Sei mesi di baldoria: il carnevale di Venezia nel XVIII secolo

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I saturnali romani

I saturnali romani

Sembra che la parola “carnevale” derivi dal latino “carnem levare”, che indicava all’origine il lasso di tempo in cui questo alimento doveva sparire dalle mense perché si apriva la Quaresima, dedicata alla penitenza e al digiuno; essa durava una quarantina di giorni e si riferiva al periodo in cui Cristo si ritirò nel deserto prima di affrontare la sua missione salvifica. Fino al XIX secolo le regole erano severe e comportavano l’astinenza dalla carne tutti i giorni eccetto le domeniche e la proibizione di consumare uova, pesce e latticini il mercoledì, il venerdì e il sabato. In più erano necessarie intense preghiere e opere di carità. Non meraviglia quindi che prima di iniziare così lunghe privazioni si approfittasse per far baldoria, festeggiando appunto il carnevale. Ma l’origine della festa è ancor più antica e risale all’epoca di Roma, quando durante il solstizio d’inverno si celebravano i Saturnali, dedicati a Saturno e a Plutone, che comportavano banchetti e riti a volte di carattere orgiastico, perché queste divinità che uscivano dalle profondità del suolo durante l’inverno, dovevano essere placate con feste e offerte per farle tornare sottoterra e favorire i raccolti estivi. In passato si credeva inoltre che in questo periodo dell’anno i morti entrassero in contatto coi vivi, ma non avendo un corpo fisico era necessario inventarsi delle maschere, ossia un “corpo provvisorio” per rassicurarsene la benevolenza. Era un momento di disordine e di passaggio che spesso terminava col rogo di un fantoccio, il “Re del carnevale” che simboleggiava il ritorno all’ordine costituito.

Joseph Heintz il giovane. Caccia al toro in campo San Polo

Joseph Heintz il giovane. Caccia al toro in campo San Polo

L’usanza delle feste carnevalesche si protrasse nei secoli successivi: tante e tali ne sono le manifestazioni con caratteristiche diverse da nazione, città e paese che è impossibile ricordarle tutte senza inoltrarsi in un elenco prolisso e noioso. In questo articolo mi occuperò solo del celeberrimo Carnevale di Venezia, e particolarmente di quello che si svolgeva nel Settecento, al tramonto della Serenissima Repubblica, che sarebbe caduta nelle mani dei francesi di Napoleone il 12 maggio del 1797, data dell’abdicazione dell’ultimo doge, Lodovico Manin. Sembra che l’origine della festa risalga al XII secolo quando un tentativo di insurrezione – soffocato nel sangue – del Patriarca di Aquileia fu condannato col versamento di una sorta di “tassa” annuale che la città sconfitta doveva versare alla vincitrice: un toro, 12 pani, 12 maiali che sarebbero stati sbranati dai cani e macellati durante una sanguinosa corrida. La tradizione delle “cacce” sarebbe rimasta con alcune varianti, e a farne spese sarebbero stati vari animali come l’orso, le oche e perfino i gatti che in passato non erano certo amati e vezzeggiati come al giorno d’oggi. Al toro veniva tagliata la testa in una cerimonia pubblica, una sorta di sacrificio che fu praticato fin oltre la caduta della Repubblica, ma che nelle campagne circostanti si conservò fino a metà dell’Ottocento. La frase “tagliar la testa al toro” diventò sinonimo di prendere una decisione drastica e irrevocabile.

Giacomo Franco, Habiti d'uomini e donne Venetiane con la processione

Giacomo Franco, “Habiti d’uomini e donne Venetiane” con la passeggiata sul liston

