Il corriere

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Il mio orologio ed io abbiamo una relazione piuttosto difficile. Lui è un bel pezzo di orologio, non di lusso, ma gradevole alla vista e perfettamente funzionante. Ha tutte le qualità che ci si possono aspettare da un apparecchio del genere, ma con lui proprio non riesco ad andare d’accordo. Sapete perché? Perché quando alzo la manica della mia bella camicia firmata e lo guardo, non mostra mai l’ora che vorrei vedere.

Si potrebbe dire che non è lui il problema, ma bensì le mie aspettative nei suoi confronti. E io potrei rispondere che me ne fotto altamente e che non c’è niente di male nel desiderare che le proprie aspettative vengano soddisfatte nella maniera migliore possibile. Siedo nel bar di questo hotel da più di quanto sia lecito per una persona che non ha né un appuntamento, né desiderio di mandare giù alcolici a profusione.  E fintanto che la lancetta lunga non si degnerà di fare un altro quarto di giro o poco più non potrò fare altro che ‘guardare l’erba che cresce’. Il mio lavoro spesso è fatto di questo, interminabili attese. Sono una specie di corriere. Prendo la persona A, la porto al punto B e mi assicuro che sia sul posto all’orario richiesto, se non prima. Stasera ho deciso che questo tipo ci sarebbe arrivato prima.

Mi alzo dalla mia poltrona e chiamo l’ascensore. Tiro fuori gli incartamenti che mi hanno dato in agenzia e li leggo nella mia mente:
- Recarsi all’hotel City club per le ore 19:00. Prendere la persona che la attende nella stanza 714 e portarla all’indirizzo indicato nell’altro foglio per le ore 20:00. È un party privato.
“Una cosa tranquilla tranquilla.”
Dico ad alta voce senza rendermene conto.  È un mio brutto difetto, il pensare con la bocca aperta. Le persone mi lanciano sempre strane occhiatacce.
“Si fottano.”

Ecco, l’ho fatto di nuovo. La verità è che sono un pochino nervoso, si vede? Mi hanno affidato questo incarico in tutta fretta, la persona che se ne occupa di solito ha avuto un incidente con un autotreno e io ero l’unico disponibile. Benny, il responsabile dell’agenzia, che mi affida i lavori era, in preda al panico. Temevo che gli sarebbe esplosa una vena. Mi ha ripetuto fino a farmi venire il mal di testa di fare tutto per bene, con la massima professionalità. Ha detto che questo è l’incarico più importante dell’anno e va gestito in maniera impeccabile. I ricconi che sono a quel party, possono cancellarci dalle mappe con una telefonata. Io volevo dirgli di fottersi, ma con quello che paga per questa stronzata di lavoro che mi stava affidando, sarei rimasto zitto ad ascoltarlo anche se avesse deciso di leggermi “”Guerra e pace “dall’inizio alla fine. È sempre la stessa merda: dal punto A al punto B, tappa al bar per rilassarsi e poi nanna, magari nel letto di qualche conosciuta straniera. Questi erano i miei pensieri mentre bussavo alla porta della stanza 714.

La porta si aprì e ne uscirono non una, non due, ma ben tre donne, tutte e tre a dir poco meravigliose, da far girare la testa. Erano chiaramente escort, di un livello così alto che uno come me non avrebbe potuto permettersi un’ora con la più cessa di loro nemmeno mettendo sul piatto la paga di tre mesi. I loro abiti erano leggermente in disordine, avevano appena finito di lavorare. Probabilmente il loro cliente era il mio pacco di oggi. Maledetto pacco fortunato. Le ragazze mi sorrisero in maniera vagamente civettuola, mentre facevano la loro uscita e io entrai nella stanza.  Le luci erano spente, ma la stanza non era buia.

Una grande finestra posta su una parete laterale faceva entrare le sfavillanti luci metropolitane coprendo la stanza con una patina al neon che delineava la forma di ogni oggetto.  Era un ambiente molto grande, ma abbastanza spoglio. Vi erano un comò, un armadio e un enorme letto, naturalmente.  Chiesi permesso, ma a farlo sembrava quasi qualcun altro, dato che la mia mente era ancora sintonizzata sul trio che se l’era svignata in fondo al corridoio.  Poi lo vidi. Stava in piedi nudo davanti alla finestra aperta, i suoi capelli radi vagamente mossi dal vento gelido. Guardava rapito il panorama, illuminato dalla luce aliena del mondo sottostante. Sembrava uno di quegli angeli dei dipinti rinascimentali. Era giovane, meno di vent’anni a prima vista, e davvero molto bello. Aveva un fisico asciutto, ma dall’aria delicata, glutei sodi e gambe tornite. Non sembrava atletico, ma senza dubbio, come ho già detto poco fa, innegabilmente bello. Si voltò verso di me e quando i nostri sguardi si incontrarono mi parve di vedere una punta di angoscia su quel viso così piacente. Un profondo turbamento, che subito si sciolse in un sorriso liquido.
“Oh. Sei tu quello che deve portarmi indietro?”
“Esattamente. Devi farti una doccia prima di andare?”
“No. Mi serve solo del tempo per vestirmi.”

