Semi di girasole

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La sensazione di aula vuota mi prese allo stomaco, quella mattina. Andai a scuola in anticipo e mi fiondai in classe con la curiosità del primo giorno: sarebbe stata l’ultima volta come insegnante. Non volevo sciupare nemmeno un minuto, osservai attentamente tutto ciò che mi circondava e che conoscevo a memoria; dalla finestra si stavano radunando i soliti gruppetti di alunni, a due, a tre, a dieci, prima del suono della campanella. Scattai qualche foto e poi ero pronta ad accoglierli, nell’ultima mattinata di scuola, per me, dopo tanti anni, che in quegli istanti mi sembrarono una distanza infinitamente breve.
La fine dell’anno scolastico era stato un periodo denso di emozioni, i bambini si erano dimostrati particolarmente affettuosi e presenti, mi ero sentita continuamente osservata e coccolata, in modi diversi ma in maniera continua … fino all’ultimo giorno.
Le ore trascorsero d’un fiato, in attesa dell’ultima campanella, che suonò alle 16 e 15 in punto e fu per me di uno strazio totale, il colpo reso meno doloroso dagli abbracci e dalle lacrime di qualcuno.
-Maestra, guarda bene nella pagina!
Infatti, nella pagina che era dedicata al suo disegno per me, c’era una minuscola tasca che conteneva qualcosa. Lessi meglio la minuscola scritta: “semi di girasole”. Guardai Serena con affetto e riconoscenza per aver avuto l’idea originale. Il libro che avevo ricevuto in dono dalle classi era davvero emozionante: ad ognuno era stata affidata la stesura di una pagina scritta ed una da disegnare e Serena aveva avuto quell’intuizione che mi rese subito felice. In fondo era una cosa viva: nascosti nella piccola insenatura del foglio tre semini. Richiusi bene la confezione e portai con me il piccolo tesoro.
Nei giorni che seguirono l’umore non fu certamente dei migliori. Ripensare al passato faceva già male, la porta si era chiusa in qualche modo bizzarro, nonostante il timore che la pensione fosse impossibile da raggiungere; invece, il destino ed i riscontri effettivi mi avevano alla fine introdotto in un’altra era.
Mi gingillavo, pensando: -In fondo sono vacanze come gli altri anni, fino al primo settembre sarà tutto uguale. Ma non era così. Avevo quel chiodo fisso nella testa, che tutto fosse finito, che niente sarebbe più stato come prima.

Un giorno, per consolarmi, riaprii con nostalgia il libro regalatomi dagli alunni e ritrovai anche la pagina di Serena. I tre semini dormivano ancora nella loro tasca, fu allora che mi venne l’idea di piantarli in un vaso, pur riconoscendo a me stessa che la mission sarebbe stata alquanto ardua. Non ho il pollice verde, le uniche piante che da me sopravvivono sono quelle in idrocoltura.
Ma l’impegno che misi nell’impresa ebbe i suoi frutti insperati. Giorno dopo giorno accudivo quelle che sarebbero divenute le mie creature, versando l’acqua che a mio parere fosse necessaria, esponendo il vaso alla luce migliore possibile, addirittura centellinando nella terra alcune gocce di un prodotto atto a favorire la crescita di piante da fiore. Non sapevo quale sarebbe stato il risultato finale, ma mi prodigavo fino al raggiungimento del successo, sicura che, alla fine, in virtù dei miei sforzi, l’avrei ottenuto.

