“Xe più giorni che luganighe”

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“Storico buffet triestino sotto i riflettori”. Così il direttore del Piccolo decise di intitolare l’articolo che spiccava sulla prima pagina del quotidiano facendo impallidire quelli dedicati alla politica, allo sport e ad altre amenità. Il sottotitolo, poi, era una vera chicca: “tra luganighe, capuzi, porzina e cotechin, rinvenuti resti umani”. Mossa azzardata ma efficace. Quel giorno, infatti, il giornale triplicò le vendite!
tedesca scoprire il cadavere, se così si può dire, fu una turista tedesca. Un donnone enorme con le spalle da lottatore di sumo e una folta chioma rossa -una criniera alla Milva dei tempi migliori- che nell’osservare in modo preciso e severo l’operazione della preparazione di un classico “piatto caldaia”, notò l’intruso. Tra salsicce di cragno, carré, lingua, zampone, pancetta, testina, porcina e coppa di maiale bollita, nel pentolone delle meraviglie emerse qualcosa di sinistro. Per la precisione, il mignolo lungo e contorto di una mano sinistra. Fu allora che la crucca, impassibile come un manichino da esposizione, iniziò a protestare con voce querula e con l’inconfondibile accento teutonico “cvesta cosa non è come dire in menù. Cvesta cosa è dito di uomo, no schinken. Su quelle parole calò un silenzio mortale, la pressione arteriosa del marito della donna e le saracinesche del locale.
Nel pentolone delle meraviglie emersero anche altre parti di un corpo umano che il cameriere, in visibile stato di shock, posò su un piatto da portata tra avanzi di luganighe e capuzi garbi. Tutti quei pezzi di carne gettati alla rinfusa gli uni sugli altri sembravano i tasselli di un puzzle macabro. Una volta estratta la parure dei gioielli di famiglia, però, fu un gioco da ragazzi, per Piera Ossidante, capo della Polizia, dare un nome a quella carne lessata. Si trattava di Giulio Spazzino, noto imprenditore impegnato, guarda caso, nel settore Ecologia e Ambiente. Le analisi di laboratorio confermarono l’intuizione suscitata dal pisello bollito e dal resto del corpo che venne trovato, sempre a pezzi, in un sacco della spazzatura nel retrobottega.

Piera Disonesta, da sempre conosciuta così, con l’anagramma del suo cognome, era una grande appassionata di quiz, indovinelli, rebus ed enigmistica. Per questo motivo, infatti, i colleghi avevano storpiato il suo cognome originale, Ossidante, già eloquente di per sé, in Disonesta, altrettanto eloquente e per questo motivo, Piera era riuscita ad assemblare il puzzle con tanta facilità.
triesteUna fama terribile aveva preceduto il suo arrivo a Trieste. Piera veniva descritta rigida e viscida come un’anguilla con il rigor mortis, ossidante come un’emulsione 40 volumi per schiarire i capelli, empatica come una statua di cera, dispettosa e agitata come una bertuccia in preda a un attacco epilettico e altezzosa come una rockstar moderna, in più era disonesta. Sembra un paradosso, eppure il capo della Polizia di Trieste era una mela marcia che sottraeva il pranzo ai colleghi, diceva le bugie e, negli ultimi tempi, rubava pure i mariti alle donne che detestava. Piera, omosessuale da una vita, aveva cambiato orientamento sessuale dopo i cinquant’anni, una volta conosciuto Gelsomino che con il ritornello “ce l’ho piccolo, ma birichino” l’aveva completamente stregata e lo Spazzino, prima di diventare un cadavere bollito, era stato il suo ennesimo amante. L’uomo le aveva fatto scoprire il Carso, il Pedocin, le osmize, la putizza, i sardoni in savor, il Terrano, le luganighe e il cotto in crosta… Questa relazione clandestina, però, era nota solo a un’ex fiamma della Disonesta, tale Ramona Popescu, originaria di Bucarest, donna di una bellezza sleale, oltre che gelosa e vendicativa.