Senza dire altro entrò in bagno e ne uscì pronto a partire dopo pochi minuti. Non sembrava un tipo da festa chic, aveva i capelli rasati e la sua giacca e il suo giubbotto erano quelli che uno avrebbe indossato per uscire cinque minuti a prendere il latte. Nessuno guardandolo avrebbe pensato che potesse permettersi festini a base di super prostitute. Naturalmente non sono fatti miei. Assolutamente no. Però ero curioso. Ora sedeva nel retro della mia macchina. Guardava fisso fuori dal finestrino e sembrava come ipnotizzato da ciò che vedeva. Irradiava stupore, meraviglia, e terrore puro. Proprio così. Il ragazzo sembrava a tanto così dal farsela nei pantaloni. Ogni tanto, quando pensava di non essere visto, si prendeva la testa fra le mani e faceva una faccia veramente disperata. Così disperata che, sebbene la mia etica lavorativa mi imponesse di farmi gli affari miei, mi venne voglia di distrarlo un po’.
“Prima volta in città?”
Dissi. Lui si voltò verso di me ma non pareva aver colto che gli stavo parlando, così ripetei la domanda. Lui rispose di sì con la testa.
“Beh, che gliene pare? È un vero cesso, non trova?”“No… è tanto luminosa. Piena di persone. Molto diversa da dove sono cresciuto.”“Viene dalla periferia?”Ci pensò un attimo.

“Le sembrerà strano ma non saprei dirlo. Sono un monaco. Ho sempre vissuto in un ambiente molto chiuso e in verità non so nemmeno in che città ci troviamo.”
Un monaco? Se i preti possono passarsi quelle sventole prendo i voti anche io, pensai. Ma dissi tutt’altro, nel nome della pretesa di professionalità:
“Saprà almeno dove la sto portando, spero!”
“Si che lo so.”

Pensai di essermi preso un po’ troppa confidenza col ragazzo, poiché dopo quella domanda parve molto piccato e smise di parlare. Così feci anche io e venti minuti dopo giungemmo a destinazione. Il punto B stavolta era un palazzo in rovina dall’aria molto poco rassicurante. Le istruzioni di Benny dicevano che dovevo accompagnare l’ospite all’interno e che qualcuno sarebbe stato lì ad aspettarci per togliermelo dai piedi. Uscii e gli aprii la portiera. Lui rimase seduto nell’auto per buoni due minuti prima di venire fuori. Quale che fosse la festa a cui lo avevo portato, era ormai chiaro che lui non si sarebbe divertito granché. Gli porsi la mano e lo aiutai a uscire sentendomi un grandissimo bastardo, come accadeva ogni volta che portavo qualcuno in un luogo, dove non voleva andare. Lui mi guardò negli occhi mentre usciva e parve percepire il mio turbamento. Il suo sguardo era pieno di gratitudine e mi fece sentire anche peggio. Pensai quasi di dargli una botta in testa e portarlo dentro di peso pur di evitare che mi guardasse in quel modo, ma resistetti all’impulso. Il portone era aperto e dentro vi era un uomo con un cappotto di tweed. Era calvo e molto alto. Anche decisamente massiccio, ma non minaccioso. Il suo volto era segnato da rughe profonde che lo facevano sembrare simile a una maschera di legno non levigato. Ansioso di finire questo lavoro quasi corsi verso di lui, il quale fece un gran sorriso e abbracciò il ragazzo, il quale ricambiò.  Poi venne da me, mi ringraziò per il disturbo e mi chiese informazioni sul tipo, che era solito fare la consegna. Io gli dissi che davvero non sapevo nulla e che mi avevano avvisato all’ultimo minuto. Lui parve contento e mi allungò un mazzo di banconote. Era bello pesante e lo misi al sicuro senza fare domande. Ringraziai a mia volta e me ne andai. Ero quasi fuori quando l’uomo mi chiamò di nuovo. Mi chiese se volevo partecipare alla festa.
“Fuori discussione. Sono qui solo per lavoro.” Risposi seccamente.
“La sua etica è davvero ammirevole, ma temo di dover insistere. La persona che ha accompagnato, sua eccellenza Jan, ha espresso il desiderio di averla con noi stasera. È una serata molto speciale per lui. Si potrebbe dire che senza di lui la nostra celebrazione non potrebbe avere luogo. È nostro costume esaudire ogni richiesta di sua eccellenza prima della cerimonia, affinché egli possa dedicarsi totalmente al suo ruolo. Sappia quindi che farò qualsiasi cosa per convincerla. Vuole del denaro? Posso darle quattro volte quello che le è stato accreditato sul suo conto. Un milione di dollari. Sono sufficienti a convincerla?”
Cazzate. Tutte cazzate. Mio dio quante cazzate una dietro l’altra, pensai. Diamine, lo dissi quasi ad alta voce. Ci doveva essere una fregatura. Per me e soprattutto per lui. Guardai quel povero bastardo, che mi fissava da dietro l’uomo. Sembrava un cucciolo bloccato nel mezzo di un’autostrada. Un ‘aria proprio soddisfatta, senza dubbio. Così soddisfatta e felice dal ridursi a farsi accompagnare ovunque dovesse andare da un ceffo come me. A dirla tutta in quel momento non avevo la sensazione di essere messo meglio di lui. Cioè, anche io andrei offrendo cascate di soldi sorridendo come quel tipo, se sapessi di poter saldare i miei conti con una coltellata o un tuffo nella baia.
“Mi dispiace, ma no. Sono davvero lusingato ma, come ho già detto, non posso accettare.”
“E io le ripeto che i desideri di sua eccellenza devono essere esauditi. È imperativo, temo.”
Feci spallucce alla sua uscita da nemico di James Bond, mi voltai per filarmela, solo per trovare scomodamente infilata sotto l’arco della porta d’ingresso una specie di montagna umana. Era arrivata senza fare alcun rumore e ora stava lì come uno scoglio nel mare, freddo e inamovibile. Io, con tutta modestia, sono molto bello. Sono anche piuttosto simpatico e alla mano. Ma non sono bravo a fare a pugni, anzi faccio davvero schifo. A uno come quello sarebbe bastato semplicemente sedersi su di me per abbattermi, e credo ne avesse anche molta voglia a giudicare dalla genuina cattiveria che mi trasmetteva. Così mi girai nuovamente verso l’uomo calvo e dissi in maniera più rassegnata di quanto avrei voluto:
“Quando si parte?”