La lunghezza del carnevale veneziano intanto aumentò, fino ad arrivare al massimo nel XVIII secolo: iniziava ai primi di ottobre, quando si aprivano i teatri, c’era poi una pausa natalizia, ricominciava il giorno di Santo Stefano – quando il governo dava il permesso di indossare la maschera – culminava il Giovedì grasso e si concludeva il giorno antecedente il Mercoledì delle Ceneri: circa sei mesi di feste. Le maschere a Venezia erano diffuse fin dal medioevo, ma purtroppo permettevano il coinvolgimento in affari più o meno loschi. La prima legge che imponeva un limite all’uso di nascondersi il volto è un decreto del 1268 che vietava agli uomini mascherati di lanciare uova piene di acqua profumata sulle signore. Col tempo le disposizioni si estesero e diventarono più minuziose: era proibito mascherarsi in periodi diversi dal carnevale, in chiesa e nei parlatori dei conventi, e al di fuori degli orari prestabiliti (il permesso scattava dopo mezzogiorno); vietato farlo anche quando si giocava d’azzardo nei Ridotti – le case da gioco della città – evidentemente per sfuggire ai creditori. Non si potevano portare armi nascoste sotto il mantello quando si aveva il viso celato. Le prostitute dovevano andare a volto scoperto. Con la legge non si scherzava e le pene erano pesanti: carcere o condanna ai remi delle galere della Serenissima per gli uomini, fustigazione pubblica per le donne, esilio e multe molto salate.

Pietro Longhi. Le bautte

Pietro Longhi. Le bautte

Questo importante accessorio carnevalesco era fabbricato dai “mascareri”, che avevano un proprio statuto o “mariegola” fin dal XV secolo. I due travestimenti più tipicamente veneziani erano la “baùta” (o bautta) per uomini e donne e la “moretta”, più tipicamente femminile. La bàuta era l’insieme di alcuni capi: un mantello (il tabarro), un cappuccio in pizzo nero con una larga mantellina (lo zendale), un tricorno (cappello a tre punte) e una maschera col naso a becco detta larva, fabbricata in modo da non doversela togliere nemmeno quando si mangiava; questa conformazione inoltre ne faceva una sorta di cassa armonica che modificava il timbro della voce. La baùta era d’obbligo nelle cerimonie ufficiali e alle feste pubbliche, ma al contrario era vietata nelle riunioni del Consiglio dei Dieci, l’organo che tutelava la sicurezza dello Stato. A differenza dell’altra invece la moretta era una maschera muta e seduttiva mediante la quale, come diceva un contemporaneo: “risplendeva la bianchezza delle carni e rendevasi la persona più affascinante”. Era sostanzialmente un ovale di velluto nero che rappresentava un volto di donna, ma che non era legato dietro alla testa tramite un cordoncino, bensì si reggeva con un bottone stretto tra i denti che ovviamente impediva di parlare.

Pietro Longhi. Il rinoceronte

Pietro Longhi. Il rinoceronte

Altri travestimenti bizzarri erano: la “Gnaga”, un uomo con abiti femminili e una maschera da gatto, che teneva un cesto con un micetto e sussurrava frasi volgari, a quanto pare con riferimento alla propria omosessualità. In dialetto dire “ti ga na vose da gnaga”, significava riferirsi a una voce stridula, non certo espressione di un carico eccessivo di testosterone. C’erano poi il “Mattaccino”, riproposta del giullare medievale che lanciava uova piene di profumo, “l’Omo selvadego”, figura archetipica della cultura popolare, un abitante dei boschi ricoperto di pelli e di vegetazione, e il notissimo “Medico della peste”. La maschera, inventata dal medico di Luigi XIII di Francia un secolo prima, era nata per motivi pratici e doveva servire per difendere coloro che curavano gli appestati. Ingenuamente si pensava infatti che si potesse allontanare il morbo nascondendo il corpo sotto una lunga veste idrorepellente in tela cerata nera, accompagnata da guanti, cappello e scarpe, e riparandosi il viso con una maschera a becco d’uccello dentro il quale erano inserite sostanze aromatiche e una spugna imbevuta d’aceto.

Giovanni Grevenbrock. Maschera del medico della peste

Giovanni Grevembrock. Maschera del medico della peste

Il primo giorno di Carnevale le maschere si mostravano in grande sfoggio tirando fuori dagli scrigni i gioielli, le vesti più ricche, le pellicce, e passeggiando sul “liston”, una striscia selciata che all’inizio si trovava in campo Santo Stefano, e che poi si spostò in piazza San Marco. Di qua e di là dal liston erano disposti sedili a pagamento da cui potere ammirare o criticare la gente che passava. Quest’abitudine, non solo veneziana, noi la chiamiamo oggi “fare le vasche”, e Carlo Goldoni ci racconta che ai suoi tempi era una vera e propria mania, con le signore accompagnate dai loro cicisbei – i cavalieri serventi, che ne garantivano la rispettabilità – e le ragazze da marito protette e controllate da zie o parenti anziane. Subito dopo ci si recava in uno dei tanti teatri della città che promettevano offerte quotidiane di spettacoli. Durante tutto il periodo dei festeggiamenti, piazza San Marco e l’adiacente piazzetta si riempivano di casotti e palchi per i cantanti, i giocolieri, i comici, i burattinai, ma anche di imbonitori che magnificavano funamboli e prestigiatori, astrologi e fattucchiere, e perfino cavadenti che operavano pubblicamente come si può vedere anche in un dipinto di Pietro Longhi. Il medesimo artista ha ritratto inoltre un celebre rinoceronte femmina indiano, Clara, salvata e portata in Europa dopo l’uccisione della madre, ed anch’essa esposta per le feste carnevalesche.

