Alcune storie finite male, e altre finite molto molto male

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L’amore senza un briciolo di terrore è roba da pensionati. Tra psicopatie, violenze a vario titolo e assassini con moventi risibili, ci si avvicina alla morte con l’ebbrezza del suo contrario, e lasciando comunque in eredità alcuni motivetti memorabili.

 

1) Dio Mio No –  Lucio Battisti, 1971

Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma bianca dei detersivi; 7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo; Davanti ad un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles, anch’io chiuso in una bolla di vetro;  Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania.”

Non si tratta di 4 film della Wertmuller ma dei quattro brani strumentali che fanno il nerbo di Amore e non amore, album del 1971 di Battisti, suonato dalla futura Premiata Forneria Marconi. Un miscuglio straordinario, psichedelico e sperimentale, come poteva essere il Battisti sconosciuto ai chitarristi da falò. Oltre ai quattro strumentali spiccava Dio Mio No, cronichetta ansiogena di un appuntamento domestico e galante, con la minuziosa preparazione di una cena strampalata e senza un minimo equilibrio negli apporti calorici (pasta al sugo, caviale, bistecca). Curioso è che tre anni dopo, in Innocenti evasioni, Mogol riproporrà per Battisti lo stesso tema della preparazione di una cena in vista dell’arrivo di un’amante. E comunque, in Dio mio no, l’ansioso viene prima assalito dal dubbio (“Lei verrà o non verrà”) e poi aggredito dall’ospite, che dopo aver mangiato di gusto tutto, si mette il pigiama, si avvicina, e fa qualcosa di terribile, che capovolge l’idea della sudditanza femminile. Segue un finale strumentale virtuosistico e psichedelico di più di due minuti, in cui Mussida, Premoli e Franz Di Cioccio ci ricordano che gli anni ’60 sono ormai finiti.

 

2) Bambolina e barracuda – Ligabue, 1990

Uno dei migliori Ligabue della stagione propone la storia iperrealistica di un play-boy di provincia (che a naso corrisponde in linea di massima proprio all’identikit dello Springsteen di Correggio), alle prese con una psicopatica. Il nostro non ci nasconde la pigrizia e la disillusione di chi, usurato da anni di sesso, pratica ormai le avventure con l’arroganza e la sicurezza di un protocollo certificato (“Torno tra un momento! Cerco un argomento, recitare la mia parte. già * perché c’é sempre una parte da recitare, si farebbe molto prima, se lei tornasse vestita soltanto del bicchiere”).  I due, ovviamente, nel giro di qualche minuto trombano, ma è alla fine del breve  amplesso che si manifestano problemi di una certa gravità. Liga, sazio, vorrebbe giustamente andarsene, ma Psycho lo incalza in un crescendo di comportamenti che spaziano dalle minacce aggravate alla violenza privata, dal sequestro di persona alla violenza sessuale. Spunta infine una pistola, che idealmente traccia il legame con l’Equipe 84 e Buscaglione, e segna l’ingresso ufficiale di Ligabue nella Storia con la esse minuscola.

3) Eri piccola così – Fred Buscaglione, 1958

L’immaginario vorace dell’era digitale  ci fornisce l’idea di Fred Buscaglione come di un gangster imbolsito ed anzianotto. Invece, la morte lo raggiunse molto molto giovane  (in un’età in cui, per rendere l’idea, Francesco Totti giocava ancora titolare) all’incrocio infame, tutt’oggi infame e pericoloso, tra via Rossini e via Paisiello, quartiere Parioli, Roma. La fine arrivò al culmine bulimico dell’attività di Buscaglione, star della televisione, cantante e attore di cinema frenetico (girò 10 film tra il 1959 e il 1960, roba che neanche Stefano Accorsi). Batteria suonata con le spazzole e swinghetto irresistibile per un gang-boy io narrante –Paroliere Leo Chiosso- che dall’al di là  racconta della storia di una bambola ribelle che lo  pianta , si mette con un altro, e poi, appunto, l’ammazza pure. La storia è arricchita da elementi nostrani (Latte, burro, marmellata e il tressette), che colorano il tutto di grottesco. Il successone riprende un tema già sviluppato dal duo Buscaglione-Chiosso l’anno prima, nel 1957, in cui la Teresa di “Teresa, non sparar” uccide il proprio gang-boy, col movente però, più credibile, della gelosia (“Un bacio ha domandato, te lo giuro ho rifiutato, ed abbiamo poi parlato, pensa un po’, sempre di te! Perciò Teresa. ti prego, non scherzare col fucile, far così non è gentile, lascia andar…Teresa…(NO!) Non mi sparar!”.  E anche qui, seguono gli spari che raggiungono il poveraccio).