L’uomo, visibilmente compiaciuto, mi fece cenno di seguirlo. Io, lui e il ragazzo ci ritrovammo a scendere una scala che portava sotto l’edificio. Naturalmente eravamo accompagnati dal nostro amico gigante. Io mi avvicinai al ragazzo, Jan, e gli chiesi cosa stesse succedendo. Lui si scusò per avermi coinvolto, (che gentile,) e poi mi disse di stare tranquillo, che non mi sarebbe stato fatto alcun male e che era molto felice di avermi li.  Io gli chiesi perché. Rimpiansi istantaneamente la mia curiosità.
“Perché hai provato sinceramente a farmi stare meglio. Io sono stato scelto dal mio ordine. Stanotte sarò chiamato ad assolvere un compito importantissimo. Per poterlo assolvere al meglio devo essere libero da desideri mondani. Quindi è costume che per un intero mese la mia congregazione si adoperi per soddisfare ogni mia brama, e calmare il mio cuore. Si sono impegnati duramente, e mi hanno regalato esperienze che rimarranno con me per sempre… ma con vergogna devo ammettere che avevano fallito nel loro intento. I loro doni erano elargiti con condiscendenza e i loro gesti erano privi di calore o spontaneità. Ciò avvelenava il mio cuore e sentivo il bisogno di un vero contatto umano, di qualcuno che onestamente desiderasse vedermi in pace. E quando mi hai posto quell’unica domanda, mi hai fatto sentire proprio questo. Se assisterai al rito io sono certo che riuscirò a restare puro fino all’ultimo.”

Credo sia chiaro che quella non era la risposta che mi aspettavo. Anzi, mi domando se qualcuno al mondo si aspettasse una risposta del genere da qualche parte. Lui notò il mio visibile disagio e mi sorrise. Non parlammo più e dopo poco arrivammo davanti a una porta blindata. L’uomo calvo bussò e uno spioncino si aprì. Una voce roca risuonò da dietro la porta e iniziò a confabulare col calvo. Stavano sicuramente parlando di me, dato che mi stavo imbucando alla loro festicciola.  Non ci misero molto a raggiungere un accordo e finalmente entrammo in quello che sembrava un night club di alta classe. L’uomo dietro la porta era vestito come un maitre, e due belle cameriere in abito corto giunsero immediatamente ad accoglierci. Una di loro prese subito da parte Jan e il calvo e li portò da qualche parte, mentre l’altra mi porse un bustone di plastica con dentro uno smoking e mi disse che l’evento aveva un dress code strettissimo e che potevo cambiarmi nel guardaroba. Io le chiesi se poteva darmi una mano e lei si limitò a sorridere meschinamente.
“Sono proprio lo scemo del villaggio.”

Pensai ad alta voce mentre se ne andava. Quello che in quel momento era il mio migliore amico, il bodyguard gigante, mi si avvicinò per ricordarmi con la sua consueta cortesia che non c’era tempo da perdere. Mi cambiai sotto il suo occhio anche troppo vigile, e non appena fui pronto ci fu dato accesso al salone della festa. Era un posto davvero particolare quello: vi erano numerosi tavoli, come un ristorante o un night club, pieni di persone vestite in maniera elegante, le quali però a differenza di me, avevano il volto coperto da maschere più o meno stravaganti. I camerieri invece avevano il volto scoperto. Ve ne erano molti, giravano per i tavoli o servivano al ricco buffet collocato vicino ad una delle pareti. Naturalmente non fu certo il livello del servizio a colpirmi. Ciò che mi affascinò, e io non sono uno che si stupisce facilmente, fu il fatto che la sala era in realtà una specie di terrazza sotterranea, che dava su quello che sembrava un abisso senza fondo. Eravamo scesi già un bel po’ e mi chiesi a che profondità fossimo. Incurante del mio amico corsi ad affacciarmi alla balconata. Non appena lo feci, fui investito da una corrente d’aria sparata fuori dalle profondità di quel buco assurdamente enorme.  La corrente portava con sé uno strano odore, che non avevo mai percepito prima. Era simile a quello di un fiore, tipo un geranio o un ‘azalea, ma aveva una nota aspra, come di plastica bruciata.  Mi stordì lievemente e quasi cadevo di sotto. Quando mi ripresi, mi ritrovai a guardare il ripido costone di pietra, che partiva da sotto i nostri piedi e finiva dritto nell’abisso.  Notai così che la sala aveva una balconata inferiore, intagliata nella parete dello strapiombo, dove tre persone coperte da un mantello nero sedevano tranquille.  Era un ampio rettangolo pavimentato con mattonelle di marmo grigio opaco, circondato da mura abbastanza alte. Non riuscivo a vedere l’ingresso ma teorizzai fosse nella parete. Al centro vi era quello che potrei descrivere come la via di mezzo tra un altare e un sarcofago. Era una specie di grossa scatola di legno collocata su un corto supporto laccato, che la manteneva in posizione inclinata. La scatola era bella grossa, abbastanza grande per una persona di media statura, ma priva di coperchio. Su chi dovesse stendersi là dentro non avevo alcun dubbio.
“Hai finito di cazzeggiare? Andiamo a mangiare qualcosa.”

