I giorni, le date e i decenni

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Da quando il tempo è diventato fluido e circolare (più o meno nel 2001), gli anni e i decenni hanno cominciato a contare di meno, e scommettiamo che in futuro scarsseggeranno -per dirne una- le feste revival anni duemileddieci o duemilevventi. Nell’epoca analogica, invece, i riferimenti cronologici musicali italiani furono molteplici, e quella che segue ne è solo un’arbitraria e disonesta selezione. Prendete dunque calendari e cuffiette e cominciate questa breve gita nel tempo.

1) “1950″- Amedeo Minghi , 1950

Canzone iniquamente maltrattata allo storico festival di Sanremo 1983, quello di Vacanze Romane, l’Italiano e Vita spericolata, è un quadretto amorosamente ottimista dipinto (indovinato!) nel 1950. Mentre tutt’intorno si appaltano le opere di ricostruzione post-bellica e gli americani sono appena tornati a casa a disegnare nuove aree di influenza geopolitica, Amedeo Minghi, detto da una marea di buontemponi Amedeo Minchia, descrive con la giusta tenerezza l’amore tutto proietto nel futuro per la giovane musicista Serenella, minacciata in poche righe di gite al mare, al sole, e perfino di matrimonio e gravidanze. Non manca un riferimento all’imminente boom economico (Serenella coi soldi cravatte, vestiti, dei fiori e una vespa per correre insieme al mare), che consente di guardare alla tragedia appena superata con gioviale indifferenza. Autore della lirica il povero Gaio Chiocchio, morto a 42 anni nel ’96, che ha sottratto il tempo per scrivere questo gioiellino a quello delle sue attività di guida turistica e polistrumentista.

2) Cosa resterà di questi anni ’80 – Raf, 1989

La Rote Armee Fraktion , per gli amici Raf, o Banda Baader-Meinhof, è stata l’omologo crucco delle Brigate Rosse nostrane, uno dei gruppi terroristici di estrema sinistra più importanti e violenti nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Fondata il 14 maggio 1970 da Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Horst Mahler, fu attiva fino al 1993 e formalmente disciolta nel 1998. Raffaele Riefoli da Margherita di Savoia, città pugliese delle saline, è a un passo dal diventare un’icona della new wave italiana, agendo nella capitale dell’Indie di fine anni ‘70, Firenze, nei Cafè Caracas, notevole band punk-reggae fondata con il futuro chitarrista dei Litfiba Ghigo Renzulli. Ma nei primissimi anni 80, proprio mentre si formano le squadre new wave fiorentine più importanti –Litfiba, Diaframma e Neon- Riefoli si spoglia dello pseudonimo anni ’70 Rip Kirby, e intraprende la strada del pop disimpegnato e tastieristico, non facendosi scrupolo di scegliere come nuovo pseudonimo la stessa sigla scelta dai sanguinari tedeschi di cui si parlava all’inizio. RAF attraverserà gli anni ’80 scrivendo testi in inglese fino al 1987, per poi passare all’italiano vincendo il Festival di Sanremo come paroliere con Si Può dare di Più (cantata da Ruggeri-Morandi-Tozzi), con un testo buono per un concorso delle scuole medie. Raf chiude gli anni 80, nel 1989, con “Cosa resterà degli anni ‘80”, conosciuta comunemente come “Cosa resterà di questi anni 80”, fiera di luoghi comuni sul decennio in via di conclusione (“Un effetto serra che scioglie la felicità”, “Anni ballando, ballando Reagan-Gorbaciov danza la fame nel mondo, un tragico rondò.”). Raf non solo non sarà punito per tutto questo, ma scalerà le classifiche dei singoli italiani fino al sesto posto. Sapienti, comunque, le sonorità, e rara la capacità di Raf di creare topoi linguistici fissati col fuoco nell’immaginario collettivo. Se urlate cosa resterà, vi risponderà di questi anni 80 anche vostra nonna, forse anche dall’al di là.

3) La nevicata del ’56 – Mia Martini, 1990

L’anno dopo aver presentato a Sanremo la portentosa Almeno tu nell’Universo, Mia Martini si ripresenta al Festival con un brano ambizioso e carico di velleità poetiche che però, stringi stringi, non risiedono né nell’impianto melodico -privo di accenti o sorprese-, né nel testo (trovereste un modo più scolastico di descrivere una città sotto la neve? “Roma era tutta candida – Tutta pulita e lucida”, oppure una città alla vigilia del boom economico? “ Ti ricordi una volta. Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera. Ti ricordi lo spazio I chilometri interi, automobili poche allora”). Tuttavia, l’interpretazione al solito epica di Mia Martini spinge la stessa verso la conquista del Premio Tenco. L’edizione di Sanremo 1990 prevedeva l’interpretazione di un artista straniero per ciascun brano, ma Mia Martini non è granché fortunata (come da kharma popolare) nella scelta del partner. Mentre ad altri toccano -per dire- Dee Dee Bridgewater, Ray Charles, Miriam Makeba o Toquinho-, Mia pesca nel mazzo lo sconosciuto Manuel Mijares, una copia centroamericana, solo un po’ più scialba, di Julio Iglesias. L’effetto prodotto, specialmente nel ritornello folk alla Gabriella Ferri, è una miscela messico-trasteverina devastante. Qualche rifinitura, nel testo, va riconosciuta a Franco Califano, anche se il grosso fu scritto anni addietro da Carla Vistarini e Luigi Lopez per un progetto, poi rimasto ad ingiallire fino al 1990, che prevedeva alla voce proprio Gabriella Ferri.

4) 1969 – The Niro, 2014

Per atmosfere e sonorità, il cantautore romano non smentisce la sua vocazione internazionale, nonostante la bizzarra partecipazione al Sanremo del 2014, che lo ha costretto, con esiti ammirevoli, alla lingua italiana. Non escludiamo che nel ricamare questo brano non si sia pensato a Tonight, Tonight, degli Smashing Pumpkins, affine nelle aperture melodiche e nell’arrangiamento della parte di batteria. Davide Combusti, cioè The Niro, nome d’arte mutuato dalla sua band d’esordio, con cui ha appunto proseguito la propria carriera da solista indie,è un polistrumentista incredibile, e i lettori chitarristi potranno apprezzare la tecnica, particolarissima, che rinuncia al plettro anche quando non si ricorre all’arpeggio. Molta della classe mostrata è ereditata dal padre Giordano, batterista di gente come Orietta Berti e Edoardo Vianello. Il 1969 , va detto a scanso di equivoci, non è comunque l’anno di nascita del cantautore romano.

5) Non si esce vivi dagli anni 80 – Afterhours, 1999

“Si sta sottovalutando il fatto che il ritorno agli anni Ottanta vuol dire anche ritorno a un modo di vedere le cose in modo molto superficiale e molto piatto: menefreghismo, qualunquismo, e soprattutto arroganza, che erano un po’ gli stilemi degli anni Ottanta. C’è un grossissimo pericolo, secondo me, di tornare indietro.” Così parlava Manuel Agnelli alla fine degli anni ’90, in un raro slancio politico-sociologico (Il nostro ci ha abituato, nel corso degli anni, a una certa prevalenza di poetica aspra e introiettata). In questa breve lirica al vetriolo gli Afterhours attaccano distorsioni e riverbero a manetta e rinunciano -ovviamente -a tastiere e violini. Manuel se la prende in poche ostinate righe con il neo-rampantismo, dopo aver preso di mira, un paio d’anni prima, i Kompagni dei centri sociali che vanno “il sabato in barca a vela e il lunedì al Leoncavallo” (Sui giovani d’oggi ci scatarro su). Poco importa se qualche decennio più tardi Agnelli, ormai di casa nei circuiti ufficiali, s’arrampicherà a Sanremo e poi, in cima al plotone di esecuzione di X-Factor, a distribuire gloria e sonori fallimenti. Ai grandi va concesso comunque tutto, i grandi non devono rendere giustificazione alcuna. Il titolo verrà mutuato da Omar Fantini, il comico di Colorado Cafe’, per il libro Non si esce vivi dagli anni ’80’ – Paradossalmente Mondadori- , 263 pp, 15euro.

6) “Estate 1992″ – Jovanotti, 1992

Nell’aprile 1992 esce l’album Lorenzo 1992, con cui Jovanotti comincia il suo processo di riscatto politico, personale ed artistico, che lo trasformerà nel giro di un decennio da prodotto del capitalismo più plastificato e edonista, a icona del pacifismo ambientalista e a tratti qualunquista, succedendo ad Adriano Celentano. I vertici di Cosa Nostra prendono alla lettera l’auspicio di Lorenzo contenuto in Estate 1992, “Che possa essere un’estate di fuoco”, e compiono le stragi Falcone e Borsellino, che apriranno una stagione cruentissima che si chiuderà solo l’anno appresso con gli attentati di Firenze (via dei Georgofili), Milano e Roma (San Giorgio in Velabro). La canzone contiene il più insensato delirio sulle tette mai contemplato dall’umanità: “l’effetto del bagnato che evidenzia le tette l’estate delle tette messe sotto inchiesta della tetta artificiale e della tetta onesta”. Parole forti che resteranno scolpite per sempre nella coscienza collettiva.

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