La scatola

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

“Restituire la bambola ai familiari della signora Teresa”: queste parole, scritte con un pennarello nero sulla scatola di cartone, attirarono la mia attenzione appena entrata nella stanza. Misi a fuoco i caratteri, pensando erroneamente vi fosse scritto il nome di un farmaco o di qualche dispositivo medico.

L’andirivieni dell’ infermeria mi distolse da ciò che avevo appena intravisto e, per un tempo relativamente breve, fui impegnata con altro: comunicazioni varie sull’ ingresso di mia madre, fotocopie e modulistica da compilare.                                                                                                Richiusi la porta dietro di me che era già ora di pranzo e mi recai al piano superiore, dove gli ospiti si accingevano a consumare i cibi preparati per loro, attesi come un qualcosa di sacro. L’odore delle pietanze mi avvolse, quando varcai la soglia ed intravidi subito mia madre che si stava aggiustando il tovagliolo, piegandolo e ripiegandolo di continuo. C’era un silenzio inquietante, interrotto solo dal rumore delle stoviglie, piccoli tic tac leggeri dei mestoli sui tegami, e dal richiamo ad un operatore per avere l’acqua, che sarebbe comunque arrivata. I miei passi da cauti divennero ancor più invisibili. Una commensale troneggiava sulla sedia appositamente studiata per lei, assistita dal figlio che si accingeva ad imboccarla. Mi ritenevo fortunata ad avere un familiare autosufficiente da quel punto di vista.
Dopo i convenevoli di rito con mia madre, quasi assuefatta, dopo due settimane di degenza, al luogo e alle persone conosciute, la mia curiosità nei riguardi della signora Teresa e della sua bambola tornò a farsi pressante e la immaginai seduta là, qualche tempo prima, con in braccio il suo piccolo tesoro dal quale, forse, non voleva mai separarsi.
Finito il pranzo, scesi velocemente le scale, sbirciando nell’ infermeria, per assicurarmi che la scatola di cartone con la scritta fosse ancora al suo posto.

L’indomani ero decisa a carpire qualche dettaglio in più sul suo contenuto e, quando incrociai Francesca, provai a farle delle domande. Non fu molto eloquente, forse aveva da fare o semplicemente non la riteneva una cosa degna di chissà quali resoconti. La mia curiosità invece aumentava e chiesi l’indirizzo della signora Teresa: mi prendevo l’incarico di consegnare personalmente la scatola ai familiari, visto che non si erano più fatti vivi. L’infermiera mi guardò per un attimo, come se volesse ribadire la privacy di un ospite; poi, però, si rese conto che poteva liberarsi di un fastidio e me la consegnò quasi subito, dopo essersi tolta in fretta i guanti, che le erano serviti poco prima per le abituali incombenze di lavoro.
Accolsi la scatola fra le mani con timore e trepidazione e, una volta arrivata in macchina, la deposi diligentemente sul sedile posteriore, per catapultarmi a casa il prima possibile. Salii in auto con la mente assorbita da quell’ oggetto, facendo mille congetture sulla sua proprietaria.
Fortunatamente, in casa non c’era ancora nessuno. Lorenzo quella sera sarebbe rincasato più tardi del solito ed io avrei avuto tutto il tempo di recuperare la bambola dalla scatola e, solo in un secondo momento, l’avrei riportata ai proprietari, come promesso. Senza fretta però, dato che i familiari della signora Teresa non si erano precipitati per riaverla.                                                                            Nutrivo già un senso di appartenenza anche per ciò che non era mio, se non nel cuore. Mi chiedevo cosa mai l’avesse tenuta legata a lei, mi tornavano in mente le bambole di cui tuttora ricordo il nome e le fattezze, nonché le brutture, le manchevolezze ed i difetti, di fabbrica e non; le volte che le avevo tenute strette a me con amore, o scagliate con rabbia contro un muro, i giochi in cui mi avevano fatto compagnia, le passeggiate e le corse insieme.
Sulla scatola, come mi aveva fatto notare l’infermiera, c’era anche riportato l’indirizzo dei parenti di Teresa, figli o nipoti, non mi era ancora dato saperlo: via degli Appennini, 11. Sapevo dove si trovasse quella strada ma volevo inconsciamente ritardarne la consegna, spinta da un irrefrenabile desiderio d’infanzia e d’innocenza.
Alla televisione davano le solite notizie sul clima impazzito e le probabili sanzioni dell’Europa all’ Italia; posi sul tavolo la scatola e la aprii. La bambola era ripiegata su se stessa: aveva subìto, era evidente, varie manomissioni da parte della proprietaria, ma conservava comunque una certa dignità. Gli occhi vitrei erano un po’ appannati e le mani sembravano essere state a lungo stirate; l’abitino a fiorellini rossi e blu aveva conosciuto tempi migliori, le scarpe erano attaccate con del filo di lana ai prolungamenti delle gambe, impossibile definirli piedi … Sulla testa era stato probabilmente messo in un secondo momento, data la differente consistenza del tessuto, un cappellino a larghe falde, tenuto stretto sotto il mento da un fiocco giallo. Stetti qualche attimo a fissarla ma non riuscivo a toccarla, come se, così facendo , potessi violare l’affetto della sua padrona.
Mentre stavo per riporla nella scatola, da una fessura del corpicino, martoriato evidentemente dalla lunga presa, fuoriuscì un minuscolo pezzo di carta, con scritto un nome incomprensibile, in una grafia incerta e semi cancellato, al quale non feci troppo caso e lo adagiai all’interno, insieme alla bambola. Ormai il mio tesoro era stato scoperto e naturalmente doveva seguire la sua strada, cioè l’indomani avrei dovuto riconsegnarlo agli eredi di Teresa.