indexIl mio personale gorilla dava voce alle sfumature profonde della sua personalità. Ma non aveva mica torto. Bisogna pur mangiare. Mi alzai e il buon Gori (il suo nome da ora in poi, dato che non mi sono certo preso la briga di chiedergli le generalità), ci condusse al nostro tavolo giusto in tempo per la cena. E che cena che fu!! Una serie di antipasti di terra e mare, due primi ai frutti di mare, una dannata aragosta come piatto forte e per finire una degustazione di frutta e dolci. Il mio ultimo pasto sulla terra fino a quel momento, era stato a cinque stelle. Mentre pulivo il mio piatto dagli ultimi residui di gelato al limone vidi arrivare dal fondo della sala un altro uomo ammantato di nero. Aveva uno strambo copricapo a cono che lasciava scoperta solo la faccia, così riuscì ad identificarlo: era l’uomo calvo. Teneva in mano una specie di bastone con appesa alla punta una catena con alla fine una specie di incensiere dalla forma bombata. L’uomo, seguito da due accoliti similmente vestiti, girava per la sala agitando il suo scettro e spargendo nell’aria un nauseante fumo profumato. Finito il suo giro l’uomo si posizionò vicino alla balaustra. Batté una serie di colpi a terra col suo bastone, poi lo gettò nell’abisso. A quel punto tutti gli ospiti si alzarono in piedi.
“Amici carissimi!! La benedizione dell’aria è conclusa!! Il momento della sua ascesa è ormai prossimo!!”
La folla rispose con un gioioso boato. L’uomo sorrise e proseguì.
“Dalle profondità di un regno, che non possiamo immaginare, lui sorgerà per elargirci i suoi doni! Siamo davvero fortunati ad essere qui stasera!! E c’è qualcuno qui che è più fortunato di chiunque altro! Che entri il nostro ambasciatore!! Colui che seguirà il supremo nel suo regno!”
Tutti si avvicinarono alla balconata e videro Jan fare il suo ingresso nella balconata inferiore. I tre uomini in nero che fino a quel momento erano rimasti immobili si inginocchiarono ai suoi piedi e glieli baciarono. In quel momento una vecchia megera con indosso una piccola maschera dalla forma del muso di una civetta, ornata da piume gialle e argento, si
lasciò scappare uno strano risolino, simile a quello che uno fa quando gli raccontano una barzelletta, di cui conosce già la fine.
“Non mi piace…” Pensai.

Solo che non lo pensai, ma lo dissi ad alta voce, beccandomi così un paio di occhiatacce. Mi stavo innervosendo e quando ciò accade, la mia tendenza a straparlare peggiora drasticamente. Jan stava lì, come Gesù con gli apostoli, avvolto in una tunica marrone da perfetto santone. Gli occhi del mondo erano tutti per lui.
“Giovane Jan, da tutta la vita attendi questo momento! Dicci ora! Sei tu puro nel corpo e nello spirito?”
“Si gran maestro!! Non vi è ombra alcuna nel mio cuore!!”
Pronunciò quella risposta con l’ardore di un cavaliere crociato. Il calvo sorrise e si voltò nuovamente verso la folla.
“Avete udito?! Siete testimoni della tempra di questo giovane?!”
Altro boato da stadio. Gli ospiti partecipavano molto. Il calvo stava per continuare con i suoi deliri, quando la stanza decise di manifestare il suo dissenso per il modo in cui veniva usata, tremando furiosamente. Bicchieri e stoviglie caddero dai tavoli e io, temendo che il tetto ci sarebbe crollato addosso, provai a fuggire verso l’uscita. Per fortuna, prima di fare l’ennesima figura da scimunito, mi accorsi che nessun altro stava scappando e mi fermai immediatamente. Il tremore passò quasi subito, ma quello che venne dopo fu davvero da far rizzare i capelli: dal fondo dell’abisso si levò un lungo, straziante e animalesco lamento. Era un suono disgustoso e assordante, che trapanò il cervello di tutti i presenti. Quando finì mi voltai verso l’altrettanto provato Gori e gli chiesi che diavolo avevamo appena sentito. Lui sembrava saperne quanto me. Fu il celebrante a rispondere alla mia domanda, con l’ennesimo proclama altisonante.
“Il supremo è vicino!! Si dia inizio al rito!!”

