Basquiat – About Life

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Io ho un debole per Jean-Michel Basquiat (il controverso artista di strada e pittore nato a New York il 22 Dicembre 1960) per la sua vita, per le sue opere, per la sua arte e per la sua sofferenza.
Ho parlato di lui in diversi articoli, ho approfondito la sua storia, quindi si potrebbe facilmente pensare che affrontare questo argomento con me significhi vincere facile.
E invece no, proprio perché lo ammiro profondamente sono ipercritica quando mi capita qualcosa che lo riguardi, che sia articolo, film, mostra, o libro come in questo caso…

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Ho letto “Basquiat – About life”, edito da NPE, scritto e disegnato da Fabrizio Liuzzi e da Gabriele Benefico, tutto d’un fiato.
L’opera ripercorre in chiave quasi onirica surrealista la vita del pittore, attraverso sketch, vignette, che si fanno ricordi, come scariche elettriche che poco alla volta ricostruiscono una storia, una memoria. Dalla famosa tag “SAMO” la firma acronima che sta per (SAMe Old Shit) condivisa con l’amico Al Diaz, fino ai tempi della Factory di Andy Warhol, con il quale si creerà un legame che va oltre l’amicizia e dalla cui inaspettata fine Jean-Michel non si riprenderà mai, fino a morirne a sua volta il 12 Agosto 1988.

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I dialoghi sono tarati su un giusto equilibrio, parlano le immagini, la musica racconta stati d’animo e fa da sottofondo ai momenti di risalita e a quelli dell’abisso, percezioni e viaggi mentali, i colori acidi, le tonalità forti, il nero incontrovertibile e icona stessa dell’artista, i disegni che escono dal foglio, i mostri interni/esterni riprodotti nelle tavole sembrano riproporre un unico grande graffito attraverso il quale il tempo pare parlare, come se ci invitasse a entrare in quella New York degli anni ‘70-‘80. Quella città immensa dove ci poteva essere tutto o niente se eri un giovane afroamericano, con i capelli troppo ispidi e le idee visionarie. Artista forte al punto da essere amato anche dai musicisti di heavy metal, la musica che forse più si confà alla sua arte così intensa, un suo profondo estimatore è proprio Lars Ulrich, batterista dei Metallica. Proporre un’opera su Jean-Michel Basquiat significa scavare sul fondo di quell’abisso, di quella perdizione e tirarne fuori il meglio, cosa che è riuscita benissimo ai due autori, che ci regalano piacevoli momenti di lettura.
Dietro il libro c’è uno studio profondo di quegli anni, dell’arte di Basquiat, il giovane di strada trovatosi improvvisamente invaso dalla fama e dalla ricchezza, della quale non ha saputo reggere il contraccolpo.

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C’è il racconto di quella prima esposizione proprio in Italia, a Modena, presso la galleria di Emilio Mazzoni.
C’è il ricordo degli amori vissuti e poi perduti, c’è la voglia di raccontare un personaggio che ancora oggi fa parlare di sé.
Ho chiesto a Gabriele Benefico perché proprio un’opera su Basquiat e lui mi ha gentilmente risposto così:

“Restai folgorato dalla figura di questo artista dopo la visione del film di Julian Schnabel, Basquiat, al liceo. E qualche anno fa avevo voglia di disegnare qualcosa ambientato nella New York degli anni “80, e Jean-Michel era perfetto per la forza personale e per le opere”.

Non vi resta che leggerlo. Complimenti a Liuzzi e Benefico.

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