Il giorno seguente mi recai all’ indirizzo scritto nel bordo laterale della scatola e suonai alla porta. Mi venne ad aprire una signora che abitava nello stesso piano; gentilmente m’informò che la nipote di Teresa, perché di lei era quella casa, si era dovuta assentare ma le aveva lasciato le chiavi, per ogni evenienza. La vicina elargì questa informazione perché probabilmente mi vide con la scatola in mano, come nell’atto di fare una consegna. Stavo per dargliela, quando le venne l’idea di farmi accomodare direttamente in casa, per sistemarla io stessa dove meglio credessi. Anzi si preoccupò di offrirmi un tè, che andò prontamente a preparare da lei. Mi concesse così qualche attimo per girovagare da sola nella stanza.                                                                                                                                                                                                                            Nel salotto, che fungeva anche da ingresso, notai immediatamente la fotografia di una giovane dai capelli lisci, gli occhi scuri e sfuggenti e appena la signora tornò, con il tè fumante nel vassoio, le chiesi chi fosse. Abbassò gli occhi con tristezza e mi confessò che quella ragazza era la figlia della signora Teresa, Mauda. Ad un tratto mi venne in mente il foglietto trovato nella bambola ed il nome incomprensibile forse doveva essere proprio questo. Le chiesi il perché di quello sguardo: Mauda era affetta da autismo e si trovava in un istituto alla periferia della città. La signora Teresa l’andava a trovare tutti i giorni finché non divenne troppo anziana e malata, a sua volta ospitata in una struttura. La cosa che più l’addolorava era non poter vedere la figlia, così sua nipote le aveva regalato quella bambola, dalla quale non si staccava mai. La storia mi colpì molto e non sapevo che dire. Non mi rimase che depositare la bambola su un mobile del salotto, bevvi il mio tè e salutai cortesemente la signora che mi aveva fatto entrare e messo al corrente della situazione.
Il giorno seguente, mentre stavo andando al lavoro in auto, non riuscivo a non pensare che da qualche parte, in città, si trovava la figlia della signora Teresa. Il fatto che nessuno più si recasse da lei m’intristiva moltissimo. D’impulso cambiai direzione e dirottai verso l’istituto indicatomi dalla vicina di casa.                                                                                                                                                            Mi fermai fuori del muro di cinta. Il cuore mi batteva forte e non credevo di avere  il coraggio di entrare. A che titolo poi? Con quali pretese? L’autismo è una malattia difficile da accettare anche per i familiari, figurarsi per me che non conoscevo Mauda e non avevo particolari cognizioni in merito.
Intanto, da una finestra aperta dell’istituto, assistetti ad una scena inverosimile. Seduto a tavolino, l’anziano ospite indossava uno strano copricapo da militare ed il figlio lo stava imboccando; la musica che si udiva distintamente era una marcia, che serviva probabilmente a rendere più collaborativo il padre e facilitare così il compito al figlio. I nostri sguardi si incrociarono ed ebbi un moto di simpatia per quella coppia che, a suo modo, sembrava comunque vivere una situazione piacevole e rilassata.
Il viottolo che conduceva all’atrio principale era segnato ai lati da piante di rose di vari colori, per lo più fiorite e in fondo, prima degli scalini, una gabbia di cocorite ondeggiava leggermente al vento autunnale. D’improvviso mi tornò in mente un libro dell’infanzia, in cui la protagonista rimase prigioniera di un incantesimo e non riuscì più a trovare la via d’uscita dal giardino che voleva esplorare, spinta dalla curiosità. Ricordo perfettamente l’illustrazione in bianco e nero del racconto, dove la bambina cavalcava una enorme tartaruga e la sensazione tattile delle pagine spesse e giallognole, nonché l’odore penetrante del libro, la cui copertina lucida si era nel tempo screpolata, pur conservando nitidezza e fascino.
L’infermiera che mi aprì chiese subito chi volessi vedere. Con un certo imbarazzo dissi che non ricordavo il cognome della signora Teresa, ma mentii spudoratamente affermando di essere una lontana parente del marito. Riuscii ad ottenere il permesso di entrare.

