Sandro Botticelli, Simonetta Vespucci e la fine di un sogno di bellezza

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Madonna col bambino, due angeli e San Giovanni Battista

Madonna col bambino, due angeli e San Giovanni Battista

Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi: questo il lunghissimo nome con cui fu registrato nella “portata di catasto” (registro catastale) di Firenze, l’ultimo dei figli maschi  di un modesto lavoratore di pellami, che aveva bottega nella zona di Santa Maria Novella, dove poteva usufruire per la concia delle acque dell’Arno e del Mugnone. Nel giro di non molti anni – nell’antichità si cresceva in fretta – il giovane diventò noto come Sandro Botticelli, uno dei più grandi artisti del primo Rinascimento toscano, un vero e proprio gigante della pittura di quel periodo. Essendo un ragazzo dotato fu messo ben presto a bottega presso il fratello orafo, mestiere che all’epoca era denonimato “battiloro” o “battigello”, e da cui (forse) derivò il suo soprannome “Botticelli”. Lì cominciò ad imparare il mestiere, che avrebbe perfezionato più tardi presso fra’ Filippo Lippi – autore di Madonne dolcissime e raffinate – e frequentando il pittore e scultore Andrea del Verrocchio, dove conobbe anche il giovane Leonardo da Vinci. Le botteghe rinascimentali erano delle vere e proprie imprese, spesso a conduzione familiare, guidate da un artista-padrone che si occupava della committenza e presiedeva ai lavori scegliendo gli allievi più promettenti: da una bottega non uscivano solo dipinti o sculture, ma ogni genere di manufatto: dalla pala d’altare ai piccoli dittici per la devozione privata, dai cassoni nuziali ai mobili e ai gonfaloni, dai reliquiari ai cartoni necessari per realizzare vetrate e ricami. Gli artisti in erba imparavano inoltre a leggere, scrivere e far di conto e naturalmente a macinare i pigmenti che compravano dagli speziali, corporazione a cui appartenevano. Dopo aver appreso tutto ciò e non ancora trentenne, Botticelli decise di aprire un laboratorio tutto suo.

La fortezza

La fortezza

Ci sono molti vuoti nella biografia di Sandro, che da giovane il Vasari descrive come “malsano, inquieto e stravagante”. Con occhi moderni possiamo pensare che le sue difficoltà ad accostarsi ad una educazione formale nascondessero il bisogno di trovare una propria vocazione nell’ambito delle arti: non a caso intraprese la libera professione piuttosto tardi per un’epoca in cui la durata media della vita non superava i quarant’anni. La Firenze di Sandro Botticelli era quella della famiglia Medici, che governava con munificenza la città dall’epoca di Giovanni di Bicci, l’antenato che aveva fondato un vero e proprio impero finanziario; era a loro a cui bisognava rivolgersi per ottenere committenze prestigiose. Dopo una serie di Madonne in cui era evidente l’influenza del suo principale maestro, il Lippi, Botticelli fu incaricato del primo lavoro importante: si trattava di rappresentare una delle quattro Virtù cardinali, la Fortezza, figura che doveva essere affiancata ad altre Virtù dipinte da Piero del Pollaiolo. Le tavole – ora agli Uffizi – erano destinate a decorare le spalliere degli stalli nella sala delle Udienze del tribunale della Mercanzia, in palazzo Vecchio, e il nome del giovane Sandro era stato suggerito nientemeno che da Piero de’ Medici, il padre di Lorenzo il Magnifico e Giuliano de’ Medici. Il lavoro piacque e aprì al pittore le porte della più prestigiosa famiglia fiorentina e al suo più importante cenacolo culturale: l’Accademia neoplatonica.

La nascita di Venere, particolare

La nascita di Venere, particolare

Fondata dal filosofo Marsilio Ficino – che aveva tradotto in latino i testi di Platone – era basata sull’idea che il mondo fosse organizzato in sfere concentriche, i cui estremi erano da una parte quella divina, l’iperuranio, dall’altra la materia, ossia il mondo animale. L’uomo, chiamato “copula mundi”, era l’unico essere capace di mediare tra lo spirito e la sfera corporea, intraprendendo un cammino guidato dall’amore e dalla bellezza di cui Dio era la vera fonte. Le idee dell’Accademia influenzarono profodamente parecchi artisti, tra cui il Botticelli, che cominciarono ad inserire nelle loro opere soggetti tratti dalla mitologia pagana e reinterpretati in chiave cristiana come portatori di verità superiori: in questo senso andrebbero letti i due più noti dipinti di Sandro, la Primavera e la Nascita di Venere, il cui significato profondo – nonostante anni di studi critici – non è stato ancora pienamente svelato, dal momento che sono ricchissimi di elementi simbolici non facilmente districabili. I due quadri – ispirati alle opere di Ovidio e Lucrezio e alla poetica del Poliziano – si possono infatti leggere sia da un punto di vista filosofico che mitologico, senza escludere le allusioni alla dinastia medicea che ne era committente. La bellezza fisica di Venere – ispirata a quella delle statue classiche che i Medici collezionavano – più che alludere all’amor carnale rappresenta la perfezione e la purezza d’animo, l’eros come forza vivificatrice che muove il mondo della natura.

Venere e Marte

Venere e Marte

E’ molto diffusa l’idea che la modella di Sandro Botticelli fosse la bellissima Simonetta Vespucci, moglie di Marco Vespucci, che lo sciagurato sceneggiato “I Medici” da poco trasmesso sulle reti Rai, descrive come amante di Giuliano, il fratello di Lorenzo assassinato durante la congiura dei Pazzi. Si potrebbe scrivere un intero articolo sulle falsità storiche dell’opera, che fa morire la ragazza di tisi in una specie di cantina dove sarebbe stata relegata dal marito geloso. Il problema è che non esistono prove né della relazione fisica fra i due, né che Simonetta abbia mai fatto da modella al pittore. I ritratti che di lei si hanno sono infatti posteriori alla sua morte e probabilmente realizzati a memoria, e l’unico di sicura mano dell’artista fu uno stendardo eseguito come premio per il vincitore di un torneo – descritto dal Poliziano – su cui Simonetta appariva come una casta Minerva con la scritta “La sans pareille”, “La senza paragoni”. Al primo posto arrivò Giuliano de Medici, ma il ritratto purtroppo è andato perduto. C’è anche da aggiungere che al tempo non era usanza per le signore di alto rango posare per i pittori. La ridicola circostanza riportata dallo sceneggiato Rai in cui Giuliano e Simonetta posano seminudi per il quadro “Venere e Marte”, poi bruciato da Marco Vespucci, non è mai avvenuta. Per fortuna l’opera è sana e salva e conservata alla National Gallery di Londra.

Ritratto postumo di Simonetta Vespucci

Ritratto postumo di Simonetta Vespucci

La bellissima “Simonetta” delle opere di Botticelli è quasi certamente una donna idealizzata, una casta Venere che si riferisce agli ideali umanistici di bellezza dell’epoca. Allo stesso modo è assai improbabile un’altra voce che dice come il pittore fosse innamorato di lei: è quasi certo che i due si conoscessero perché abitavano nello stesso rione, ma nella vita di Sandro non esistono donne fisiche a parte la madre. Ce lo spiega un aneddoto del Poliziano: un giorno il gonfaloniere di Firenze, Piero di Tommaso Soderini gli suggerì di prendere moglie, ma la notte il pittore ebbe un incubo, al che – temendo di rivivere il brutto sogno – se ne andò come un pazzo fino all’alba a spasso per Firenze, per paura di riaddomentarsi. Come avrebbe commentato il Soderini: “non era terreno per piantarvi vigna”. Probabilmente l’artista era omosessuale, cosa che non meraviglia perché la città era nota anche all’estero per i gusti sessuali dei suoi abitanti, al punto che i tedeschi chiamavano i pederasti “florenzer” e i francesi bollavano il vizio come “fiorentino”. E soprattutto perché lo stesso pittore era stato accusato anonimamente e per ben due volte di “aver agito contro ordinamenta”, con l’aggiunta di tenere a bottega un garzone che non l’aiutava solo a macinare colori. Fu fortunato: ai tempi la sodomia era punita in modo molto severo, ma quando Botticelli fu denunciato, la magistratura che controllava la moralità cittadina – gli Ufficiali della notte – era stata da poco abolita, forse per evitare che i più importanti nomi della città cadessero nelle sue reti.

Adorazion dei Magi

Adorazione dei Magi. Sulla destra l’autoritratto di Botticelli

L’unico autoritratto che abbiamo del pittore si trova inserito nell’Adorazione dei Magi, opera ora agli Uffizi dove è rappresentata anche la famiglia Medici: un giovane biondo e non proprio bellissimo vestito con un avvolgente mantello che dà sull’arancio. L’uomo si volta verso lo spettatore, espediente usato dagli artisti per coinvolgere chi guarda nell’azione raffigurata. Per nostra fortuna – oltre alle lacunose descrizioni del Vasari, abbiamo ulteriori documenti che ci descrivono il carattere di Sandro. Sembra che – almeno in gioventù – fosse una persona vivacissima e un mangiatore e bevitore notevole: lo segnala perfino Lorenzo il Magnifico con alcuni versi scherzosi in cui lo definisce “più ghiotto d’una mosca”. Era sempre pronto alla battuta e alla burla e nel suo studio regnava un’atmosfera allegra e quasi goliardica; tra gli aneddoti che di lui si raccontano c’è quello del tessitore che andò ad abitargli vicino e i cui telai facevano un chiasso tale da far tremare tutta la casa; alla richiesta del pittore di risolvere il problema costui rispose sgarbatamente che nel suo laboratorio faceva quel che gli pareva. Al che Botticelli appoggiò sul muro di confine un grosso masso “che pareva che ogni poco che l’muro si movesse fusse per cadere e sfondare i tetti e palchi e tele e telai del vicino”, ribattendo con la stessa moneta alle proteste del tessitore: in casa sua faceva quel che voleva e piaceva. Obtorto collo lo sgarbato artigiano dovette raggiungere un accordo e la pace tra i due fu fatta.

Sant'Agostino nell studio

Sant’Agostino nello studio

Vi furono poi anche scherzi artistici, come l’inserimento di una frase spiritosa nel Sant’Agostino, un affresco nella Chiesa di Santa Lucia d’Ognissanti. Il santo ha dietro di sé uno scaffale con diversi libri, alcuni dei quali aperti. Uno di loro reca una scritta che c’entra assai poco con l’intento celebrativo del dipinto: “Dov’è fra Martino? E’ schapato. E dove è andato? E’ andato fuor dela Porta al Prato”. Probabilmente il riferimento è a un frate che – stanco di cose spirituali – si era dato alla fuga prendendo la via della campagna al di là delle mura fiorentine.

Ma i tempi belli per Sandro dovevano finire, come capita spesso nella vita. Nel 1482 Lorenzo il Magnifico aveva invitato in città un frate ferrarese, Girolamo Savonarola, attirato dalla sua fama di abile oratore. Costui cominciò a prendersela col suo ospite, accusandolo di corrompere i costumi dei fiorentini, di essere una sorta di dittatore e predicando anche contro gli artisti, le mode, i libri “immorali”, i cosmetici e persino gli strumenti musicali. La città si divise tra i seguaci del monaco – i Piagnoni – e i sostenitori dei Medici, i Palleschi; erano gli ultimi anni di vita di Lorenzo, che sarebbe morto di lì a poco di cancrena a soli 43 anni. Diventato padrone di Firenze il Savonarola cercò di imporre la sua rigida visione morale e organizzò tra l’altro un “falò delle vanità” in cui fece bruciare di tutto, anche i quadri di artisti famosi, e sembra che il Botticelli stesso provvedesse a gettare le sue opere sul rogo. Non sappiamo il perché di questa sterzata moralistica di Sandro, ma essa è evidente nei suoi ultimi lavori a carattere prevalentemente religioso, pieni di pathos, cupi di colori e ben lontani dall’adesione ai miti pagani della gioventù. Lo attendeva una vecchiaia triste: la sua arte era passata di moda – furoreggiavano Leonardo, Raffaello e Michelangelo – e non aveva più acquirenti. Finì per dilapidare il notevole patrimonio che aveva accumulato e “condottosi vecchio e disutile, e camminando con due mazze, perché non si reggeva ritto, si morì, essendo infermo e decrepito”.

Fonti: Carlo Bo, Botticelli, Rizzoli, Skira, Corriere della Sera 

La Pietà

La Pietà, una delle opere tarde

https://www.stilearte.it/sandro-botticelli-la-burla-rimasta-impressa-sullaffresco-in-chiesa/

https://www.finestresullarte.info/Puntate/2010/08b.php

http://www.abstrartfirenze.org/sandro-botticelli/

 

 

 

 

 

 

 

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