Sulla credibilità dell’essere umano

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Il valore di una persona dipende anche da quanto sia ritenuta credibile la sua parola, indipendentemente dal sistema atto ad appurarne la veridicità. Ma se l’aspetto testé accennato rileva solo ripercussioni soggettive oscillanti tra stima ed autostima, il punto che ispira il presente scritto riguarda, invece, il lento processo – mascherato da rigore metodologico – attraverso il quale l’essere umano è stato sostituito da un ufficio o un ruolo qualunque che, ancorché contrassegnato da approccio efficiente e lavoro competente, potrebbe rifarsi ad un codice che non contempli tutti i casi, tra cui quello di chi non avrebbe potuto constatare l’evento accadutogli se non in tempi e luoghi ad esso lontani ma, paradossalmente, ritenuti fondamentali per la dimostrazione delle sue asserzioni. È in questo preciso momento che la persona di cui si tratta – impigliata in farragini metodologiche – scopre di essere non credibile e, al contempo, di sperimentare la deprivazione del relativo diritto.

Un caso-scuola: la compagnia assicurativa nega il risarcimento

bagagliPer via di poca avvedutezza, o troppa ingenuità, il malcapitato contraente di una polizza assicurativa si trova ad imbattersi nella rete burocratica che – in sintesi – non prevede la credibilità dell’assicurato. In pratica, nonostante il fatto evidente – il danno realmente procurato – non è sufficiente la semplice dichiarazione (integrata da documentazione fotografica) dell’incredulo contraente.
L’episodio, nel caso di specie, ha visto protagonista una giovane coppia di viaggiatori che, dopo il ritorno in aereo, hanno riscontrato delle lesioni e spaccature ai loro rispettivi trolley. Tali danni, però, sono stati rilevati soltanto a casa, dopo aver tolto gli abiti e altri oggetti personali dalle valigie e, peraltro, spostando il tessuto che ricopre la parte interna. A quel punto, si sono messi in contatto con la compagnia assicurativa per denunciare il fatto ma l’operatore al telefono gli ha comunicato che avrebbero dovuto fermarsi all’ufficio aeroportuale preposto al riscontro di danni e altri eventi assicurati.
Ma, al di là del fatto logico che senza segni esterni – che lascino presagire danni nascosti/interni della struttura portante – non si apre una valigia né tantomeno se ne estraggono gli oggetti per controllarne l’integrità, resta l’amara scoperta di non essere creduti e, perlopiù, tacciati velatamente di essere bugiardi o, peggio ancora, truffatori.
Nonostante il dipendente della compagnia assicurativa premettesse “Non sarà il loro caso” il concetto inequivocabile di diffidenza trapelava da altre parole: “Il danno avrebbero potuto procurarselo da soli in auto”.
Da queste antitetiche espressioni si deduce l’incontrovertibile necessità di coabitazione, nell’edificio della credibilità umana, sia dell’aspetto teorico – spesso ipocritamente manifestato – sia di quello pratico – l’unico in grado di riportare alla realtà i rapporti, magari compensando con un concetto non più falso ma apoditticamente sincero quale “La compagnia risarcirà i danni perché crede alla parola degli assicurati”.

“Come si è arrivati, quindi, a questo punto di rapporti pregni di dubbio, sospetto e diffidenza nel prossimo?”
Attraverso percorsi di donne e uomini che – a causa di comportamenti reali o presunti, rispettivamente attuati da imbroglioni in carne ed ossa o probabili – hanno permesso l’instaurarsi del sostrato su cui ha assunto forma e sostanza l’impianto relazionale che ha condotto a non fidarsi più gli uni degli altri, al punto che le regole sembrano sempre più perfezionate al fine di scoraggiare il rapporto diretto attraverso filtri e farragini che, in definitiva, soltanto raramente consentono di fare coincidere legalità e verità/giustizia.

Intraprendere il percorso a ritroso – magari ad altissima velocità – sarebbe auspicabile, oltre che estremamente civile. Gli apparenti passi indietro consentirebbero invero di andare avanti, fino alla trasparenza delle relazioni umane.

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