone climatiche. Ti chiedi se esiste in italiano un verbo per esprimere il trapasso da una dimensione all’altra. Trasportato indica semplicemente l’atto fisico del movimento. Trasferita potrebbe già spiegare più efficacemente la sensazione di arrivare in un posto quasi a forza, come se davvero un viaggio potesse cambiare la vita per sempre, cosa che, lo sai, di questi tempi, potrebbe succedere solo in caso di viaggio di nozze. Quando capisci di aver sbagliato persona.

Scombinato? Messa a soqquadro?

Meravigliata come Marco Polo all’arrivo nel Catai?

L'incubo del viaggio. Il professor Budai sbaglia aereo ed arriva in una città sconosciuta ed aliena in cui è impossibile comunicare. Da leggere prima di partire per una nuova destinazione.

L’incubo del viaggio. Il professor Budai sbaglia aereo ed arriva in una città sconosciuta ed aliena in cui è impossibile comunicare. Da leggere prima di partire per una nuova destinazione.

E’ il momento dell’arrivo. Non ci sarà un altro istante meno traumatico. Provi a definire che cosa ti è accaduto e quando. Hai deciso di viaggiare da solo verso un altro capo del mondo, fuori dal tuo mondo, lontana dalla tua zona di conforto. Volevi sentirti aliena, come un islandese ai tropici. Sei sceso da un aereo che ha viaggiato tutta la notte. Non hai parlato con nessuno, per non distruggere la tua assoluta solitudine. Hai scelto il menù tipico della compagnia aerea, per cominciare a familiarizzarti con le spezie e i batteri del posto. Hai visto i film in lingua locale, un’orrenda poltiglia di pugilato, machismo, balli e castità. Solo in Italia si vedono tette e sederi.

Non sai nulla del paese dove stai andando, la sua storia, la sua geografia, la sua lingua. Hai deciso che sarai come Cristoforo Colombo all’arrivo nel Nuovo Mondo. Con l’unica differenza che Colombo approdò in un luogo dove non voleva andare e che non sapeva che esistesse. In qualche modo, l’uomo più privilegiato della storia umana, che è partito per fare soldi e ha scoperto un intero continente. Con buona pace dei suoi abitanti, che non volevano essere scoperti.

Probabilmente qualcuno parlerà inglese nel tuo nuovo paese. Ci saranno menù internazionali e pizzerie per la nostalgia. Si berrà birra artigianale, magari esisteranno locali notturni dove farsi di droga locale e finire su una spiaggia con una chitarra, una donna o un uomo in braccio.

Ecco che metti piede sull’asfalto dell’aeroporto. L’odore dell’aria. Non so dove sei arrivata. Potresti avvertire l’afrore di un paese tropicale, misto di fiori putrefatti e piogge insistenti; l’asettica asciutezza di una metropoli confuciana; l’inebriante profumo degli idrocarburi bruciati da motori appestati in un conglomerato inquinato del terzo mondo. Già l’odore ti esalta. E’ una sensazione che potrebbe essere di felicità, se la felicità si misurasse con lo sgomento. Che farò? Dove andrò? La tua condizione esistenziale di uomo e donna su una fragile carcassa planetaria si rivela in pieno. Sei sconvolta e tutto è così nuovo che abbracci ogni cosa, compreso il poliziotto dell’immigrazione che ti guarda con occhi sovranisti.

Non è solo il sonno di una nottata passata crocifissa in 38 centimetri di spazio. E’ che stavolta non c’è nessuno che ti possa salvare. Il tuo telefono non funziona, almeno finché non riuscirai a procurarti una scheda locale. E hai deciso che resisterai senza cellulare per la vacanza intera. Nessuno sa se sei arrivato o sei stata arrestata alla dogana per traffico di passata di pomodoro. Lo so. Non hai resistito a portarti qualcosa dall’Italia. Per farti degli amici locali, niente di meglio di una spaghettata.

