Le radici che ci portiamo dietro

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Le radici, ovvero i legami profondi e le contaminazioni.

La prima cosa che viene in mente pensando alla parola ‘radici’ sono sicuramente gli alberi, così saldamente legati al terreno proprio attraverso questo organo, ma ondulanti, ballerini, protèsi con i loro rami verso la vastità del cielo.

“Aridi e senza una terra siamo poveri
senza più radici noi non siamo liberi.
Liberi di fare sogni e di volare via
oltre queste case dove sono gli alberi.
C’erano le foglie sparse al vento
e poi, appresso appresso,
insieme a loro c’eravamo noi.
Appresso appresso,
stiamo aspettando chi ci abbraccerà”.

Così cantavano al Festival di Sanremo, nel 1999, Enzo Gragnaniello e Ornella Vanoni, un testo ricco di allegorie e di similitudini tra gli alberi e gli esseri umani.
Che cosa più degli alberi può descrivere meglio la sorte, il destino di ogni uomo?
Le nostre radici che rimarcano la nostra identità, che ci permettono di restare stabili quando tutto intorno crolla, vacilla, e che ci danno nutrimento emotivo quando siamo a terra.
Le radici per ciascuno di noi sono diverse fanno parte di quel bagaglio culturale e di ricordi che ognuno porta con sé: possono essere legate alle persone (quali le radici familiari e amichevoli), o ai luoghi (come quelle del paese di appartenenza).
Proprio queste ultime sono quelle che, nei periodi di grandi migrazioni, i popoli sono costretti a tagliare. È successo sempre nella storia, sin dai tempi dei grandi condottieri fino ai giorni nostri: grandi masse di popolazioni che si spostano da un punto all’altro del pianeta per scappare da un nemico più forte, per cercare terreni più floridi per le coltivazioni e un clima più stabile, per trovare una loro nuova dimensione; amalgamandosi, unendosi, mescolandosi, contaminandosi e lasciandosi contaminare dalle nuove culture con cui entrano in contatto.
Ricorderemo sicuramente la storia della Grecia, sconfitta da Roma, e la celebre locuzione latina “Graecia capta ferum victorem cepit”, riportata nelle Epistole di Orazio, che letteralmente tradotta significa “la Grecia, conquistata (dai Romani), conquistò il rozzo vincitore”. Fu proprio così infatti, la Grecia, avvinta e piegata – dopo secoli di dominazione nel Mediterraneo – dalle armi dei conquistatori romani, abili combattenti, privi però di qualsiasi cultura, riuscì a portare, a infondere effluvi di cultura e di bellezza alla popolazione italica: sapere, scienza, tradizioni storiche, letteratura che divennero parte del nostro bagaglio culturale. “Et artes intulit agresti Latio”, “e le arti portò nell’agreste Lazio”, così continua la locuzione latina.
Contaminazioni di tradizioni, dunque, la lirica, la filosofia, l’arte, che si fondono per dare vita a nuove civiltà, nuove religioni; scambi per crescere, per evolvere, per migliorare in quell’interminabile gioco evolutivo dell’uomo.
Eppure, c’è chi riesce a vivere senza radici con il territorio, ancora nomade, errante nella vita e nei luoghi.
E ci sono invece popoli che hanno difeso strenuamente le proprie origini, le proprie radici, penso agli esuli di religione cristiana dell’Etiopia, che negli anni ”80 – “90 si ritrovarono a vivere nei campi profughi insieme ai Falascia, l’antico gruppo ebreo etiope, noti per l’“Operazione Mosè” del 1984, messa in atto dal Mossad (il servizio segreto israeliano) in collaborazione con la CIA e l’NSA statunitensi, per il reintegro degli ebrei etiopi in Israele. Una bellissima testimonianza di questo accadimento storico è il film di Radu Mihăileanu, “Va, vis et deviens”, del 2005, che in italiano è diventato “Vai e Vivrai”, ma che tradotto letteralmente rende meglio l’idea e significa: vai, vivi e diventa.