La stanza di Mauda era arredata con semplicità. Alle pareti pochi quadri dai colori evanescenti, raffiguranti cascate, fiumi, specchi d’acqua in genere. Una fioriera accanto alla finestra, tende azzurro chiaro. Lei era seduta in atteggiamento quasi di preghiera, le mani unite e le braccia serrate come se volesse preservare qualcosa alla vista altrui. Mi avvicinai lentamente, cercando di non invadere il suo mondo così all’ improvviso e questo non le creò turbamento, anzi sembrava, con il suo silenzio, accettare la mia visita. Appena le andai più vicina, fui in grado di vedere meglio cosa stringeva fra le mani: una foto che ritraeva due persone in riva al mare, vicine ma non troppo, una madre con sua figlia, probabilmente. –Era la sua mamma –disse l’infermiera -Era la persona a cui si sentiva più legata. Riusciva a comunicare solo con lei.
La ragazza ebbe un moto improvviso, i capelli scuri annodati dietro la schiena si sciolsero sulle spalle e dall’ abito a fiori rossi e blu, che si aprì appena, notai le gambe magre e debilitate da un’ostinata immobilità.
In quel momento mi sommersero un’infinità di ricordi, di delusioni, di desideri mancati e non riuscivo più a trattenere le lacrime. La commozione mi fece fare un movimento brusco appena provai ad andarmene, così Mauda iniziò ad urlare e a dimenarsi con violenza, tanto che l’infermiera dovette chiamare un’aiutante perché non si facesse male.
Io ero sconvolta e dispiaciuta di essere stata involontariamente la causa della crisi.                                                                             –Non si preoccupi, le capita spesso, soprattutto da qualche mese, da quando la signora Teresa non c’è più. La porta si chiuse alle mie spalle e le urla si affievolirono man mano che tornavo sui miei passi, ma continuai ad udirle distintamente fino a che non raggiunsi di nuovo l’ampio e deserto giardino da cui ero entrata. Mi sentivo legata a quella storia, a quelle vite disperate che confrontavo con la mia esistenza, nonostante tutto tranquilla e, per certi versi, fortunata.
Non ero madre e forse non capivo fino in fondo la consistenza di un attaccamento materno e filiale, meno che mai le difficoltà di Mauda, causate da una malattia semisconosciuta anche a chi si intende di medicina, ma mi stavo affezionando a lei, rimasta sola a lottare, chiusa nel suo mondo silenzioso.                                                                                                                                                                                                    L’indomani presi un permesso dal lavoro, inventando una banale influenza e mi recai di nuovo all’ istituto. Stavolta conoscevo meglio il percorso al suo interno e mi rendevo conto di affrettare sempre più il passo per raggiungere Mauda e il pianeta nel quale era relegata. L’infermiera ci lasciò sole perché Mauda era allegra e volteggiava per la stanza, accennando passi di danza che solo lei conosceva, anzi mi prese violentemente la mano e mi trascinò con lei. Provai un’enorme sensazione di gioia nel vederla così. Speravo sempre di ritrovarla in quello stato euforico di quasi ebbrezza, tutti i giorni che seguirono, in cui mi recavo puntualmente da lei, per ricevere un sorriso, uno stringere di mani, un parlare senza voce.

