Le voci di Nikolajewka

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Il canto fa parte delle “poesie in musica” del grande autore Bepi De Marzi che interpreta, sempre magistralmente, l’animo dell’uomo di montagna in tempo di pace e di guerra. Questo canto è composto verso la fine degli anni sessanta del secolo scorso, quando escono le opere memorialistiche di Bedeschi, Rigoni Stern, Revelli… e fa parte di un gruppo di composizioni ispirate alla tragedia degli alpini sui vari fronti della seconda guerra mondiale: Il Golico”, “L’ultima notte”,” Joska”…

Il 26 gennaio di 75 anni fa le nostre truppe sono accerchiate nella neve, ghiaccio e gelo, nei pressi di Nikolajewka, villaggio della Russia a est dell’Ucraina, prima del terrapieno di una ferrovia dove c’era un sottopassaggio, oltre il quale c’è la salvezza, il ritorno a baita.

Ne “Le voci di Nikolajewka” il testo è costituito solo da una parola, ossessionante: Nikolaijewka. La melodia sembra venire da lontano, da un altro mondo, ispirandosi alla musica popolare russa. Il canto comincia con un “andante mesto” e procede col “vocalizzato”. Il tono è in continuo crescendo per esprimere la situazione disastrosa, i patimenti dei feriti, gli ultimi gemiti e le imprecazioni dei morenti, la speranza della salvezza, l’onore dei soldati che non si piegano anche ignorando il motivo per cui si trovano lì, la forza della disperazione disumana, l’incitamento quasi irrazionale del generale Reverberi: «Tridentina avanti! Avanti!» … la via d’uscita conquistata a caro prezzo…
ritirata
Nei nostri incontri, partendo da un canto, ho sempre cercato di divagare nel contesto storico del testo, affrontando i più diversi argomenti, dalla storia degli alpini alla vita di caserma, dall’epopea della Prima guerra mondiale ai sentimenti più sinceri dell’animo alpino…

In queste righe, se a volte è lecito paragonare le cose piccole a quelle eccelse, sapendo anche di rischiare di apparire presuntuoso, voglio aggiungere alle “Voci di Nikolajewka” la mia voce personale, quella di figlio di “Reduce alpino” e di nipote di “Disperso alpino”. Mi è venuto come un bisogno spontaneo di garantire che noi figli non abbiamo dimenticato. Nati nei primi anni del dopoguerra, dopo quelle spaventose esperienze dei nostri papà, che pure hanno ancora avuto il coraggio di ripartire nella vita, anche noi abbiamo respirato un po’ l’aria di Nikolajewka. Mi affido ad alcuni ricordi, a cominciare dagli anni cinquanta/sessanta.

Per me Nikolajewka è… Sull’armadione della camera dei genitori stava un cappello alpino sgualcito, spiegazzato, con una grande medaglione; seppi più tardi che si trattava del distintivo dell’ARMIR; sotto il cappello, una mantella militare ben piegata e uno zaino; c’era poi una scatola di latta che conteneva due piastrine di riconoscimento militare: una della campagna di Russia e l’altra del campo di lavoro di Hohenstein; nella scatola c’erano alcune lettere e cartoline postali con l’indirizzo prestampato. (Solo alcuni anni fa seppi che nello stesso campo era internato anche Mario Rigoni Stern, cosa confermatami dal figlio). Mio padre compì i vent’anni sul Don, classe 1922. A me, bambino, dicevano che quelle erano “le cose di Nikolajewka”. Il nome cominciò a entrarmi nella mente. Quel cappello alpino, a metà anni sessanta, una domenica non tornò più casa: perso in una delle tante adunate-incontri di reduci in quel di Brembilla; ricerche vane in tutte le osterie.
Fu sostituito da uno nuovo, ”tirato” da me quando diventai anch’io alpino; non sembrava per niente a quello originale.

Per me Nikolajewka è… La mia vecchia casa confinava con la scarpata della ferrovia della Valle Brembana, dopo il casello al ponte di ferro Ruspino-Pregalleno (abbattuto quando fu costruita la tangenziale di San Pellegrino). Il portone era quasi sempre aperto, anche di notte. Una mattina d’inverno, con molta neve, molto presto, fui svegliato dalla casellante Maria Capelli ; mi avvertiva, concitata, che sulla scarpata, a pochi metri dal binario, stava mio padre addormentato. Corsi subito, lo svegliai. Mi guardò e disse: «Cosa vuoi che sia? A Nikolajewka… io non l’ho fatto apposta… quella vecchia…».
Non compresi niente. Riportai a casa mio padre. Quando fui più grande, riuscii a capire che mio padre, armato, accolto in un’isba e rifocillato, mentre era seduto a tavola, vide aprirsi improvvisamente una porta. Credendo fosse un partigiano o un soldato russo… partì il colpo… Invece era la vecchia madre.
Quella santa donna della casellante, seppi poi, tante mattine, prima che passasse il primo treno delle 4.30, controllava se per caso c’era ancora mio padre sulla scarpata o vicino al binario.
Era vedova; il marito, che io non ricordo, aveva partecipato alla spedizione CSIR ed era stato decorato dal generale Messe.

