Tra conquistati e conquistatori: le guerre e la moda

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Soldati romani con le bracae, colonna traiana

Soldati romani con le brache, colonna traiana

La guerra – oltre al suo triste bagaglio di orrori e terrori – è sempre stata veicolo di informazioni trasmesse tra i popoli, ai tempi remoti in cui né il cinema né tanto meno internet erano un canale privilegiato di conoscenza. Lo sapeva bene il poeta latino Orazio quando in una delle sue epistole affermava: “Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio”. Tradotto: “la Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore e le arti portò nel Lazio agreste”, con riferimento all’ellenizzazione del gusto latino. Il bottino di guerra – fossero statue, animali, schiavi, frutto del saccheggio delle città conquistate – veniva mostrato ai cittadini durante la cerimonia del Trionfo e finiva nelle mani del patriziato, mettendolo di fronte alla rude semplicità del tradizionale modo di vivere, e spingendolo a imitare quelle meraviglie. Sconfitta con le armi, la Grecia vinse attraverso la cultura, fenomeno che si sarebbe ripetuto nei secoli tutte le volte che popolazioni diverse – non importa se dominanti o dominate – sarebbero venute a contatto causando la sparizione o quanto meno l’attenuazione di tradizioni secolari e identità nazionali. Il fatto che molti greci fossero impegnati in professioni come precettori, autori teatrali, fornai, barbieri, non fece altro che diffondere a Roma la “grecità”, con grande, ma inutile scandalo di moralisti come Catone il censore. Nel campo della moda i latini copiarono abiti morbidi come il chitone, e più tardi dalle popolazioni barbariche inglobate nell’impero l’uso delle brache alla caviglia, mentre le maniche lunghe – che comparvero nel costume romano verso la fine dell’impero – furono un’eredità delle guerre persiane.

Jacob Koebel. Lanzichenecco

Jacob Koebel. Lanzichenecco

Per continuare con gli esempi e facendo un salto di diversi secoli rispetto ai tempi dei romani, la conquista dell’Italia da parte di Carlo V d’Asburgo, i primi decenni del Cinquecento, determinò una vera e propria colonizzazione culturale del nostro paese. Nel 1527 l’imperatore fece saccheggiare Roma dai lanzichenecchi. Erano costoro soldati tedeschi mercenari, addobbati con vesti coloratissime tagliate a strisce: la curiosa moda, che rovinava metri e metri di tessuto, passò al vestito civile sia maschile che femminile. L’influenza spagnola si esercitò in seguito con l’introduzione del nero totale, interrotto solo dal colletto e dai polsini bianchi, e con l’irrigidimento ieratico delle forme, con le gonne a campana tese sul verdugale (una sottogonna a cerchi), i busti appuntiti sul davanti, e i colli a gorgiera che obbligavano la testa a stare ritta e con scarse possibilità di movimento. Queste mode passarono dalla Lombardia al resto d’Italia, eccezion fatta per la Repubblica di Venezia, che mantenne per un paio di secoli uno stile indipendente.

Dal 1618 al 1648, l’Europa fu dilaniata dalla Guerra dei trent’anni, che si risolse col rafforzamento della Francia e il predominio della Svezia sulle nazioni del mar Baltico. Il lunghissimo conflitto ebbe effetti anche sugli abiti: il costume militare influenzò quello civile con fogge che a volte cadevano nel ridicolo: in Italia, dove non si era mai combattuto, si videro per strada gentiluomini che si vestivano come soldati e bravacci assumendone le pose spavalde: giustacuori attraversati da una larga banda che serviva ad appendere l’immancabile spada che penzolava dal fianco sferragliando ad ogni passo, e grandi stivali di cuoio pesante in cui per la prima volta faceva la sua comparsa il tacco alto. Il portare armi non era solo un vezzo estetico: nonostante la proibizione della Chiesa, la pratica del duello d’onore era infatti molto diffusa e – come attestano i contemporanei – avveniva sia di giorno che di notte e quasi in ogni luogo.