Non sai dove sia l’aeroporto rispetto alla città, non sai dove andrai a dormire e cosa mangerai questa mattina, per far calmare lo stomaco. Intorno a te, un mondo intero brulica. Ti colgono in un istante le vite degli alieni che ti circondano. Le loro grida per una strada affollata come un formicaio. O il silenzio di un’isola brulla ai confini del circolo polare.

L’angoscia esistenziale del cibo. L’unica certezza è sapere che dovrai bere. Ma cosa? Quella sostanza che cola da un rubinetto arrugginito della tua stanza da 9 euro è potabile oppure è solo un tassì collettivo di amebe e germi uno più diarroico dell’altro? La bottiglietta accuratamente sigillata che ti aspetta tra gli asciugamani rugosi e dal sapore di additivi tossici è riempita di acque delle montagne o dello stesso rubinetto? La stanza è foderata di plastica e non c’è il letto. Lo devi costruire la sera, come un mobile IKEA. Ah, si dorme per terra, sul linoleum. E le finestre dànno su un fast-food locale. Non hai ancora visto una forchetta e un coltello. Si mangia con le mani. Forse.

Domande su domande su domande. Cosa c’è di così pestilenziale in quel vicolo? Chi sta lavorando sotto la tua finestra alle quattro di mattina? Dove sono tutti i bambini della città? Anzi, dove sono tutti gli abitanti di questa lontana capitale nordica? Tutti a pescare salmone nel Mare del Nord?

Che poi la sera ti ritrovi davvero su una spiaggia con misteriosi intrugli che lottano con i tuoi succhi gastrici, ad ascoltare canzoni locali che non hai mai sentito, primitive, essenziali e ripetitive, accompagnate da coretti di ragazzi e ragazze che ti invitano a partecipare. E non riesci a riconoscere neppure una vocale, sepolte dalle consonanti gutturali ugrouraliche o da quelle infernali combinazioni di “b”, “d” e “t” del giapanese occidentale. Te ne vai, triste di non poter comunicare con nessuno, nonostante quel chitarrista ti abbia sorriso più volte ed invitato a suonare con lui. E che cosa gli potresti suonare? Max Gazzè?

L’unico appiglio che ti resta in questo caos di novità è un libro, sepolto tra mutande, magliette, felpe e ricaricatori. Ne leggi una pagina, non di più. Dovrà durare tutta la vacanza che, oggi, ti sembra infinita; conti i giorni che restano per tornare. Sei in una stanza che sembra una cella (comprese le scritte sui muri), fa caldo e sei appiccicosa, hai freddo e hai i geloni, hai fame, ansia, fai progetti per visitare la città cominciando dal museo nazionale dell’aringa e dalla cattedrale di San Banana, hai imparato una parola che significa “amico” ma hai l’impressione che significa altro, da come il padrone della bettola si è leccato la peluria sotto il naso, quando l’hai pronunciata. Indugi con la nuova SIM card e con la password del Wi-Fi. Un breve gesto e tornerai connessa. Googlemaps si spiegherà le vie della città. Tinder ti aiuterà a cercare amici. Youtube ti riporterà gli ultimi video caricati in Italia. Hai una scelta tra le mani. Collegarsi o non collegarsi? Rimandare l’inevitabile rientro nella tua realtà oppure prolungare quella meravigliosa sensazione di essere stata rapita dagli alieni?

E al termine della prima giornata hai la netta sensazione che niente di quello che vedrai e proverai nei prossimi giorni sarà mai più forte e gustoso di quello che hai sentito nelle prime ore.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. AeRRe

    Ullallá Max! Su un treno di un paese non poi così straniero, con lo zaino sopra la testa, mi ritrovo a (ri)leggerti. Mi hai fatto ridere, sei sempre in forma. Ciao!

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    • Max Keefe

      Ma certo AeRRe. Prima o poi la voglia di scrivere torna. Ci sono voluti due anni e mezzo!!!! Aspettiamo il tuo ritorno.

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    • MARINA FLAMIGNI

      Aerre! che bello sentire che ci sei e che ci leggi. Quando vorrai, troverai sempre spazio per scrivere.!

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