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Perché solo lasciando indietro le proprie origini, le proprie radici, si può ‘diventare’ qualcosa che ha sì, in sé il seme originario, ma che possa sbocciare in qualcosa di totalmente nuovo e migliore.
Costretto ad abbandonare la madre ancora molto piccolo, il giovane Salomon/Schlomo deve fare i conti molto presto con la sua vera identità, dovendo mentire sulle sue vere origini pur di vivere. Uno dei momenti più intensi del film è quando lui, fuori per motivi di studio dal paese che lo ha adottato, Israele, non può rientrare perché è in corso un processo contro gli etiopi cristiani che si sono finti ebrei, e al telefono con il suo mentore gli chiede: “Khess, dov’è casa mia?”
Sempre in fuga, sempre diviso, sempre spezzato, ecco come vive chi non può riconoscersi nelle sue radici, nelle sue tradizioni, nella sua storia. Sempre sradicato.
Le radici possono essere anche considerate quelle del microcosmo personale, quelle della famiglia di origine, e se uno dei due genitori viene a mancare si porta con sé un importante corredo genetico, ma mancherà sempre tutta una parte di storia personale che non potrà mai essere colmata, un po’ quello che scatta, in determinati periodi della vita, alle persone date in adozione. Sinceramente affezionate e devote ai genitori che li hanno accolti, ma il richiamo verso i genitori biologici è sempre molto forte, si ha bisogno di sapere, di conoscere. La stessa cosa vale per gli amici con i quali si creano dei legami forti fin dall’infanzia, anche loro faranno sempre parte del nostro bagaglio di emozioni che ci rinsalda al terreno della storia della nostra vita.
Le radici assimilano i nutrimenti dal terreno e li trasformano in linfa vitale facendo scorrere la vita dagli estremi fino ai rami più sottili, nello stesso modo attingiamo anche noi alle nostre energie ancestrali, torniamo ai luoghi che abbiamo amato di più, che fanno parte della nostra storia personale, pronti a diventare rami/braccia – foglie/dita che stringono e accarezzano il mondo.

Vladimir_Nabokov_1973
Non dimentichiamo neanche il punto di vista degli scrittori apolidi, cresciuti in diversi luoghi e conoscitori di diverse lingue, ecco come parla di sé Vladimir Nabokov:

“Sono uno scrittore americano, nato in Russia ed educato in Inghilterra. [...]
“La mia tragedia privata, che non può e non deve riguardare nessun altro, è che ho dovuto abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa così ricca, così libera, così infinitamente docile, per una marca di inglese di seconda qualità, priva di tutti quegli apparati – lo specchio ingannatore, il fondale di velluto nero, le tacite associazioni e tradizioni – che l’illusionista indigeno, con le code del frac svolazzanti, può magicamente usare per trascendere a suo modo il retaggio dei padri”.

Forse è proprio la letteratura il bagaglio più corposo che ci fornisce infiniti esempi, eppure meravigliosamente ci spiega come, ognuno di noi, abbia disperatamente bisogno di riconoscersi in qualcosa di più grande, di più immenso, di più profondo che gli faccia ricordare i passi fatti senza perdere di vista la strada da percorrere per cercare nuove vie e nuovi territori, dove essere finalmente accolti, radicarsi e sentirsi a casa.

 

 

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Chi lo ha scritto

Imma I.

Benvenuto! Se mi stai leggendo è perché molto probabilmente anche tu sei attratto dalla musica, dall’arte, dal cinema, dalla letteratura, dai videogiochi, dai fumetti, dalla fantascienza. Insomma essere sempre al corrente sulle ultime novità in qualsiasi campo. Scrivo praticamente da sempre, mi sono dedicata nei primi anni del mio lavoro alla cronaca locale, arrivando poi a collaborare con alcune riviste di cultura (lastanzadivirginia) e con webgiornali nazionali (YOUng). E questa con l’Undici è proprio la collaborazione che aspettavo da un po’… Mi piace informarmi e conoscere quante più cose mi riesce, ma mi piace anche condividere i miei pensieri con chi è curioso come me. Oltre alla passione per la scrittura, sono una editor/consulente editoriale, collaboro con diverse case editrici. Amo il surf, il punk, il rock, l’handmade, creare bolle di sapone giganti e le olive verdi. Sono felice di poter condividere un po’ del mio mondo con chi avrà il piacere di leggermi. A presto! Seguimi anche su Facebook! Mi trovi come: Imma Stellato Iava, o Imma I.

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