Jean Etienne Lìotard, Maria Adelaide di Francia in abito turco

Jean Etienne Lìotard, Maria Adelaide di Francia in abito turco

Dopo la metà del secolo la Francia diventò la potenza più importante d’Europa trasformando Parigi nella capitale dello stile internazionale, mentre quello che piaceva al re Sole era rapidamente imitato. Tipico è l’esempio della cravatta che si diffuse proprio in questo periodo: si trattava di un fazzoletto (all’inizio colorato) detto “kravatska” che le donne dei mercenari croati al soldo di Luigi XIV mettevano al collo dei loro compagni in segno di fedeltà. La cosa piacque tanto che l’accessorio fu copiato da tutti, in primo luogo dalle nobildonne. Era l’inizio di una fortuna che si è protratta fin quasi ai giorni nostri, almeno finchè lo strazio quotidiano di stringersi il collo non ha trovato un freno grazie al bisogno di libertà dei giovani degli anni Sessanta, che rifiutavano gli stilemi vestiari antiquati di quelli che allora erano chiamati “matusa”. Nel XVIII secolo altre guerre, altri abiti: le gentildonne abbienti indossarono “vesti alla turca” munite di calzoni, che richiamavano appunto il conflitto tra Turchia e Russia, mentre la guerra di successione polacca, determinò la moda della “Polonaise”, in Italia “veste alla polacca”, un abito rialzato sul dietro tramite cordoni nascosti che mostrava una seconda gonna sottostante.

Foto di moda con cardigan, 1947

Foto di moda con cardigan, 1947

Anche se il predominio della Francia sulla moda è continuato fino al secolo scorso, nell’Italia dell’Ottocento – impegnata nelle guerre risorgimentali – alcune riviste nostrane, tentarono con scarso successo di introdurre uno stile nazionale: il Corriere delle dame, pubblicato a Milano a partire dal 1804, adottò coraggiosamente un’impronta patriottica che non era eguagliata da nessuna rivista femminile, e oltre ai figurini di moda, inserì anche brevi resoconti degli avvenimenti politici. La crescente insofferenza verso il dominio austriaco, causò l’introduzione di simbologie liberali applicate al costume, come il “cappello alla calabrese” , il “cappello all’italiana” o il “cappello alla puritana” ispirato all’Ernani, opera di Verdi di chiaro significato liberale. La polizia austriaca cercò malamente di reprimere il fenomeno: ciò nonostante si tentò di lanciare un “costume italiano” per ambo i sessi, e nell’aprile del 1848, sempre il Corriere delle dame pubblicò una tavola che illustra “l’abbigliamento patriottico con sciarpa tricolore“, dotato di un giacchino verde con profilature bianche e rosse, ed una sciarpa in vita del colore della bandiera. Nello stesso secolo dobbiamo alla battaglia di Waterloo l’invenzione delle maniche a Raglan, dall’omonimo barone che – avendo perso un braccio in combattimento – si fece fare giacche tagliate appositamente per poterle utilizzare in guerra e adoperare la sciabola senza l’impedimento della manica pendente. Quando si dice “Rule Britannia!” Siamo nel 1854 e deriva ancora da un inglese, lord Brudenell, settimo conte di Cardigan – che guidò la carica dei Seicento nella battaglia di Balaklava in Crimea – il nome della giacca di lana aperta davanti che lui amava indossare quando non aveva l’uniforme.

Thayaht con la tuta di sua invenzione

Thayaht con la tuta di sua invenzione

Il XX secolo è stato attraversato dalle guerre più sanguinose della storia dell’umanità. Gli effetti immediati sulla moda sono stati il razionamento di materiali come lana e cuoio, che venivano utilizzati per fabbricare le divise dei soldati al fronte. I Futuristi erano favorevoli alla guerra che definivano “sola igiene del mondo” e nel 1914 Giacomo Balla pubblicò perfino il manifesto dell’Abito futurista antineutrale: “aggressivo, semplice e comodo, igienico, gioioso, illuminante, volitivo, asimmetrico, di breve durata, variabile”. Nel 1919 Thayaht, che faceva parte del gruppo, inventò la tuta, un abito da uomo a un solo pezzo, munito di tasche e cintura e da indossare tutti i giorni. La tuta non riscosse un immediato successo – era troppo monotona per piacere al pubbico – e dovranno arrivare gli anni Settanta per vederla portata dai giovani; tuttavia fu adottata con favore in campo militare, realizzata spesso in materiali sintetici. Un altro indumento di derivazione bellica la cui paternità però non è del tutto certa è il “trench coat”, il cappotto di gabardine impermeabile da trincea prodotto in contemporanea dalle ditte Aquascutum e Burberrys, e diventato un classico dagli anni Quaranta, dopo che Hollywood se ne impadronì facendolo indossare da star come Greta Garbo e Humphrey Bogart. Le sue caratteristiche iniziali, oltre alla lunghezza atta a proteggere il corpo dalle intemperie, erano gli anelli metallici a cui appendere le bombe a mano.