In realtà non mi aveva detto granché, ma fare due più due non era difficile: Qualcosa stava arrivando da quel grosso buco e tutti qui non avevano alcun problema con questo fatto. Anzi non stavano più nella pelle dalla gioia. E mi conveniva entrare nella mentalità della massa al più presto, poiché non potevo fuggire in alcun modo.
Nel frattempo, durante queste mie profonde meditazioni, il rito aveva avuto inizio. I tre figuri si erano spogliati delle tuniche e si erano messi all’opera. Erano due uomini e una donna, tutti e tre oltre la quarantina, magrissimi, al punto che potevo contare le loro costole da sopra la balconata, e con i capelli rasati. Se non fosse stato per il fatto che erano completamente nudi, dubito che avrei capito che c’era una donna tra loro. Erano altissimi, molto più di Jan, e anche di me. I loro volti, smunti e deperiti sembravano maschere di plastica, su cui qualcuno aveva dipinto i lineamenti di un essere umano.  Iniziarono a girare attorno a Jan col capo abbassato, senza mai guardarlo in faccia. Sembravano tre mostruosi spaventapasseri, che circondavano un ignaro viaggiatore. A un certo punto la donna sciolse la cinta della sua tunica e i due uomini la rimossero del tutto. Ella allora lo abbracciò come per consolarlo, stampando i suoi seni, dondolanti come frutti avvizziti, sul suo bel volto efebico. Mi stavo sentendo male per lui. Poi lei iniziò a carezzarlo prima in viso e poi proseguì con il resto del corpo. Il tocco di lei lasciava macchie rossicce sul corpo di lui, come se sulle mani la donna avesse una specie di unguento. Un piacevole profumo agrodolce iniziò a spargersi nell’aria mano a mano che il corpo di lui veniva coperto. I due uomini invece uscivano e entravano dalla mia visuale, portando strane scatole decorate. Mentre la donna ungeva il suo corpo Jan non batteva ciglio. Ogni tanto compariva sul suo volto una smorfia di dolore, e io notai che la donna oltre a ungere, sembrava colpirlo e massaggiarlo in alcuni punti. Quando finì Jan sembrava una statua di terracotta. La donna lo baciò sulle labbra, unico punto non unto, e si mise in ginocchio in un angolo, cantilenando non so cosa. Da brividi. I due uomini subito iniziarono la fase successiva. Aprirono un contenitore cilindrico e vi presero una manciata di quella che sembrava una specie di polvere. La sparsero con cura sul corpo di Jan, specialmente sulle membra e sul dorso. Poi presero un’altra scatola. Questa conteneva delle garze. Erano un po’ strane come garze, avevano un colore vagamente verdognolo, con piccoli grumi di qualcosa sparsi sulla trama. Partendo uno dal piede sinistro e l’altro dal braccio destro, quei bizzarri personaggi iniziarono a bendare il moccioso. Lui, sebbene impiastricciato e coperto di sabbia, non faceva una piega. Anzi sembrava quasi contento. Mi accorsi che ogni tanto mi scoccava un’occhiata piena di riconoscenza. Io lo avrei gettato fuori dall’auto, se avessi saputo che fare il carino con lui, mi avrebbe messo in questo guaio. Anche se, vedendolo combinato in quella maniera, era difficile rimanere arrabbiati con lui. La folla invece sembrava divertirsi molto. L’entusiasmo di quelle persone era malamente celato dalle pesanti maschere. Per loro osservare Jan sottoporsi a quel bizzarro rituale, era come guardare un elefante fare giochetti in un circo a tre piste. Il solenne rigore da funzione religiosa era solo uno schermo, e l’unico che non riusciva a vedervi attraverso, era il poveraccio coperto di pece.

Di nuovo la stanza tremò. Più lievemente, ma il rumore sembrava essere più vicino. Gli ospiti si stringevano l’un l’altro incapaci di contenere la loro trepidazione, mentre nel piccolo rettangolo di marmo il bendaggio della novella mummia veniva concluso. Era giunto il momento di metterla a riposo. Uno dei due uomini, prese per mano Jan, che era bendato così stretto da poter a stento camminare, mentre l’altro si portava vicino al sarcofago in legno, che avevo notato prima. I tremori erano sempre più vicini e frequenti e dallo squarcio iniziava a diffondersi quello strano profumo di fiori finti. I due uomini aiutarono Jan a salire nel sarcofago e finalmente lo lasciarono riposare un po’. Orientarono la scatola verso la voragine e si inginocchiarono dietro di essa. La stanza tremò un’ultima volta, poi ci fu un momento di pace. Nessuno si muoveva, tutti avevano lo sguardo rivolto verso la voragine, tentando di bucare quell’assurda oscurità con i loro miseri occhi umani. Poi qualcuno in prima fila gridò:
“Eccolo!!”