Qualche anno prima, le due lesbiche avevano trascorso un fine settimana a Trieste, in occasione di un convegno su gay e migranti e lì, Piera aveva conosciuto lo Spazzino. Allora, tra i due, c’era stata solo una stretta di mano, molto energica, e un lungo sguardo languido… di sbieco, essendo lo Spazzino affetto da un imbarazzante strabismo di Venere che, a dirla tutta, nulla aveva a che fare con Venere, semmai con un Marte, e pure incazzato!
Ad ogni modo, in soli due giorni, Piera era rimasta affascinata dalle bellezze naturali e culturali della città, dalla sicurezza e dal basso tasso di criminalità. Trieste le era sembrata un’”oasi felice”, un luogo ideale dove trascorrere gli ultimi anni prima della pensione. Ramona, invece, aveva apprezzato i buffet storici, il cibo, in particolare le luganighe e, curiosamente, il dialetto locale.
lettereDi conseguenza, le luganighe rinvenute sul luogo del delitto, solleticarono a Piera il ricordo della sua focosa partner rumena e delle decine di lettere bizzarre che aveva ricevuto nelle ultime settimane; tutte anonime, tutte zeppe di errori di ortografia e tutte con indovinelli, quiz e minacce in rima. Pensare all’ultima, in particolare, le fece quasi perdere i sensi “sé cadaviere non vuoi trovare, luganighe e capuzi tu mangiare”. Solo Ramona sapeva della sua allergia al cavolo cappuccio. Un boccone di quell’ortaggio avrebbe potuto esserle fatale. Chissà qual era lo scopo di tale minaccia… la morte di Piera, oppure un omicidio? C’era lei, forse, dietro l’uccisione dello Spazzino?
La tormentata relazione con Ramona si era basata esclusivamente sulla comune passione, quasi patologica, per i giochi enigmistici -l’amore e il sesso erano solamente due sostantivi nel dizionario. Il collante, invece, se così si può dire, era stato la morbosa gelosia della rumena. Ogni volta, infatti, che Piera aveva tentato di chiudere quel rapporto malato, Ramona l’aveva intimorita con una serie di quiz a risposta multipla dove l’unica alternativa era sempre la stessa: l’omicidio. Un giorno, quell’anatema si era pure avverato. Rientrando a casa dal lavoro, infatti, Piera aveva trovato Trululù, il suo coniglio nano, spiaccicato in giardino e Ramona che ballava il merengue in poggiolo avvinghiata alla paletta per la spazzatura sporca di sangue e peli di coniglio. A nulla erano valse le giustificazioni della donna che diceva di aver visto Trululù, più stordito del solito, partecipare al ballo caraibico intercettando prima il bordo della paletta e poi un varco nella ringhiera del terrazzo. Trululù, infatti, oltre a essere nano era anche particolarmente pigro e letargico! La criminale era senz’altro Ramona.

osmizaIn ogni caso, una volta incontrato nuovamente lo Spazzino in vacanza a Milano, Piera aveva deciso di lasciare la Lombardia e Ramona per seguirlo a Trieste, sebbene l’uomo fosse sposato e avanti con l’età. I primi anni erano trascorsi sereni, tra osmize, spritz, luganighe e quell’enorme pisello dello Spazzino che Piera non avrebbe mai pensato di trovare, un giorno, bollito su un vassoio da portata, anche se faceva la sua porca figura, pure da cotto! Poi erano arrivate, con frequenza settimanale, strane lettere impreziosite da rebus, indovinelli o semplici frasi come “galina vechia fa buono brodo”, “Trululù presto in compania”, “melio una dona che uomo a metà” e così via, fino alle minacce in rima che sembravano, addirittura, scimmiottare il dialetto triestino “se te pensi di scapare, no sai cuanto poso farti male”, “se mi perdi d’ochio te molo un malochio”, “se non ritorni sarano longhi”. Sebbene Piera non avesse mai dato peso a tali farneticazioni, quel giorno cambiò idea. Allora ebbe l’illuminazione: l’assassina era Ramona Popescu. C’era il movente e c’era il suo intuito. Mancavano le prove, dettaglio che la Disonesta pensava di poter trovare facilmente, in maniera lecita oppure con qualche espediente di fortuna.
La certezza di aver scoperto l’autore del delitto condizionò Piera a tal punto che quando Claudio, detto Caio, il bubez ritardato del buffet, confessò l’omicidio, fece finta di nulla. A distrarla furono non solo le sue convinzioni, ma anche l’atteggiamento vagamente strafottente del bubez che oltre a essere ritardato, era pure prolisso, egocentrico e balbuziente. Quella dichiarazione da pochi minuti durata ore a causa de-delle numerose ri-ri-ripetizioni di quasi ogni singola parola e delle altrettante numerose divagazioni del bubez sulle sue straordinarie capacità di tuttofare del buffet, innervosirono Piera.