Con la prepotenza della vita che vuole farsi partecipe di questo mondo, uno ad uno i semini si aprirono e cominciarono ad emettere le prime tenere foglioline, allungandosi di svariati centimetri da mattina a sera. Mi sentivo ridicola nel parlare a queste piantine in fieri, ed anche ad accarezzarle. Per parecchi giorni continuarono ad allungarsi verso l’alto, tanto che fui costretta a comperare lunghi sostegni verdi di legno, degli stecchini giganti, perché non crollassero.
-Sto coltivando dei girasoli in casa. –confessai al coinquilino del quarto piano, che faceva con me il viaggio in ascensore e mi osservava incuriosito trasportare un vaso più grande ed un sacchetto di terriccio, insieme ai lunghi rinforzi. –Ah, sicuramente qualcosa accadrà!- mi rincuorò Daniele – il girasole è una pianta cocciuta.
La sua affermazione accrebbe la mia speranza e passarono altri giorni ed altre notti. Finché avvenne il miracolo: il centro di una delle tre piantine iniziò la sua trasformazione in un minuscolo quanto geometricamente perfetto bocciolo di girasole. Lo scrutavo con avida curiosità, unita a trasporto mistico per quello che la natura può offrirci. Ero felice di aver ottenuto quel risultato, consapevole che se avessi lasciato perdere o mi fossi arresa alla prima minima difficoltà  non sarebbe accaduto. Ringraziavo mentalmente Serena di avermi offerto questa opportunità e non vedevo l’ora di inviarle almeno una foto della probabile, imminente o meno, fioritura, che sarebbe avvenuta, era solo questione di tempo.
Il primo a fiorire fu naturalmente il semino che per primo si era schiuso. Piccolissimi petali gialli cercavano la strada verso la luce, di un giallo semplice e luminoso che, giorno dopo giorno, si moltiplicavano. Sapevo che anche gli altri due avrebbero piano piano anch’essi trovato la loro strada e intanto mi godevo il  successo. Fu così che quella sera sedetti accanto al vaso sul terrazzo di casa: una quieta serata estiva punteggiata solo dai pochi rumori del cortile in modalità vacanza. Non avevo voglia di fare nulla. Accarezzavo con la mente  ricordi cancellati, nel ritmo incessante delle cicale. Finché una voce richiamò la mia attenzione …

“… -si scivola qua!- Mio nonno si era sollevato l’orlo dei pantaloni fino al ginocchio, cercando ansiosamente di guadare il tratto di fiume come eravamo soliti fare, la domenica , quando tutta la brigata di parenti s’impossessava di quel piccolo tratto di sponda fluviale, dagli argini fioriti di margherite, ranuncoli giallo oro e nontiscordardime. Le risate giungevano sonore e i visi allegri non calcolavano il pericolo che, pure, stava correndo il nonno. Sorridendo a sua volta, mio padre corse in soccorso e se lo caricò sulle spalle, cosa che accrebbe l’ilarità dei convenuti e connotò la giornata di simboliche reminiscenze ancestrali, che a dire il vero non avevano avuto consapevolezza fino a quel momento …”

…le ghirlande di fiori diventavano bracciali ed anelli, aspiravo il loro profumo con gli occhi chiusi … finché non si sentiva il richiamo alla merenda sul greto del fiume, composta perlopiù di affettati nostrani e dolci fatti in casa …”

“…la capanna di canne e coperte aveva predisposti anche spazi trasparenti di plastica a mo’ di finestre, oblò improvvisati da cui guardare senza essere visti, al riparo, nell’angusto rifugio, dagli occhi degli adulti che, a loro volta, sbirciavano, sentendosi inopportuni ma al tempo stesso desiderosi di poterne essere accolti. Là dentro facevamo finta di cucinare pietanze squisite, fatte di erbe essiccate e sassi, legnetti e piccoli oggetti recuperati da vecchie scatole delle mamme, soprattutto bottoni dalle forme più strane…”

“…i filari di viti sopravvissuti nei piccoli appezzamenti di terreno dietro le case del quartiere, di notte avevano il sapore dell’invisibilità. Ci nascondevamo a gruppi per non farci trovare dal malcapitato di turno, aggirandolo poi a sorpresa per la tana libera tutti che lo lasciava smarrito e malinconico; ma solo per un attimo, fino a che ripigliava le forze e si tuffava a capofitto all’inseguimento di chi gli stava più a tiro. Le urla rassicuravano gli adulti seduti più lontano, davanti alle abitazioni … Ma c’era sempre un momento in cui tutto intorno svaniva: era come trovarsi al centro dell’universo, completamente soli, onnipotenti, nelle orecchie il riverbero dei suoni si smorzava e la luce delle lucciole ad intermittenza produceva un che di inebriante ed ipnotico, trasformati quasi in dèi lontani bastanti a sé stessi …”

Ancora più indietro “… lo smuoversi delle sedie in cucina e la corsa verso di me, ignara di aver pronunciato le prime comprensibili e decodificabili sillabe, l’urlo di mia madre e lo scalpiccio scomposto – chi c’era quella sera?-…” forse il mio primo forse ricordo cosciente.

Le ore si facevano sempre più piccole, era ormai tempo di ritornare dentro, un’ultima occhiata di benevolenza, gratitudine e saluto alle creature. Domani avrei tentato l’impresa marina, rimandavo infatti da molti giorni l’andirivieni abituale con la spiaggia,  solo a pochi chilometri, esponenzialmente lontana man mano che gli anni passavano.
Ma la sera seguente e per una settimana, restai di vedetta nella mia postazione preferita, come se riuscissi a cogliere e fermare quella crescita impercettibile stando loro vicina, per carpirne il segreto.
Il secondo girasole crebbe mentre il primo era nel momento di massimo splendore, sembrava un inseguimento alla perfezione e alla bellezza, comparavo le loro corolle gemelle come fossero una clonazione differita nel tempo.
Quella sera la luna rischiarava la nottata di un chiarore fulgido e ammaliante. Non riuscivo a guardarla troppo a lungo, sembrava volesse risucchiarmi e trasportare via. Finché …

“… la scala era protesa verso di me, a offrirmi un passaggio. Ignara dei possibili accadimenti, accettai e cominciai a salire, non provavo affatto fatica solo un lieve senso di vertigine. Infine mi voltai. Sotto di me la meraviglia cosmica della terra che mi guardava. Riconoscevo i continenti, gli oceani, i ghiacci dei poli. Feci per allungare le braccia e mi accorsi con stupore di riuscire ad afferrarla e farla roteare con dolcezza, un dono inaspettato e gradito. Ma riuscivo anche a vedere più da vicino ciò che gli uomini le procuravano e improvvisamente dalle mie dita cominciarono a sgorgare rivoli rossi che non smettevano mai di fluire. La strinsi a me e chiusi gli occhi pieni di lacrime. Quando li riaprii la terra si era trasformata in un girasole giallo e brillante che aveva asciugato e trasformato il mio pianto in linfa vitale …”

“… mia figlia sollevava piano la testa dal cuscino bagnato di sudore e mi sorrideva, spalancando la bocca sdentata, protesa verso di me attendeva braccia che l’accogliessero … D’improvviso, era già grande, gli occhi leggermente truccati, un abito per la prima uscita con un ragazzo, sfuggiva alle mie ultime parole di raccomandazioni ma continuava a sorridere mentre apriva la porta …”

“… mio padre e mia madre, insieme felici, che ballano incuranti della fatica, mi guardano senza guardarmi, piroettano nella sala piena di fumo e di voci, poi mi vedono e m’invitano al ballo, io che non so ballare … provo per farli contenti …”

Infreddolita e stanca ritornai dentro casa, con la mente ancora rivolta ai ricordi sognati. Sembrava quasi che quei fiori di cui mi stavo prendendo cura, mettessero radici nella mia memoria e facessero riaffiorare le cose amate dimenticate o desiderate.
Il tempo che concedevo loro e l’attenzione provata per i minuscoli germogli e le seguenti esili infiorescenze, nutrivano i lunghi giorni della mia estate, in una filiazione spasmodica preceduta da una gestazione monitorata millimetro dopo millimetro.

Il terzo girasole aveva qualcosa di strano, non la solita corolla perfetta e simmetrica ma un piccolo vortice originale da un lato, che gli conferiva un che di simpatico e mi sembrava di dover, ancor più, prestargli cura. Continuavo ad innaffiarli con parsimonia, senza esagerare come mio solito, motivo per cui spesso reco danno alle mie piante, cercando di allontanare il momento in cui sarebbero venuti meno, al quale non volevo certamente pensare, anzi confidavo in una qualche magia foriera di eternità …Oramai le sere, anzi le notti, in cui mi intrattenevo con loro erano diventate un’abitudine …

“… la tavola apparecchiata era lunghissima, come in uno specchio multiplo non si riusciva a vederne la fine ma rifletteva volti conosciuti e sconosciuti in girandole di sorrisi … poi qualcuno salutava e se ne andava con lo sguardo un po’ smarrito ma sereno, quasi scusandosi, volgendosi sempre un poco indietro, ammiccando a qualcosa che non vedevamo … in fondo la luce fortissima non permetteva più di distinguere i contorni e l’allegria dei commensali continuava, nel parlarsi con il desiderio di fare attenzione alle parole da offrire, nel versare gocce di comprensione ai discorsi altrui , nel vendere a piene mani le cose solitamente vietate … All’improvviso la tavola si era svuotata, erano rimasti solo i tre girasoli appoggiati sul tessuto ricamato, illuminati come lampadine incandescenti …”

La loro compagnia fu un toccasana in quell’estate. Mi avevano reso noto o ricordato, non so dire, che solo nella cura c’è la vita, nella pazienza della cura si mettono radici e che senza radici non si cresce e non ci si erge verso l’alto e verso l’altro.

Non so se potrò mai ringraziare Serena del dono immenso che mi ha consegnato quel giorno.  Di certo lei lo sapeva già. Ne era consapevole ogni mattina entrando in aula, portando con sé sempre un saluto allegro e pieno di vita.

 

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