Vita da rocker, tra live e album

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Sei un musicista emergente? Ma anche uno noto, non fa molta differenza, e hai deciso di gestire tu da solo il tuo tour? Non hai quell’amico ‘wannabeAuanaSgheps’ pratico, quello traffichino, che conosce tutti, che frequenta i locali più cool, indossa solo lenti fighe, ha saputo adattarsi incredibilmente alla dance anni ’90 passando per il reggaeton arrivando alla trap senza mostrare nessun segno di squilibrio? Quello che ti rassicura dicendoti: me la vedo io. Nope? E allora come fai a tenerti vivo in questo mondo catastrofico che è quello della musica live in questo periodo storico?
Sembra che per chi voglia gestirsi da solo non ci sia speranza alcuna se non quella di andare a cantare fuori alle stazioni della metropolitana, o per strada.
In maniera educata e gentile hai iniziato ad organizzare il tuo tour contattando locali, più o meno noti, sempre più motivato. Hai pensato ‘male che vada mi diranno che non sono interessati alla mia musica!’, confidando nella buona sorte. Giorno dopo giorno hai però notato che la tua casella di posta rimaneva vuota nonostante le centinaia di e-mail inviate, il cellulare silente come se il tuo numero fosse caduto nelle fauci di un buco nero, che cosa è successo?
Eppure, la maggior parte dei locali sostiene che la loro direzione artistica legga qualunque proposta, qualunque e-mail, qualunque messaggio, ma è proprio così?
In realtà, no. Per testimonianza diretta posso affermare che non è affatto così, tranne in pochissimi rari casi quelle e-mail non verranno mai lette da nessuno.
E allora come si fa?
C’è un atteggiamento quasi mafioso in questo comportamento: suona solo chi fa parte del giro, e se notate bene sono sempre gli stessi.
Gli amici di…, i parenti di…, facendo morire completamente quello che è il circuito musicale nazionale.
Per amicizia, più che per lavoro, mi è capitato di organizzare tour in giro per l’Italia, per diversi amici, tra locali e festival. Ultimamente la situazione è diventata esasperante: tra quelli che non ti rispondono proprio, tra quelli che “ti faremo sapere”, ci sono anche quelli: io preferisco gli artisti stranieri!
Mi sta bene, ma perché mai? Non si sa. “A ‘sto prezzo io preferisco chiama’ uno de fori”.
Mi sta benissimo, ma perché? Il settore musicale indie/rock è l’unico in cui fa più fico se sei straniero? Come funziona? Va bene attirare nel tuo locale diversi tipi di clientela, approfittando di più artisti, ma perché non concedere le stesse possibilità anche agli artisti italiani?
Ci pensate mai che c’è una larga schiera di musicisti che voi vedete solo durante determinati eventi, poi non ne sentite più parlare? Come vivono? Che fanno durante il resto del tempo? Non c’è un fondo economico destinato agli artisti che stanno preparando un album, in che modo devono mantenersi?
E allora quasi tutti relegano la musica a un hobby, durante il tempo libero, accontentandosi di paghe misere, alimentando frustrazioni e sogni infranti. Come se caricare/scaricare strumenti, sostenere il palco per circa due ore, spostarsi di città in città, avere orari improbabili, non fosse sfiancante e usurante. Certo, è la vita che ci si è scelti, ma non per questo si dovrebbero patire umiliazioni e mortificazioni.
Il sistema è complesso, molti gestori di locali sono anche loro allo stremo, non riescono a sostenere i costi e questo rende tutto ancora più triste. Quindi, a musicisti che propongono la loro musica si preferiscono le tribute/cover band, i pianobar; mentre la musica indipendente muore, affonda in una spirale di indifferenza cronica.
Come ci si reinventa? Come si può supplire a queste mancanze? Anche perché meno suoni meno hai visibilità, e meno hai visibilità meno trovi produttori interessati a investire su di te, è un cane che si morde la coda, senza alcuna via d’uscita.
Il periodo è molto triste per tutti, ma è ancora più triste rendersi conto che c’è poco da fare.
Chi riesce va avanti come può, gli altri portano in giro occhi spenti.

(Questo pezzo è per una persona a cui io tengo molto.)

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