Qualcuno indicò un punto e io guardai. Vorrei non averlo fatto. Perché ciò che ho visto è ben oltre la portata di un corriere che vive alla giornata. Dal buio stava finalmente emergendo qualcosa, che subito si conficcò nella parete rocciosa.  Quattro colossali cose giallognole penetrarono nella roccia secolare senza sforzo alcuno. Nello sgomento di quegli attimi non realizzai che quelle cose erano veramente molto somiglianti a dita umane, con tanto di lunga unghia biancastra alla fine. Poi al centro della voragine comparve una specie di ciuffo color grigio ferro, emergendo dal buio come la pinna di uno squalo. Le gigantesche dita diedero una spinta che fece tremare tutto e, in un momento, il ciuffo divenne un crine, che cingeva una colossale testa giallastra, attaccata a un impossibile collo che a sua volta era posato su spalle sulle quali uno avrebbe potuto poggiare una trave d’acciaio. La cosa era coperta di rocce e sassi e dopo essersi issata di fronte a noi iniziò a scuotersi per pulirsi da quei fastidiosi detriti. Io osservai tutto a bocca aperta, mentre gli ospiti tirarono fuori i loro smartphone e iniziarono a scattare senza sosta. Quando il gigante si sentì pulito emise un lungo grido, lo stesso che avevamo sentito prima. Il suo fiato ci investì come una folata di vento e alcuni ospiti caddero sulle loro chiappe. Io, dopo tutte le disavventure di quella sera, ero ormai preparato a cose del genere e ne uscii brillantemente, riuscii così a dare un’occhiata all’essere che chiamavano supremo. Di lui dalla voragine spuntava solo il torso, ed era veramente immenso. I suoi pettorali erano assurdamente muscolosi ed ampi come un parcheggio dal colore giallo pallido. Le braccia erano come colonne, e gli avambracci erano ricoperti di folti ciuffi di pelo grigio. Le sue mani facevano davvero paura: di grandezza proporzionata al resto, erano dotate di solo quattro dita adunche, che sembravano pronte ad afferrare chiunque di noi. Anzi gli sarebbe bastato abbassare il palmo per spiaccicarci tutti, ma non sembrava volere niente di tutto ciò. Il suo volto infatti lasciava un pochino perplessi. Il lungo crine grigio ferro gli dava un’aria selvaggia e le fattezze del suo viso erano simili alle nostre, ma più dure, più animalesche. Non aveva labbra, e una staccionata di denti storti e visibilmente in cattiva salute brillava di fronte a noi. I suoi occhi erano bianchi e privi di pupilla, al sicuro sotto una fronte da troglodita che si ammorbidiva solo quando scendeva a collegarsi col naso aguzzo. L’odore di fiori e marciume proveniva da lui, ed era più forte che mai. L’uomo calvo si gettò a terra intonando lodi per quel mostro nella maniera più calorosa possibile.

Se lui gradisse ciò, nessuno può saperlo. Il supremo stava lì. Ma non faceva nulla a parte respirare. Nel frattempo gli ospiti continuavano a fotografarlo. Era una scena davvero assurda.  L’uomo calvo fece un cenno; i due uomini nudi si alzarono, presero una specie di torcia e la accesero. L’odore dell’incenso di prima si sprigionò nuovamente e il gigante parve reagire. Si abbassò e avvicinò il suo grugno alla cassa dove era Jan. Immagino che il bimbo se la sia fatta addosso a quel punto. Dio sa se non lo avrei fatto io. Quando ciò accadde uno dei due prese una specie di picca e trafisse il collo del ragazzo. Un fiotto di sangue volò nell’aria e si stampò sul mento del supremo, che non parve nemmeno accorgersene. Poi ritirarono la picca i il sangue sgorgò da lui come acqua quando rovesci un secchio pieno fino all’orlo. Io non fui felice, ma nemmeno sorpreso.  Mi chiesi solo cosa gli sarebbe successo ora. Non doveva lui essere l’eletto che avrebbe seguito il supremo nel suo regno?  Non dovetti aspettare molto per capire cosa intendevano: Vidi gli scheletrici esecutori prendere la torcia e dare fuoco al sarcofago. Il legno si accese subito, ma notai che l’interno non era lambito dalle fiamme.

Dopo pochi minuti un gradevole odore di spezie si diffuse nell’aria. Tra quello e l’odore della carne di quel poveretto che cuoceva mi parve di essere tornato nella cucina di mia nonna Anna Marie. Anche al gigante piaceva quell’odore. Le sue narici si aprivano e si chiudevano dandogli un’aria ridicola.  Ondeggiava attorno al falò come un gatto in attesa dei suoi croccantini. Quando i due uomini usarono la picca con cui lo avevano trafitto per girare il corpo di Jan come fosse un hamburger non ebbi più alcun dubbio.  Jan era benedetto. Benedetto come un panino al formaggio.
“Osservate signori!”
Disse l’uomo calvo, assorbito nella sua posa da sacerdote.
“Egli è il supremo!! Vive dall’inizio del tempo e ci protegge dagli orrori che vivono sotto di noi. Ogni dieci anni egli sorge per prendere uno di noi e diventare uno con lui. Il nostro Jan si è preparato tutta la vita per questo momento. Lui ha sacrificato ogni cosa per far sì che noi tutti ricevessimo la sua benedizione!! Egli ci proteggerà dando forza al nostro divino antenato!!!”
Continuò con un fervore che se era finto, allora il vecchio era un diavolo di attore. Il pubblico comunque non era molto interessato ai suoi deliri. La scimmia interessa sempre di più del suo addestratore. Io non potevo davvero credere che una cosa del genere esistesse. Era un essere meraviglioso nella sua unicità. Gli anni che il calvo gli attribuiva se li portava tutti addosso. La sua pelle gialla era dura e callosa, piena di solchi. E il suo volto, i suoi occhi privi di luce, sembrava quello di una persona che aveva visto troppe cose.  O almeno così credo. Potrei anche non aver capito una cippa. L’unica cosa di cui sono certo è che c’era qualcosa di tragicamente guasto in quell’essere. Impotente, come sono stato dall’inizio di questa vicenda, osservai i cuochi rigirare il piatto forte un altro paio di volte, prima di trafiggerlo con la loro picca e servirlo all’assaggiatore. Di quello che era stato un giovane bellissimo dall’aria malinconica rimaneva solo uno scuro fagotto dal profumo irresistibile. Il supremo lo afferrò e iniziò a rigirarselo tra le mani. Stacco un arto e iniziò a masticarlo lentamente. Un’ombra di soddisfazione sembrò apparire su quel volto ottenebrato. Proseguì sbocconcellando lentamente il povero Jan, gustandone ogni morso. Rivoli di sangue vermiglio colavano tra gli interstizi dei suoi denti marci, colorandoli di rosso, e facendo sì che interrompesse il suo ruminare per dargli una pulita con un rapido colpo di lingua dal colore pallido. Lo studiai minuziosamente tentando di cogliere in quell’essere qualcosa che esulasse dalla tetra voracità senza nessun risultato. La sua apparenza era maestosa e imponente, e mi faceva pensare che forse non era sempre stato così. Il pubblico osservava lo spettacolo con morboso interessamento. Certi strabuzzavano gli occhi dallo stupore, altri erano disgustati al punto da dare di stomaco. Altri ancora si avvinghiavano ai loro accompagnatori o accompagnatrici in modo poco meno che decente o si inginocchiavano in adorazione. E infine vi erano quelli che più mi rimasero impressi: quelli a cui la vista di un gigante emerso dalle viscere della terra che stacca la testa a un ragazzino con un morso non sembrava fare né caldo né freddo. Stavano semplicemente lì, come fosse nulla. Di punto in bianco, il pasto del colosso, sebbene fosse consumato nella maniera più flemmatica immaginabile, raggiunse la sua fine. L’enorme muso imbrattato di un torbido rosso orbitava su di noi, vagamente minaccioso. Impossibile dire se la nostra presenza avesse un qualche valore per lui.

