Breve viaggio nell’universo Camilleri: ora, maestro, ci dica di lei.

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Un viaggio nella vita di Andrea Camilleri. E un ponte, fra la passata generazione e quella futura.

Questo è la lunga lettera che il maestro, venuto a mancare il 17 luglio 2019, appena una manciata di giorni fa, ha scritto alla pronipote Matilda. Affinché lei non lo dimentichi; per fare in modo che la bimba sappia chi era il suo bisnonno, sebbene ci sia sempre la famiglia a parlarle di lui, e la quantità infinita di romanzi che lo scrittore ha lasciato in eredità, non ultimo quel personaggio tanto amato che di nome fa commissario Montalbano.

ora-dimmi-di-te-ok-1400x760Ebbene, questo è un testo che si legge d’un fiato. Dove Camilleri si materializza, di persona personalmente. Talmente accattivante e scorrevole, che nemmeno sembra una biografia. Appare invece come un’avventura lunga novantadue anni (tanti ne ha il maestro al tempo della stesura, terminata il 30 agosto 2017), di un uomo nato a Porto Empedocle, in Sicilia, nel settembre del 1925.
Un giovane ribelle, Camilleri, incapace di sottostare alle imposizioni, che si è visto diventare comunista per sfuggire al giogo del fascismo. Un ragazzo che, in tempi di guerra, ragionava già con la sua testa e comprendeva l’abominio a cui l’umanità intera stava andando incontro.
Un giovane indomito, divenuto poi uomo che non si è risparmiato in nulla. E lo testimoniano la quantità di sigarette che egli ha sempre dichiarato di fumare; le molte ragazze che ha cambiato prima d’innamorarsi della sua Rosetta, la moglie che è rimasta al suo fianco per oltre settant’anni, senza la cui autorizzazione il maestro non ha dato alle stampe neppure un rigo.

Si è presto tolto la divisa da Piccolo Balilla, Andrea Camilleri. Osteggiando con tutto se stesso e con irruenza le ingiustizie. Indelebile il ricordo dei compagni poveri che andavano in classe con le scarpe appese al collo, per non consumarle se non in aula. E lui, benestante, che non riusciva neppure a mangiare la merenda che la madre gli preparava, perché i suoi amici non avevano altrettante risorse.

Gli anni del collegio e degli studi, segnati dal fatto che egli preferisse marinare la scuola per andare all’aperto e poter leggere quel che voleva. Via dagli schemi e dalle imposizioni, nonostante i rimbrotti del padre e le punizioni dei preti. Quel padre che, in punto di morte, ritroverà con lui quel rapporto d’intimità interrotto o mai iniziato; quei preti, troppo “fascisti” e complici, con cui invece il rapporto con Camilleri non verrà mai recuperato, tanto che adesso il maestro riposa al cimitero Acattolico di Roma, in compagnia di Antonio Gramsci.

Si passa poi agli anni dell’amore, quelli di Rosetta. Il giorno del matrimonio che lo vede sposo indossare un abito troppo stretto; i rimproveri di Rosetta; lei che per errore infila la fede al dito del prete schifato, e intanto fioccano le risate fra loro due, da sempre complici. La nascita delle tre figlie: Andreina, Elisabetta, Mariolina. Tutte femmine, ma tanto Camilleri ha confessato di non avere mai avuto il sogno di concepire un erede maschio. Contento e orgoglioso di quella sua squadra di donne!

E gli anni del teatro, che hanno assorbito tutta la sua energia di sceneggiatore, facendogli sopire la “bestia” della scrittura. Racconti e poesie che hanno ceduto il passo a spettacoli importanti, fino a quando, ormai in tarda età, egli non è tornato a quel suo primo amore. Con romanzi difficili, che all’inizio nessuno gli voleva pubblicare, perché scritti in una lingua strana. Un misto fra italiano e dialetto siciliano, dato che quando vuoi spiegare qualcosa lo fai in italiano, ma quando vuoi esprimere un’emozione, lo fai sicuramente in dialetto.

La sua Sicilia, resa così famosa col successo! Un successo meritato, a lungo agognato. Un commissario (Montalbano), che lo ha consegnato all’eternità. Così come immortale è divenuta quella porzione di Sicilia dalla quale un tempo egli, come tutti i giovani, ha sognato di fuggire. Alla quale ha offerto un tributo, quasi fosse un pegno per averla abbandonata, preferendo stabilirsi a Roma.

E proprio mentre la vita sembra sfuggirgli di mano, perché a novant’anni queste cose si sentono, ecco una bimbetta, Matilda, fare capolino nel suo studio. Il maestro sta scrivendo, o meglio, dettando come specifica lui, perché ormai è divenuto cieco. E l’urgenza, di mettere nero su bianco tutto quello che le vorrebbe dire, conscio che quando lei sarà grande per comprendere le sue parole, lui non ci sarà più, rappresenta ancora una volta la rivincita della vita sulla morte. La voglia di aprirsi al futuro, di non abbattersi né sopperire.

La volontà d’incontrarsi fra cento anni, come si era auspicato nella Conversazione su Tiresia, rappresentazione del congedo ufficiale dal suo pubblico, è tenerezza di credere che la cosa sia possibile. Una speranza accesa, che è per tutti. Un miracolo che Camilleri è riuscito ad attuare, tramandando il seme di una vecchiaia utile, ancora arguta e perciò auspicabile. Un sogno infranto solo quando ormai nessuno più ci pensava. Al fatto che anche lui sarebbe morto; alle misere spoglie mortali.

E in dirittura d’arrivo, da questa escursione ideale nella sua vita, la voglia di rivolgersi a lui è tanta.
Ci dica di lei, ora, maestro. Così noi riusciremo a comprendere l’universo Camilleri. Noi che siamo stati suoi lettori e sempre lo saremo. D’altra parte, mai avrebbe potuto raccontarsi meglio, se non attraverso questo scritto.

Andrea Camilleri, “Ora dimmi di te. Lettera a Matilda”, Bompiani, 2018

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