Eppure, Caio era il colpevole ideale: aveva una fedina penale lunga quanto il menù del locale, frequentava l’Alcolisti Anonimi senza successo, custodiva un set di seghe giapponesi nel ripostiglio del locale, fumava tutto quello che trovava in cucina, comprese le spezie e puzzava di… ma questo non c’entra. Come se non bastasse, le impronte rinvenute sul sacco della spazzatura gli calzavano a pennello e la confessione spontanea completava il quadro. Un omicida pentito è il sogno di tutti gli investigatori. Piera, però, accecata dalla sua intuizione e contrariata dall’ego smisurato del bubez, non si arrese di fronte a quella che era sicura fosse solo una messa in scena.
Caio le era sembrato troppo emotivo e, allo stesso tempo, troppo spavaldo, forse condizionato dagli ansiolitici, forse costretto da un ricatto o forse solo confuso dal suo approssimativo sviluppo psichico e poi, mancava il movente. Apparentemente, infatti, non c’era alcun tipo di relazione tra il bubez e lo Spazzino.
Così Piera, sempre più convinta della sua folgorazione, da Disonesta qual era, finse una malattia per mettersi sulle tracce di Ramona senza destare sospetto. Il fatto che l’ultima lettera, quella più inquietante “sé cadaviere non vuoi trovare, luganighe e capuzi tu mangiare” risalisse a ben un mese prima la turbava. Poi il nulla.
coniglioIn poche ore, infatti, il suo intuito e, di conseguenza, la sua autostima subirono un colpo terribile. Attraverso rapide indagini, la Disonesta venne a sapere che Ramona aveva cambiato orientamento sessuale, paese e, addirittura, continente, andando in sposa a un cowboy del Wyoming. Come se non bastasse, venne pure a sapere dalla voce di Ramona stessa che il cadavere al quale faceva riferimento nell’ultima lettera, era quello di un coniglio. Voleva riaprire nell’amante perduta l’antica ferita per la morte prematura di Trululù. Convolata a nozze, però, giusto un mese prima, le priorità erano cambiate e molestare l’ex non rientrava più tra queste.
Dopo un attimo di smarrimento e la miracolosa guarigione dalla malattia, Piera riprese in mano la situazione con lucidità. Se non era stato Caio a uccidere lo Spazzino e non era stata Ramona, chi era il responsabile di quell’abominio? Prima di rivolgere l’attenzione alla vedova, ai figli, ai parenti, agli amici e ai nemici del defunto, la Disonesta tornò a interrogare il bubez ritardato. L’emotività che aveva profuso con generosità durante la confessione era ambigua.
In effetti, pochi minuti di pressione psicologica furono sufficienti perché Caio rivelasse ciò che aveva taciuto per anni: lo Spazzino era il suo padre biologico, autore di un incesto. La madre, infatti, morta da tempo, era la sorella dell’imprenditore. Affinché questa storia scabrosa restasse top secret lo Spazzino si era impegnato a sostenere Caio economicamente e a garantirgli il posto di lavoro al buffet, il cui proprietario, a sua volta, era stato ricattato dallo Spazzino perché sorpreso a favorire un giro di prostituzione nel magazzino del locale.

segheAccadde questo: il giorno maledetto, di primo mattino, Caio e il padre, riunitisi nel retrobottega per discutere l’aggiornamento del compenso mensile, litigarono furiosamente. Durante l’alterco, l’uomo scivolò su una cotenna andando a sbattere violentemente il capo sullo spigolo di uno scalino. Morì sul colpo. Allora Caio, confuso ma felice, pensò di provare il set di seghe giapponesi nuovo di pacca. In prima battuta tagliò il pisello dell’uomo, colpevole dell’incesto, della sua nascita e della sua complicata esistenza, poi, quasi appagato, ma non completamente soddisfatto proseguì con le orecchie, le dita delle mani e quelle dei piedi. Arrivato al cranio, però, fu costretto a fermarsi. Le seghe erano inadeguate. Così trascinò il corpo nella cantina di casa e terminò il lavoro con una sega circolare. Poi, ancora, per onorare il buffo cognome del genitore, sistemò i resti in un sacco della spazzatura che portò nel retrobottega in attesa delle pulizie serali. Probabilmente nessuno avrebbe scoperto il corpo dello Spazzino se Caio si fosse limitato a ridurlo a tocchetti e a spedirlo al macero con i rifiuti del locale. L’idea di cuocere il pisello del padre, infatti, fu una leggerezza imperdonabile.
Alla fine, Caio, rassegnato alla cella che l’attendeva, confidò alla Disonesta che il lavoro al buffet neppure gli piaceva. I fumenti del pentolone delle meraviglie gli davano la nausea, soprattutto d’estate. Salsicce di cragno, carré, lingua, zampone, pancetta, testina, porcina e coppa di maiale bollita erano diventati un incubo, anche se, adesso, aveva perso tutto, pure le spezie per farsi le canne gratis. Poi, senza sapere esattamente cosa volesse dire, concluse così: “Ah, cara si-si-signora, è proprio ve-vero, sa, come si di-dice… xe più gio-giorni che lu-lu-luganighe!

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Chi lo ha scritto

Erica Bonanni

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Nata a Trieste, laureata in giurisprudenza e in scienze politiche, in possesso dell’abilitazione all’esercizio della professione forense, Coach in PNL, Giudice Sportivo Regionale FIP… stop. Amo ogni tipo di risveglio, amo l’atmosfera del mattino, amo la solitudine, amo riflettere, amo il cielo che minaccia tempesta, amo fare sport, amo viaggiare, amo il gelato, amo sorridere, amo giocare, amo entusiasmarmi, amo soffrire, amo lottare, amo vincere, amo studiare, amo trovare una soluzione, amo i picnic, amo suonare il flauto traverso, amo le notti insonni, amo sorprendere, amo stuzzicare, amo preparare i dolci, amo mangiare i dolci, amo leggere, amo scrivere e… amo amare ed essere amata. Odio… ops, un errore di ortografia. Volevo dire: oddio quante cose amo!

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