Per me Nikolajewka è… Mia nonna abitava a 500 metri da me; una finestra della casa guardava direttamente sulla ferrovia. Quando passavano i treni diretti a San Pellegrino, spesso, senza dir niente a nessuno, si affacciava per vedere se per caso sulle carrozze c’erano soldati che tornavano dalla Russia. Sperava ancora che tornasse il suo “Gioanì”, classe 1918, “disperso”. Mio padre scuoteva la testa; mai una parola. La nonna morì nel 1966. Non credette mai al reduce Filippo Baroni “Pirulì”, anche lui dei 1918, amico e commilitone di mio zio Giovanni, che affermava di averlo visto stritolato da un carro armato T34. Per la nonna, il “Pirulì” era un cacciapalle, non credibile. Quando morì, mia nonna aspettava ancora.
Si rivolgeva a me “che studiavo”: «È vero, nèh, che stanno trovando ancora soldati italiani vivi in Russia?”. Il buon Filippo dettò le sue memorie in una pubblicazione del 1998 a Renato Amaglio, confermando per iscritto che Giovanni “era stato spazzato via da quella furia il 21 gennaio…”, pochi giorni prima di Nikolajewka.

Per me Nikolajewka è… Mio padre aveva la sbornia allegra. Cantava, di notte svegliava tutti. Una mattina alle ore piccole, arrivò a casa lanciando minacce di morte contro non so chi. Avevo anche un po’ paura. Al mattino andò regolar mente al lavoro. Prima di andare a scuola, (fine elementari), mia mamma mi chiama, apre il comodino del papà… appare una pistola, grande più o meno come una mano. Non la toccai.
Corsi da mio zio Pierino, meccanico. (Saprò più tardi che nel 1944/45 aveva fatto parte delle Fiamme Verdi con Don Dami). Glielo dissi. Venne a casa, tolse un pezzo: «Lasciala lì, non fa più male a nessuno… sempre con ‘sta maledetta Russia e Nikolajewka…». Il giorno dopo quella pistola nel comodino non c’era più. Un po’ di anni dopo lo zio mi confidò che suo fratello si era accapigliato con alcuni partigiani rossi che predicavano che gli alpini in Russia erano sostenitori del fascismo.
Questo, detto a lui, dopo due anni di campi di lavoro, socialista convinto! Come e da chi abbia avuto quell’arma, mai saputo.

Per me Nikolajewka è… I genitori non sempre andavano d’accordo, facili erano i battibecchi. Mia madre, quando il marito esagerava nel ricordare la campagna di Russia, alcune volte gli rispondeva, forse senza cattiveria ma con una punta di veleno: «I nostri padri nella prima guerra hanno fatto l’Italia, voi l’avete disfatta». Mio padre, senza arrabbiarsi: «Taci, non sai cosa dici», poi silenzio imbarazzato.

Per me Nikolajewka è… Nel 1989 cadde il muro di Berlino e si aprirono le porte della Russia. Il papà aveva sempre manifestato il desiderio di tornare a vedere i luoghi della tragica disfatta. Fu organizzato un primo viaggio; il papà conosceva il dott. Caprioli, il dott. Crepaldi, il prof. Carminati. Mi disse che voleva partecipare insieme all’amico Bepino Astori, anche lui classe 1922, storico capogruppo di Dossena. Quasi tutto pronto, quando, senza discutere, mi ordinò: «Ritira tutto, io quell’inferno non lo voglio più vedere». Non feci alcuna insistenza.

Per me Nikolajewka è… Nel 2013 partecipai al viaggio organizzato dall’ANA per il ventesimo dell’asilo di Rossoch. Dopo la Messa, su quel cippo-altare in mezzo ai boschi e agli sterminati campi di girasoli, raccolsi come ricordo alcune foglie dagli alberi intorno e alcuni semi di girasole; vicino al sottopassaggio della ferrovia presi un sasso di pietra grigia. Diedi i semi di girasole ai figli dei reduci del mio paese e, poi, a vari capigruppo alpini. Dopo quattro anni “i girasoli di Nikolajewka” fioriscono in tanti orti e giardini e, naturalmente, intorno alla Baita degli Alpini di San Pellegrino.

Per me, oggi, Nikolajewka è… quel “PONTE DELL’AMICIZIA” degli Alpini che sarà inaugurato a settembre a Livenka-Nikolajewka. Chi andrà all’inaugurazione…. Intorno a quel cippo sperduto che ricorda gli Alpini italiani Caduti in terra di Russia, provi a osservare bene. Quei girasoli raggianti, splendenti e solari, al tramonto, hanno sempre il capo chinato verso la terra. Forse salutano e rendono gli onori con compassione a chi sta sotto.Che siano proprio loro a intonare il canto?
girasoli

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