Francesco Guardi (attr.). Le forze  d'Ercole

Francesco Guardi (attr.). Le forze d’Ercole

Durante i sei mesi di baldoria si poteva assistere a diversi spettacoli, non di rado pericolosi e cruenti e spesso legati alla storia della Serenissima: ho già accennato al taglio della testa del toro, che oggi si esegue simbolicamente con un animale di stoppa e cartapesta; non mancavano le battaglie dei pugni e di bastoni, anch’esse di antica tradizione. La città era infatti divisa in due fazioni rivali, i Castellani e i Nicolotti, che abitavano sestrieri diversi, e che indossavano anche colori che li distinguevano. Gli scontri avvenivano sui ponti, che a quei tempi erano spesso senza parapetto, con l’intento di far cadere in acqua più rivali possibile; tuttora esistono in città due “ponti dei pugni” sui quali combattevano fino ad oltre 300 contendenti. Le armi erano proibite, ma dal momento che i coltelli sbucavano fuori lo stesso, finì che la Serenissima sostituì queste manifestazioni con un’altra che si svolgeva il Giovedì grasso: le “Forze d’Ercole”, una piramide umana che raggiungeva a volte l’altezza dei monumenti e su cui si esibiva un giovane acrobata. Un’altra festa era quella delle “Marie” che commemorava il ratto di fanciulle veneziane da parte di pirati dalmati, e che fu sventato dai loro uomini che, remando a tutta forza, riuscirono a raggiungere le barche dei rapitori e ad ammazzarli liberando le fidanzate. Da quel lontano evento, accaduto prima del Mille, ogni anno venivano selezionate 12 ragazze in età da marito a cui veniva offerta dal patriziato una ricca dote, e che sfilavano in gran parata sul Canal Grande. Sembra però che tutte quelle bellezze in mostra suscitassero non pochi problemi di ordine pubblico, per cui vennero sostituire da altrettanti manichini, detti “Marie de tola” (di legno), espressione entrata anche nel dialetto per indicare una donna poco femminile. Abolita durante i secoli, la festa è stata recentemente reintrodotta con l’elezione di una ragazza in carne ed ossa, la Maria dell’anno.

Volo dell'angelo. Foto di Moreno Pieroni

Volo dell’angelo. Foto di Moreno Pieroni

La manifestazione più spettacolare era lo “Svolo del turco” che ricordava il tentativo di un prigioniero turco di camminare su una corda dal campanile fino a un’imbarcazione ancorata nel bacino marittimo. Questa incredibile camminata funambolica (e senza sicurezza) andò avanti finché nel 1759 l’esibizione finì in tragedia quando l’acrobata si schiantò al suolo tra la folla inorridita. Interrotta per parecchio tempo, fu ripristinata sostituendo l’uomo con una colomba di legno che spargeva sulla folla coriandoli e stelle filanti. Dal 2001 un essere umano in carne ed ossa ha ripreso ad attraversare la piazza a cinquanta metri d’altezza fino a un palco sottostante: oggi viene chiamata “Il volo dell’angelo” e attualmente è compiuto dalla vincitrice della gara delle Marie dell’anno precedente, legata ad una robusta imbragatura sospesa a un filo con una carrucola. Un bel coraggio, non c’è che dire.

Fonti:

Bianca Tamassia Mazzarotto, Le feste veneziane, Sansoni

http://www.vogavenetamestre.it/attachments/article/140/carnevale-venezia-2015.pdf

http://www.bauta.it/index.php/easy-to-start

https://www.camacana.com/it/moretta-maschera-veneziana.php

https://morenopieroni.blogspot.com/2017/02/venezia-carnevale-2017-il-volo.html

 

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