Le capitali della musica italiana

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I consigli comunali di Bologna, Venezia e tante altre città si sono a lungo lamentati per il mancato inserimento in questa puntata di “Brevi Note” dedicata alle città. Gli abbiamo chiesto di pazientare, gli abbiamo spiegato che ce ne sarà anche per loro e che bisogna coltivare la bellezza del desiderio e dell’attesa. Oggi si viaggia tra Napoli, Roma e Milano, con una puntatina nella provincia del centro Italia, tra Frosinone e L’Aquila del post-terremoto.

 

1) “Napule è” – Pino Daniele, Terra mia, 1977

Per linea melodica, accordi e BPM (Battiti per minuto), “Napule è” è decisamente l’Imagine partenopea. Provate a mettere sul piatto una versione strumentale di Lennon e cantateci sopra come Pino Daniele, la sovrapposizione sarà quasi perfetta, sempre che la vostra voce sia decente. Il nostro dipinge una cartolina di Napoli adeguata agli anni ’70, con la volontà di superare i cliché tradizionali, diventandone, a sua volta, icona. L’atmosfera è benevola e innamorata, eccetto il passaggio sulla carta sporca e l’allegato fatalismo, e il risultato è ecumenico, tanto che la canzone diventerà l’inno del Napoli calcio, sparato dai megafoni al San Paolo prima delle partite casalinghe. Commozione evocativa a manetta.

 

2) “Milano e Vincenz0” -  Alberto Fortis, Alberto Fortis, 1978

Vincenzo Micocci, morto nel 2010, fu un celebre discografico italiano, mandante del lancio di autori come Bennato, Venditti, De Gregori, Rino Gaetano, e tanti altri. Fortis, parcheggiato invano nella sala d’aspetto dell’ufficio del Micocci, a un certo punto sbotta, e compone questa curiosa invettiva che coinvolge, hai voglia a dire di no, la romanità tutta, parteggiando a favore di Milano, sua città d’adozione (“Vincenzo dice che sei fredda, frenetica e senza pietà, ma è cretino e poi vive a Roma e che ne sa”). La stessa verve anti-capitolina, del resto, è presente nello stesso strepitoso album “Alberto Fortis” in A voi Romani (“Io vi odio a voi Romani, io vi odio tutti quanti”). Una quindicina d’anni dopo, con l’avvento della Lega e la conseguente incondizionata messa al bando, negli ambienti di sinistra, dell’astio campanilista, