Fenomenologia del bello

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“Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. È una frase fatta, comodissima per giustificare i propri gusti quando differiscono dalla massa. Magari un corpo di donna o un vestito, perché sicuramente nessuno oggigiorno più trascende il concetto di estetica dall’aura di emotività che sempre lo accompagna.
D’altra parte, “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, affermava il filosofo francese David Hume, quando ancora nessuno nel Settecento parlava di neuroscienze. Niente allusioni, cioè, a quell’area orbito-frontale coinvolta nei centri cerebrali del piacere, perché il discorso che qui s’intende fare risale alle origini ed è senza dubbio meno fisico e più astratto.

Più che alle proporzioni o ad un insieme armonico del tutto, da cui l’uomo può venire attratto, è interessante pensare che fin dall’antichità il concetto di “bello” ha rappresentato un tema di studio e di riflessione. Un polo attrattivo che necessitava di essere sviscerato e contemplato da vicino. Ancora più che quali criteri poter enunciare per contraddistinguere la bellezza (in arte, nella natura, in anatomia), appare magnificente considerare che sin nell’Antica Grecia i filosofi pensavano a definire il significato stesso del termine. Prima ancora cioè di cosa fosse bello e cosa no, essi dedicavano le loro riflessioni a definire cosa fosse “il bello”.

Difficilmente possiamo parlare di un’estetica quale “filosofia del bello”, senza citare Platone. In un periodo storico, quello della Grecia antica in cui l’arte era perfezione e la perfezione era nella natura che, a detta del nostro pensatore, doveva essere contemplata e imitata, la bellezza non aveva tempo, ed era parte delle Idee. Origine di tutte le cose. All’epoca, la perfezione e l’armonia delle forme era un vero e proprio stereotipo. Quel che non era armonico, non era bello, in sostanza. Platone, però, conduce questo concetto così abusato, in un contesto metafisico.
Nel Fedro e nel Simposio, la bellezza è collegata all’eros, in grado di portare l’uomo all’idea di bene e di manifestare sensibilmente l’assoluto. Proporzione e armonia; ordine e misura, in modo che la verità degli elementi si disponga in gradi e si componga in un tutto ordinato dalla vita dello spirito il quale, liberandosi gradatamente da tutto quel che è corporeo e sensibile, può essere tratto verso il bello in sé, verso l’idea del bello, eterna, perfetta e immortale. L’arte dell’uomo è imitazione della natura, a sua volta imitazione dell’idea, e dunque imitazione di imitazione e non espressione diretta del bello.

Aristotele, contrariamente al suo maestro, rigetta il presupposto secondo cui imitare significa produrre delle copie degli oggetti da noi percepiti tramite i sensi e propone una nozione d’imitazione non fondata semplicemente sulla sensazione stessa, bensì implicata in una serie di meccanismi più complessi. Egli sviluppa una teoria sulla facoltà del desiderare e dell’apparire. Una cosa è bella quando attua il proprio fine, che consiste nel raggiungere la perfezione realizzando compiutamente la propria forma.
Il bello, cioè, inteso come realizzazione di una forma, procura piacere e conoscenza. Percepire qualcosa come bello significa riconoscere che qualcosa ha raggiunto il suo fine interno, la sua perfezione. Le proprietà per definire una cosa bella sono l’ordine, ovvero l’appropriata disposizione delle parti di un oggetto e la misura, cioè la sua adeguata grandezza. Se un oggetto è bello, allora deve osservare le proporzioni delle parti; per procurare diletto deve essere adeguato alla capacità dei sensi di percepirlo, quindi limitato e facilmente afferrabile alla vista.

Con Plotino la bellezza non costituisce un aspetto marginale del suo sistema, poiché esprime la presenza costante dell’Uno in tutte le manifestazioni del cosmo, ovvero supremo principio da cui tutto procede per emanazione, come un’inesauribile fonte di luce. La bellezza è altresì l’unica idea visibile, in grado di guidare l’anima nel suo cammino metafisico di ritorno all’Uno, fonte di ogni bellezza.

Nel Medioevo il concetto di “bello” diventa più propriamente oggettivistico, se non didascalico.
La bellezza è opera di Dio, ma è anche tutto ciò che può essere contemplato o cantato. Nel Rinascimento, invece, l’arte non è più imitazione ma una creazione dell’intelligenza, e da qui si palesano le due rispettive facce di una singola medaglia; due periodi storici che, anche nella loro concezione dell’estetica, danno ampio risalto rispettivamente alla religione e all’uomo.

Procedendo ed approdando più propriamente ai tempi moderni (seppur relativamente), per Kant è bello quello che procura una soddisfazione di carattere universale. Non esprimibile quindi tramite concetti, libero da qualunque fine utilitario e morale. Le cose altresì non sono belle per la loro intima costituzione, che resta a noi sconosciuta, ma piuttosto perché capaci di tendere in maniera armoniosa alle nostre forze spirituali.

Fino a giungere a Benedetto Croce, per il quale il bello non è un fatto da addurre alla fisicità e non ha niente a che vedere con l’utile o col piacere o col dolore, bensì è quel che produce uno stato d’animo libero da ogni interesse pratico o logico. Un’impressione che si esprime in pura immagine e oggetto d’intuizione, come conoscenza immediata d’un momento della vita dello spirito considerato nella sua singolarità.

Insomma, su una cosa siamo tutti concordi. Parliamo di “bello” quando godiamo qualcosa per quello che è, indipendentemente dal possesso. E qui viene tirato in ballo Umberto Eco, secondo il quale “è bello ciò che, se fosse nostro, ne saremmo felici, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro”.

Trattando di bellezza, come si evince da queste riflessioni, non esiste una vera e propria definizione. La mutevolezza del suo significato, nel corso del tempo, e i tentativi di incatenarla in uno stereotipo sono l’espressione della sua labilità e fuggevolezza. Essa è impossibile da concretizzare. Non si materializza nell’oggetto ma vive nel soggetto; è rappresentazione di completezza.

L’unico strumento per misurarla è insito nell’uomo ed è identificabile nella percezione.

Fino a diventare condivisibile, cosciente e qualificabile. In quanto la condivisione agisce come fonte di collegamento fra gli uomini (quale concetto più moderno dei nostri social network?), funge da corrente alternata che riporta il concetto di bellezza da corporeo-percettivo a incorporeo-immaginativo.

Da sempre oggetto di studio da parte dei filosofi, la bellezza sfugge ad incasellamenti e definizioni. Rivendicata dall’arte e contesa dall’estetica, dipendente dalla percezione ma non estranea al concetto, essa può essere scovata o rigettata nei luoghi più impensati.

Principio di conoscenza e di comunicazione del senso della vita, il “bello” è progetto, espressione massima della qualità di vita stessa.
Cambiano gli stili di rappresentazione della bellezza, ma non la bellezza in sé. L’errore è pensare a una ontologia della bellezza, il cosa è bellezza.
Invece di riportarla in una fenomenologia che comprenda lo sviluppo dell’idea nella storia. Il canone moderno pare alieno all’idea canonica di “bello”. Talvolta è provocazione, oppure è semplicemente omologazione. È poco rispetto per la vita in sé o tolleranza, da cui derivano visioni di corpi martoriati alla strenua ricerca di magrezza che vengono imposti come modelli da seguire ai nostri giovani; così come le speculazioni edilizie e l’abusivismo si rendono responsabili della bruttezza delle nostre città.

In e out hanno ormai inglobato la nostra concezione di bello, la società pretende di conformarci e guidarci ad una non-distinzione di massa. Anziché definire cosa sia il concetto di bello, come nell’antichità facevano i pensatori, oggigiorno ci si dà tanta pena a standardizzare dei principi che vanno contro anni e anni di storia. Sapessero Platone o Aristotele, che si erano dati tanta pena, quanto difficile sia diventato avere l’approvazione del prossimo, si sentirebbero defraudati dalla fiducia che, indistintamente, hanno concesso all’essere umano.

Difficile diventa vivere il nostro tempo, ogni anno di più. Cosa ci riserverà il futuro nessuno può saperlo. Conoscere la storia ci mette però al riparo da false credenze e ci rende un poco più consapevoli di far parte di un sistema che, di tante vie, ha preso forse la più mendace.

 

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