Il fascino criminale di Mornesey

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“Non ti fidare di nessuno su Mornesey” mi dice Didier Delpech, non appena sceso dal traghetto che mi ha portato da Granville in Francia. Didier Delpech: giornalista, pettegolo in capo, editore de L’Ilien, l’unico giornale dell’isola.

“Perchè non dovrei?” Rispondo guardando la lunga fila di automobili con targa francese che sta scendendo dal terminal per passare un periodo di vacanza tra le sue affascinanti vestigia storiche e le sue splendide spiaggie. Fa freddo, nonostante sia luglio inoltrato, ma è sempre così sulla Manica.

“Per il passato criminale dell’isola” mostrandomi con un dito il sinistro profilo di una fortezza: il penitenziario Mazzarino. “Dal 1794 al 1946 l’isola è stata un bagno penale… Per tutto quel periodo la brava gente di Mornesey ha avuto come vicini i peggiori farabutti di Francia e Navarra. Sono cose che creano legami, no?”

Sul fascino criminale di Mornesey tornerò in seguito. Anche perché non mancherò di incontrare di nuovo Delpech in giro per Saint-Argan, tra le rue strette e le case con le persiane rosse, e più facilmente nei numerosi bar e brasserie del porto, che parla e gesticola come un italiano. Ma prima di arrivare nel capoluogo, c’è da attraversare l’isola. E la sua storia.

La Manica è un luogo affollato di isole bizzarre rette da ordinamenti ancora pià bizzarri. Come Sark, che è stato l’ultimo paese feudale d’Europa. Le altre isole sono sotto la corona britannica e quindi allo stesso tempo non sono parte della Gran Bretagna e, quindi, neppure dell’Europa, ancora prima della Brexit. Alcune sono rimaste francesi, come Mornesey, che dalla Francia ha subito il livellamento centralizzatore per secoli, fin dai tempi dei grandi cardinali. Ed infatti era proprio il cardinale Mazarino il grande innamorato dell’isola, in cui veniva appena possibile. Mazarino fece costruire una cittadella, l’attuale penitenziario, per difendere l’isola dagli attacchi dei fastidiosi dirimpettai inglesi e fece restaurare l’abbazia benedettina di Saint-Antoine, fondata nel 1337. Non contento, fece dell’altro: allargò una rete di cunicoli sotterranei che percorre praticamente l’intera isola e che nessuno è riuscito ancora a mappare completamente.

Abitata per quasi cinque secoli, l’abbazia subì il tornado della Rivoluzione. Furono dolori. L’edificio venne raso al suolo, i monaci dispersi, i loro beni venduti. E così anche l’isola scivolò in una triste decadenza fino alla trasformazione della cittadella in prigione di transito per i condannati diretti in Guyana. La visita tra i muri semicrollati ha il fascino delle cose perdute. Senza dimenticare la splendida Candice, unica bigliettaia che per quattro euro non è però disposta a consegnarmi più di un opuscoletto fotocopiato.

La strada dal terminal a Saint-Argan costeggia la splendida scogliera e la conca della Baia Rubino. A metà mattino il sole sta moderatamente scaldando la temperatura. Sulla spiaggia c’è un centinaio di turisti; in acqua e in mezzo al vento teso, windsurfisti e velisti. Mornesey è il posto ideale per gli sport acquatici. Mi fermo a fare delle foto, finché non vengo bloccato da una guardia in bicicletta, certo Simon, proveniente dal continente, si paga gli studi facendo l’addetto stagionale alla sicurezza. Un tipo in gamba, con una certa cocciutaggine per i regolamenti.

“Cosa sta facendo qui?”

“Sono un giornalista italiano. Perché questa spiaggia si chiama Rubino?”

“Per il sangue sparso per l’isola da due secoli a questa parte.”

Ancora il fascino criminale dell’isola. Simon, che evidentemente ha poco da fare, posa la bicicletta e inizia a raccontarmi storie. Mi parla di un’altra estate, in cui ci furono morti, suicidi, truffe ed appalti truccati. “Quest’isola è pericolosa. Non faccia troppe domande, se può evitarlo.”

“Difficile col mio lavoro. Non siamo mai in vacanza.”

Simon fa finta di parlare al telefono con i suoi capi. Ride. “Tanto in Comune c’è solo Clara. Il sindaco è in vacanza.”