4) Storia d’amore – Adriano Celentano, 1969

Lezione di rock per tutti i giovinetti che si accostano alla materia, convinti magari che la bellezza debba passare per forza attraverso virtuosismi e armonie complesse. Si sviluppa invece su due accordi (LA- e MI maggiore 7) questa storia dalle atmosfere vagamente gitane, che rimanda nell’incipit a Bartali di Paolo Conte (Non a caso autore, l’anno prima, di Azzurro). La scusa è quella di un conto sentimentale rimasto aperto  e quiescente per anni. Un breve flirt tra i due viene interrotto dall’intervento di un amico del Celentano narrante, amico antagonista e quindi incapace di amore vero (“L’hai sposata sapendo che lei moriva per me, coi tuoi soldi hai comprato il tuo corpo non certo il suo cuor”). La prospettiva, gravemente maschilista , è piuttosto in linea col personaggio Celentano tradizionalista e veterorurale. E comunque, un giorno, finalmente, la donna sguscia via dalle grinfie dell’antagonista e finisce nella stanza di Celentano. Tutti si aspetterebbero il lieto fine, e invece no, colpo di scena che dona bellezza e forza alla storia, il molleggiato s’inguastisce, rimane di pietra,  le molla una sberla e la rimanda  da lui, per poi rimettersi a letto e sognarla. Tant’è che l’ascoltatore rimane col dubbio che quella breve apparizione non sia stata essa stessa un sogno (Gli autori, Luciano Beretta e Miki Del Prete, rendono eterea l’atmosfera con il geniale “sembrava un angelo”). Vince alla grande il torneo  degli assoli di fisarmonica più lunghi del pop italiano. Un minuto e tre secondi netti.

5) Bang Bang – Dalida, 1966

Il brano entra in questo disonesto Bignami italiano  tra le proteste del pubblico più purista e con più di un dubbio, perché non fosse per un paio di forzature , andrebbe collocato più al di là che al di qua della dogana. Infatti, secondo una pratica molto diffusa all’epoca (seconda metà degli anni ’60), si tratta di canzone straniera tradotta in italiano –in questo caso con una traduzione pressoché letteraria-. “Bang bang”, “My baby shot me down”, nella sua prima versione, è una canzone di Sonny Bono, sindaco di Palm Springs e deputato repubblicano a tempo perso, cantata nel 1966 dalla moglie ed highlander Cherilyn Sarkisian LaPierre, per gli amici Cher. A cantare questa versione c’è invece la star italo-francese Dalida, maledetta e fatale, cresciuta in Egitto e vissuta in Francia, che la interpreta nel pieno della sua probabile passione per Luigi Tenco (autunno 1966), e a pochi mesi dal presunto suicidio a Sanremo (gennaio 1967) del cantante. Bang bang suona dunque come presagio sinistrissimo, e gli spari metaforici da bulli e pupe diventeranno proiettili veri. Nella storiella, comunque, breve lirica di formazione, i due protagonisti crescono vestiti da far west, ma uno dei due picchia forte, gioca da duro, è un po’ come sparasse, fino a quando, verso i 20 anni, se ne va, sparando al cuore e lasciando la vittima esanime e senza amore (Anche se non in una camera d’albergo).

6) 111 – Marlene Kuntz, 2007

A metà degli anni 2000 i Marlene Kuntz raggiungono l’apice della loro storia lirica con l’album UNO, 12 tracce memorabili in cui i nostri beniamini piemontesi discettano e pontificano per lo più d’amore, trattandone come ovvio in una prospettiva piuttosto greve. In “111″ Cristiano Godano e compagnia  descrivono in climax una storia di ordinario fallimento coniugale da consegnare –stampatene una copia del testo-  ai vostri amici sul punto di sposarsi, allegandola alla lampada, al tostapane d’argento o al weekend a Cuneo.

Questo il dettaglio del climax:

0:45 – 1:20 – Il matrimonio e il viaggio di nozze;

1:23 – 1:43  – La stabilità emotiva;

2:23 – 2:40 – Crisi e nascita di un bambino;

2:40-2:56 – Sostanziale separazione in casa;

2:56 – 3:28 – I tradimenti.

Dal minuto 3:28 in poi l’omicidio.

Dal terzo minuto e mezzo si passa alla narrazione in prima persona, con lui che ammazza a martellate lei, mentre la canzone cambia toni, fa fracasso, e i Marlene  tornano alle sonorità  sfacciate e distorte dei primi tempi.

“ma quale errore quando mi accorsi di averla uccisa a martellate

quale orrore quando mi accorsi di averla punita massacrandola a martellate..

quale orrore.. ma quale orrore! che mostro sono.. e non so neanche farmi fuori da me!..

qualcuno ha voglia di pregare per me!?!”

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Cosa ne è stato scritto

  1. Federico

    Da paura, ai film della Wertmuller già ero morto. Poi il Pringsteen di Scorreggio e il resto.. Ottimi spunti, ottimo articolo!

    Rispondi