Presi a studiare le sue difficoltà per conoscerle meglio. Leggevo libri a riguardo, chiedevo consigli anche al personale della struttura dove si trovava mia madre, ottenendo solitamente risposte evasive dalle infermiere, dispiaciute però di non poter essere d’aiuto.
-Domani provo a portarla con me a fare una passeggiata, se me lo permettono.- dissi a Lorenzo una sera, mentre cenavamo. Lorenzo era contento della mia dedizione a Mauda, pensava che magari il mio desiderio di maternità negata potesse avere in qualche modo una soddisfazione nel prodigarmi verso di lei. Mi ascoltava e sorrideva, annuiva ai miei progetti di recupero, era testimone della mia personale rinascita.
Il giorno stabilito per l’uscita insieme mi stava procurando comunque molta ansia. Mi recai all’istituto con largo anticipo ed aiutai la signora che si occupava più spesso di Mauda, a lavarla e a vestirla. Poi uscimmo. Darle la mano era praticamente chiedere la luna ma, a lungo, camminammo vicine senza problemi, in silenzio. Sembrava non stupirsi di nulla ed i suoi occhi rimanevano fissi e concentrati. Improvvisamente prese a correre. Per un certo tratto di strada riuscii a starle dietro, poi la persi completamente di vista ed il terrore s’impadronì di me. Le mille raccomandazioni ricevute si scontravano con i fatti e con la mia reale incapacità di poterne tener conto. Anch’io mi ero messa a correre ma non sapevo più da quale parte andare. Mi arresi e, dopo altri tentativi risultati vani, chiamai la polizia. Per fortuna, Mauda non si era spinta troppo lontano.                                                                                                                                                                    La trovammo seduta su una panchina che raccoglieva le foglie secche dal terreno e le sbriciolava piano. Con dolcezza ma con il cuore che batteva all’ inverosimile, la presi per mano e stavolta cedette alla mia intenzione; ritornammo lentamente all’istituto, che nel frattempo era stato raggiunto dalla notizia della sua fuga. L’assistente sociale era piuttosto arrabbiata con me ed aveva anche rimproverato l’infermiera che aveva concesso l’uscita. Me ne andai amareggiata e delusa che il mio piano non avesse funzionato. Le volte seguenti potevo vedere Mauda solo all’ interno del luogo di cura; in varie occasioni ebbi così la possibilità di partecipare alle piccole feste che si tenevano con gli altri ospiti, in cui ognuno si manifestava e relazionava a suo modo; mentre Mauda rimaneva silenziosa o tormentava qualcuno prendendolo per il lembo di un vestito o girandogli ripetutamente una ciocca di capelli fra le dita sottili.
Il giorno del suo trentunesimo compleanno le portai un dono. Aprì subito la carta della confezione, che gettò immediatamente a terra. Era un abito fatto apposta per lei da una sarta mia amica: le donava davvero ed esaltava il colore dei capelli, castani con una leggera sfumatura ramata. Se lo provò e si mise a saltare goffamente, specchiandosi più volte ed emettendo strani gridolini acuti, poi lo tolse e cercò di riporlo nell’ involucro, senza riuscirci. Cercai di aiutarla ma non volle, quindi si rinchiuse di nuovo nel suo mondo e per quella sera non ci fu più nessuna possibilità di contatto.

La settimana successiva dovetti recarmi ad un corso fuori provincia, ma tutte le sere telefonavo all’ istituto per avere notizie di Mauda. Mi raccontavano che ogni giorno indossava puntualmente il vestito che le avevo regalato e faceva le sue sfilate nel corridoio, poi lo riponeva in una vecchia borsa appartenuta a sua madre. Io ero felice del suo attaccamento a me; in qualche modo oscuro, nella sua mente, anche io partecipavo ad una concreta pacificazione con ciò che le stava intorno. Avrei voluto fare di più per lei, ma sapevo che non ci sarei mai riuscita.

La sera che ricevetti la telefonata, stavo andando al cinema con un’amica del corso di aggiornamento. Fu un colpo a tradimento, che vanificava ogni mia aspettativa o speranza. Presi il primo treno disponibile e mi recai immediatamente all’ istituto, accompagnata stavolta da Lorenzo. L’assistente sociale mi accolse con un certo calore, ma con fermezza raccontò l’accaduto, privandolo di particolari che mi avrebbero fatto male e mi rassicurò che ora, finalmente, si era ritrovata con sua madre ed era felice. Durante la notte Mauda era uscita in giardino, si era addormentata accanto alla vasca, con indosso solo il mio abito ed era morta di freddo, lo stesso freddo che non riusciva a scaldare la sua mente e non le permetteva un collegamento con il mondo intorno a lei. Nessuno capiva come fosse potuta sfuggire alla sorveglianza del personale ma, purtroppo, così era stato.

IMG_0944
Non riuscivo a dire nulla, mentre Lorenzo mi abbracciava e sosteneva. Si affollavano, dentro, tutti i momenti vissuti con lei, minime possibilità di un approccio impossibile.
Non volli vederla. L’immagine che più mi confortava e che volevo conservare era la sua frenetica curiosità nell’ aprire il mio dono: da quello spiraglio mi aveva concesso di starle un po’ vicino.
L’assistente sociale ci richiamò mentre avevamo quasi raggiunto il cancello alla fine del vialetto, per consegnarci qualcosa. Il freddo del giorno tramutava le sue parole in nuvole leggere:                                           -L’abbiamo trovata poco fa sotto il cuscino.

La foto consumata ci ritraeva in un selfie fatto qualche tempo prima e, al bordo dell’immagine, il nome quasi indecifrabile, in una grafia incerta e semi cancellato, che però ora riconoscevo.

 

 

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?