Considerazioni sulla 69sima edizione del Festival di Sanremo.

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Festival-di-Sanremo-2019

Ci siamo lasciati alle spalle anche la sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo, e per fortuna, oserei dire.
È stato un festival che non ha brillato per simpatia, per dinamicità o per spettacolarizzazione, i picchi di partecipazione emotiva sono stata brevi e poco intensi, nulla a che vedere con gli intramezzi e i siparietti creati un anno fa.
Nell’aria aleggiava una sorta di rigidità, i tre conduttori: Claudio Baglioni, Virginia Raffaele e Claudio Bisio, erano estremamente sostenuti, senza lasciarsi andare mai troppo, ostentando un controllo eccessivo. La migliore tra i tre è stata la bellissima Virginia, che con i suoi sorrisoni, con i suoi cambi d’abito e con gli occhi che le brillano è riuscita a portare allegria e distensione, laddove Bisio e Baglioni caricavano il tutto.
Belle le sue interpretazioni, i suoi spazi; noiosi, visti e rivisti, i momenti in cui cantava Baglioni, o ci provava Bisio. Ottimo il momento con il rapper Anastasio, già dimenticati tutti gli altri.
L’orchestra quest’anno è ritornata sul palco, in una posizione più aperta, centrale e ariosa, bella la scenografia, di Francesca Montinaro (brava!).

Festival-di-Sanremo-2019conduttori

Le canzoni dei ventiquattro big in gara erano qualitativamente tutte buone, ma alcune eccellevano di più.
Incetta di premi (aggiungerei anche meritatissimi) per il brano di Daniele Silvestri, Rancore e Manuel Agnelli, “Argento Vivo”, per me degna di podio, insieme a Simone Cristicchi e all’eclettico/nostalgico Achille Lauro.
Ma non è andata così e la classifica finale ha stupito tutti.
Qualcuno lo ha definito il festival del rap, qualcuno il festival del no sense, o dell’assurdo, di sicuro è stato un festival che ha fatto storcere il naso a molti; senza considerare l’assoluta mancanza, quest’anno, di supporto esterno da parte di blogger e di personaggi web noti che hanno segnato una grande assenza, come The Jackal, troppo poco valorizzati dal direttore artistico che non è riuscito a individuare la potenza mediatica dei comici, sbagliando a non prenderli in considerazione per il Dopofestival. Quasi sicuramente avrebbero allietato di più, e reso meno noioso, con la loro presenza fisica, rispetto a Rocco Papaleo, Anna Foglietta e Melissa Greta Marchetto.
Speriamo in qualcosa di più coinvolgente l’anno prossimo.
Si è detto il festival del rap, ma come mai?
In effetti, quest’anno, sono riusciti ad arrivare sul palco molti più rapper del solito: Rancore, Ghemon, Mahmood, i Sottotono e Gué Pequeno per i duetti, tutta musica di alta qualità.
Eppure, in finale sono arrivati: Ultimo, Il Volo e Mahmood.

Mahmood-vince-Sanremo-2019
Il vincitore è stato quest’ultimo, arrivando primo, ma non senza polemica.
Giovanissimo, si presenta sul palco dell’Ariston sconosciuto ai più, vestito in maniera insolita, una camicia a bande colorate, maglietta della salute bianca e giacca scura, a differenza di tutti gli altri non ostenta catene, borchie, lance, stemmi vari, tatuaggi, sale sul palco e porta la sua semplicità, inizia a cantare – già vincitore di Sanremo Giovani un anno fa -, mentre la platea ancora si domanda chi sia, e il motivetto è orecchiabile, continua a rimbombare questo “Soldi, soldi…”, e in effetti, visti i tempi che corrono, ma oggi chi non ne ha bisogno?
Onestamente, eppure seguo il mondo musicale da qualche decennio, non avrei scommesso sul suo podio, dimostrazione del fatto che forse sto invecchiando anche io ed è meglio lasciare il posto ai giovani. Però c’è da dire che stranamente Mahmood non è stato votato dal pubblico a casa, raggiungendo uno stentato 14%, il preferito per questi, era Ultimo, ma i maggiori consensi li ha ottenuti dalla giuria di qualità e dal pubblico in sala. Scelta controversa anche quella della sera precedente per i duetti, con la vittoria di Motta accompagnato da Nada. La voce del ragazzo è notevole, il tema affrontato è complesso, il significato oltre alle parole è fortissimo, se si voleva lanciare un messaggio dal palco dell’Ariston, si è riusciti nell’intento: a distanza di ore, e forse di giorni, questa scelta fa e farà ancora discutere.
Il popolo del web è insorto, ci si scaglia contro le origini egiziane del giovane, e dall’altra parte c’è chi lo difende, com’è giusto che sia.

Neanche si dovrebbe stare a specificare in conferenza stampa: sono italiano al 100%, e invece succede ancora anche questo.

Alessandro Mahmoud, questo è il nome del vincitore, è un giovane di ventisette anni, con madre sarda e con padre egiziano, ha chiaramente detto di aver portato sul palco la sua storia, e in quella canzone c’è una parte di vita, sdoganando addirittura un verso in arabo. Ha un’incredibile voce soul, a mio avviso non valorizzata da questa canzone simil reggae pop, più che hip hop, ma ha colpito al cuore dei giurati, e a noi sta benissimo così.
Ancor di più se serve a sensibilizzare su temi di diversità e di uguaglianza: gli incontri, le contaminazioni, creano sempre bellezza, non c’è perdita, ma solo vittoria. E questo è il segnale più forte lanciato dal palco dell’Ariston negli ultimi anni.
Tutte le critiche che ne stanno venendo fuori sono senza senso, denotano ancora una volta quanto questo Paese stia regredendo: è un ragazzo che da Sanremo Giovani è arrivato a vincere il Festival di Sanremo, nel giro di un anno, realizzando un suo sogno, e merita rispetto.
Di sicuro è riuscito a puntare su di sé i riflettori e speriamo che la sua carriera continui brillantemente.
È il nostro personale augurio a Mahmood.
Noi archiviamo anche questo Sanremo e speriamo, l’anno prossimo, di divertirci di più.

 

(photo fonte web)

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