Non chiedo chi sia Clara. Forse dovrei tornare da Candice. Simon riparte a dorso di una mountain bike che deve aver vissuto migliori primavere ma che cavalca con l’agilità di un vero ventenne pieno di ottimismo. Sembra una creatura totalmente fuor d’acqua in questa isola dove si tende a parlare poco.

Me ne accorgo all’arrivo a Saint-Argan, uno di quei meravigliosi villaggi di pescatori che è cresciuto intorno al porto e alla piazza con la statua di Mazzarino. Rivedo Simon e la sua bicicletta davanti al micropalazzo del Comune, sul cui cornicione appare solo la parola “liberté”. Niente uguaglianza, niente fratellanza. Curioso. Provo a usare questo argomento per attaccare bottone con i locali ma ricevo solo scrollate di spalle, mugugni, sguardi torvi, come se avessi indagato sulla verginità delle figlie.

“Cosa pensa che volevano i galeotti in questo posto?” Dietro di me di nuovo Delpech. O mi sta seguendo oppure è davvero ovunque. Camicia bianca, cinquant’anni, brizzolato, sicuro di sè e della sua imbattibile posizione di unica voce dell’isola. “Che se ne facevano dell’uguaglianza? Volevano la libertà. Quanto alla fraternità… Beh, come si dice. Ognuno per se e Dio per tutti.”

Davanti a una lunga serie di bicchieri di un vino locale di eccellente fattura, Delpech non smette di scavare nella storia di Mornesey. “In 150 anni sono passati qui più di 12.000 galeotti. Ma non creda che fossero dei rubagalline. Anche tra i criminali ci sono delle caste. E poi prigionieri politici, aristocratici in disgrazia, colletti bianchi coinvolti in scandali finanziari. Gente con i soldi e buone connessioni sulla terraferma. Crede davvero che siano partiti tutti per la Cayenna?”

Ignoro la risposta. La domanda mi pare assai curiosa. Drizzo le orecchie in mezzo allo stridere dei gabbiani richiamati dalle vaschette di patatine fritte lasciate sul molo da un gruppo di ragazzini partiti con le barche a vela.

“Una buona parte aveva i soldi per pagarsi un sostituto. Già. Una persona che prendesse il suo posto nella Cayenna. Poveracci. Gente senza più niente da perdere. Magari qualcuno che doveva salvare dai debiti la famiglia. Ci si metteva d’accordo insieme al comandante della prigione. Alla fine, bastava che il numero tornasse. Non c’erano mica le fotografie e i registri erano faldoni di carta. Eppure, gli ex prigionieri, pur liberi, non potevano mica tornare indietro. Finivano per restare su Mornesey, mettevano famiglia, vecchio vizio dell’umanità. Sa quanti se ne sono salvati in questo modo?”

Scuoto la testa che sembra girare preoccupata da quelle scoperte. Innocenti mandati alla Cayenna al posto dei colpevoli?

“Succedeva ovunque. Non si preoccupi. Solamente che qui era sistematico e la cosa è andata avanti nel tempo. Non lo sa? Ebbene, si calcola che 2500 galeotti su 12.538 abbiano beneficiato di questa autoriduzione della pena. E sa quanta gente c’è oggi sull’isola?”

La testa stavolta sta per sprofondare in un vortice, come in uno dei sotterranei dell’abbazia.

“Tremila. Il che vuol dire che tutti gli abitanti di questo paradiso discendono da criminali. Per cui, parli poco e non si fidi di nessuno.”

Non sono sicuro di voler restare in questo posto. Dalle viuzze, dai portoni, dalle finestre mi sembra di vedere occhi che mi spiano.

“Per chi scrive lei in Italia?”

“L’Undici.”

“Non credo di conoscerlo. Ah, vedo che Clara sta uscendo. Gran pezzo di…, qualche tempo fa. Gradevole anche adesso. Ha sempre qualche notizia fresca da darmi anche se non è facile cavargliela. Mi toccherà invitarla a cena. La saluto. Mi trova in giro se ha voglia di scambiare due chiacchiere.”

Così trascorsi il primo giorno su Mornesey. Restai imbambolato a fissare la guida turistica ufficiale. Gli altri tredici giorni furono decisamente eccitanti quanto il primo, ma non per motivi criminali. Semmai, questioni più banali.

Unknown

L’isola di Mornesey non esiste. E’ lo scenario immaginario del romanzo “La follia Mazzarino” di Michel Bussi. Le persone incontrate, tranne il giornalista dell’Undici, sono personaggi del romanzo.

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

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