Il calvo prese la parola rivolgendosi proprio a lui.
“Oh eterno! Preghiamo tu abbia gradito quest’offerta!! Il giovane, la cui vita ora fa parte della tua immensità, non aveva altro desiderio che essere qui stasera!! Sorridi per lui e donaci un’altra decade di prosperità!!”
Il mostro stavolta sembrò riconoscere la voce.  Abbassò lo sguardo sul suo sacerdote e parve pensieroso. Guardava nella direzione del vecchio, ma non lo guardava davvero. Che fosse cieco? Una cosa era certa, qualche pensiero spiacevole stava attraversando quella testa spropositata, poiché la sua postura era divenuta nervosa e aggressiva. Poi però, il momento passò e com’è tipico di chi è sazio, fu preso dal languore e semplicemente sprofondò nell’abisso senza lasciare traccia. Il crine grigio, che spariva nel buio, è l’ultima cosa che ricordo. Poi ho sentito un forte dolore e sono svenuto. Ricordo di aver sognato. Di essere di nuovo in quella sala d’attesa con gli occhi fissi sul mio orologio. L’ora non arrivava mai, ma io ero tranquillo, circondato dalle cose che conosco e amo. Sullo sgabello di fianco a me c’era Jan che beveva un drink di quelli pieni di cannucce colorate. Sorrideva come un fesso. Sotto di lui, una pozza di tenebra. Io non volevo parlargli, ma lui consisteva ad attaccare bottone con me. Sotto di lui la tenebra aveva iniziato a ribollire come acqua in un pentolone, così gli dissi:
“Alzati, andiamo sui divanetti”.

Lui non voleva saperne, diceva che quello era il posto dove doveva stare. Sempre sorridendo. Sorridendo col volto paonazzo e le lacrime negli occhi. Ma sorridendo. Poi la picca letale emerse all’improvviso e lo trafisse, tirandolo giù nella pozza. A quel punto io mi accorsi che la sala non era la sala, ma la bocca del colosso, che ingoiava lui, me e tutto il resto. Le mascelle si serrarono sul mondo e io mi svegliai. Ero nel retro di una limousine. Di fronte a me sedeva l’uomo calvo, in tenuta formale.
“Ben svegliato. Prenda un po’ d’acqua.”
Disse col suo solito tono vagamente condiscendente. Io avevo la gola in fiamme, così la accettai. Poi, quando la mia testa si schiarì abbastanza chiesi:
“Perché sono ancora vivo?”
Il calvo mi parve vagamente offeso dalla mia domanda. Prese una bottiglia brandy dal minibar vicino al suo sedile, se ne versò un bicchiere e mentre lo rigirava piano disse:
“E perché mai non dovrebbe esserlo?”
“Ho visto l’attrazione principale del vostro party esclusivo.”
L’uomo rise. Una risata incredibilmente irritante, credete a me.
“Alcuni ospiti hanno fatto anche delle riprese, non se n’è accorto? Pensa che li avremmo privati dei loro smartphone ultracostosi? E con che faccia li inviteremmo ai prossimi eventi?”
“Non capisco.”
“Mi guardi. Le sembro un santone?”
In effetti no. Pensai. Ero confuso e la testa mi faceva male. Avevo un brutto bernoccolo. Il calvo scolò il suo bicchiere e proseguì.
“Abbiamo dovuto renderla incosciente per proteggere la privacy dei nostri ospiti. Le loro identità sono da preservare con il massimo riserbo. Ora credo che lei abbia delle domande.”
“Può scommetterci. Cos’era quella cosa? Non era certo un Dio.”
“Dici di no? Io non saprei. È qualcosa di antico, che supera la nostra conoscenza. La mia organizzazione lo vende come tale. Ne ha l’aspetto e il portamento. E il suo essere unico nel suo genere aiuta non poco. Il mondo è pieno di cose simili a quella che ha visto stasera. Strane creature nascoste tra le pieghe del mondo. Noi le troviamo e le usiamo al meglio delle loro possibilità.”
Non capivo. Mi scoppiava la testa. Lui proseguì, gongolante.

“Pensi a ciò che ha visto stasera. La varietà delle reazioni ad un evento inspiegabile. E allo spettacolino che abbiamo messo su. Certi credevano, certi no. Certi lo hanno visto come fosse un film e altri ancora si sveglieranno in preda agli incubi ogni notte per avervi assistito. Tutti sono usciti dalla sala con qualcosa in più. Esattamente ciò per cui hanno sborsato una quantità di soldi tale, da finanziare le nostre operazioni per un secolo. E un cliente pienamente soddisfatto non è una minaccia.”
“Mi vuole far credere che lei è poco più del direttore di un circo?”
Dissi io con la testa fra le mani.
“Quando serve sono anche questo.”
“E perché lo racconta a me?”
“Perché voglio che lei capisca con chi ha a che fare. Capisca la grandezza di questa operazione e cosa le accadrebbe nel minuto, in cui pensasse di andarci contro. Ma lei non mi sembra proprio il tipo da fare qualcosa del genere. In verità non avevo alcun bisogno di avere questa conversazione con lei. Avrei potuto semplicemente gettarla fuori dall’auto e lasciarla al suo destino, ma lei mi è stato subito simpatico. Ho voluto concedermi di conoscerla un po’.”
“Grandioso.”
Pensai di aver pensato, ma in realtà lo dissi. L’uomo rise. Per lui tutto questo era un vero spasso. Mi girava attorno come un avvoltoio, ridacchiando e ingoiando bicchiere dopo bicchiere di brandy. Io mi gettai sullo schienale del sedile in pelle e chiusi gli occhi tentando di processare ciò a cui avevo assistito, e integrarlo con la nauseante verità del dietro le quinte. Non dissi più nulla, poiché non sapevo cosa altro ci fosse da dire, e dopo un tempo che non saprei quantificare, la macchina si fermò.  La portiera si aprì e il tetro abitacolo fu inondato dai raggi del primo sole del mattino. Vidi che eravamo di fronte al mio appartamento. A quanto pare era serio quando diceva che non mi avrebbe ucciso.
“Beh, eccoci giunti alla fine della nostra festicciola. Non credo mi incontrerà mai più, quindi gioisca e vada per la sua strada. Le ho anche accreditato il milione che avevamo pattuito. Buona fortuna per tutto.”
Il vecchio avvoltoio, evidentemente stanco di giocare con me, mi stava mettendo alla porta, ma io rimasi seduto.
“Il ragazzo. Jan. Mi ha detto di essere un monaco.”
“Lo era. Di un ordine antichissimo che venerava la creatura. Prima di venderla a noi.”
Rispose affabile. Gli piaceva proprio rispondere alle domande.
“Lui non lo sapeva, giusto? Lui ci credeva davvero.”
“Credo sia evidente dalle sue azioni. Abbiamo mantenuto il suo ordine in vita per avere una scorta di ragazzetti pronti ad essere divorati senza proteste.”
“Solo per questo.”
depositphotos_47536967-stock-video-fog-blurry-light-car“Certo. Non capisco cosa stia insinuando. Ora vada. La sua compagnia non mi diverte più.”
Io uscii dall’auto. L’autista stava per chiudere la portiera.
“Non mi ha risposto quando le ho chiesto perché non mi ha ucciso. È vero che non doveva farlo. Ma io non sono nessuno. Potevo sparite. Invece sono vivo e mi ha anche pagato il dovuto. Cosa ha da dire?”
Lo fissai dritto in quei gelidi occhi disumani. Lui parve infuriarsi, poi si spense. Disse solo questa frase prima di partire verso dio sa dove:
“Nel mio ramo di lavoro si corre lo stesso rischio a credere troppo che a credere troppo poco.”
La lunga limousine sparì nella nebbia mattutina.  Io rimasi li fermo. Guardavo la mia città con occhi diversi, e da quel mattino, camminando per le sue strade, non è passato un giorno senza che abbia colto una zaffata di quell’odore di fiori misti a decadenza.

 

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Chi lo ha scritto

Stefano Martin

Stefano Martin è un accumulatore seriale di libri e di fumetti, soprattutto comics americani. Gli scaffali di casa sua scricchiolano e si piegano sotto il peso delle sue letture. È nato a Napoli 35 anni fa e si è stabilito da cinque nella nebbiosa Quarto, in provincia di Napoli. Per sopravvivere fa l’operaio, ma ha una formazione classica e una laurea in lingue conseguita all’università l’Orientale. Ha sempre amato scrivere, e lo ha fatto estensivamente nel corso della sua vita, per lo più su forum e siti internet. Negli ultimi anni si è deciso a tentare la strada dei concorsi letterari con buoni risultati pubblicando con successo su varie antologie. Non ha un genere di preferenza, ma gli argomenti dei suoi racconti spaziano dal fantasy all’horror, sempre in cerca di spunti inusuali. Recentemente è uscito con un graphic novel a fumetti per ALT (Associazione Lettori Torresi), giovane casa editrice campana, di cui cura i testi.

Cosa ne è stato scritto

  1. Bina Vitale

    Il corriere è un racconto avvincente e originale con un finale a soppressioni effic

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