Gary Cooper col trench nel film il sergente York

Gary Cooper col trench nel film “Il sergente York”

La seconda Guerra mondiale dette un notevole impulso alla produzione di abiti e accessori militari che sarebbero poi passati ai civili. La Royal Navy introdusse nelle dotazioni il Montgomery, un cappotto di buon panno pesante di origine marinara – il “duffel coat” – dotato di cappuccio e alamari e ribattezzato così perché era regolarmente indossato dal generale inglese Bernard Law Montgomery. Altri importanti elementi innovativi introdotti nelle operazioni belliche, furono la T shirt e i Ray ban. La prima – molto pratica – doveva sostituire la camicia a collo alto dell’uniforme dell’esercito. Il suo uso civile si consolidò negli anni Cinquanta quando il cinema la mise addosso a sex symbol come Marlon Brando e James Dean. I Ray ban nacquero negli anni Trenta come occhiali antiriflesso dalle lenti verdi a goccia per risolvere i problemi di vista dei piloti della Us Air Force, che soffrivano di mal di testa e vertigini causati dalla luce del sole a elevate altitudini. Una curiosa variante del modello “aviator” era un cerchietto al centro delle lenti che veniva usato come porta sigaretta.

Bombers della seconda Guerra mondiale

Bombers della seconda Guerra mondiale

Alla fine del conflitto irruppero in Europa le novità statunitensi dirette principalmente ai giovani teen – agers, e non solo nel campo dell’abbigliamento, ma anche in quello della musica, dove furoreggiava il rock’n roll. I ragazzi preferivano abiti sciolti, economici e facili da portare, e tra gli anni Cinquanta e Sessanta le divise e le scarpe militari invasero il mercato perché disponibili a poco prezzo sulle bancarelle dell’usato. Oltre ai jeans, ai maglioni, alle sneakers, andavano giubbotti come il bomber, evoluzione della giacca a vento dei piloti dei Royal Flying Corps; adoperato già durante la prima guerra mondiale per riscaldare il pilota nell’abitacolo aperto. Corto alla vita, piuttosto largo e con maniche abbondanti fermate al polso da un elastico, il bomber è dotato di cerniera lampo e spesso di colore verde militare.

Un paio di Dr. Martens addosso a una ragazza

Una ragazza con un paio di Dr. Martens

Durante gli anni della contestazione e del femminismo anche le ragazze non esitarono ad indossare indumenti fino ad allora considerati maschili. Tra questi i “bulldog boots”, inventati in Inghilterra dalla R.Griggs & Co. negli anni Dieci e destinati soprattutto all’esercito. Erano scarponi anfibi pesanti con suola molto spessa e chiodata, chiusi coi lacci e anche noti col nome “Getta grip”. Qualche anno dopo un medico tedesco, Klaus Maertens, che si era rotto un piede mentre sciava e desiderava calzature adeguate alla guarigione, cominciò a produrre anfibi simili ma che avevano la suola ammortizzata con un cuscinetto d’aria. Le due ditte finirono per fondersi, dando via al fortunato brand Dr. Martens che – portato inizialmente dalle casalinghe tedesche per la sua comodità – si diffuse perché venne adottato dai militari durante la guerra di Corea.  Negli anni Sessanta i Dr. Martens diventarono una componente fondamentale dell’abbigliamento dei gruppi giovanili, che indossandoli rivendicavano la loro appartenenza al proletariato. Furono adottati dai mod prima, dagli Skinhead poi, che sceglievano modelli molto alti, con la punta rinforzata in acciaio, a volte perfino di misure più grandi del piede, ma che cominciarono a gettare una pubblicità negativa sull’impresa produttrice, dopo che era apparso un manifesto con un’anziana signora sulla cui faccia era sovraimpressa la suola di uno stivale. Circondati all’inizio da una fama ambigua, questi scarponi furono rilanciati alla grande dopo il 2007 da stilisti alternativi come Jean Paul Gaultier, Vivienne Westwood, Jimmy Choo, per poi finire per essere decorati con vezzosi elementi floreali, tutto il contrario da quello che ci si aspetterebbe da un calzatura da battaglia.

 Fonti: Rosita Levi Pisetsky, Storia del costume in Italia, Istituto Editoriale italiano http://pochestorie.corriere.it/2016/06/15/moda-e-guerra-la-coppia-che-non-scoppia/?refresh_ce-cp    

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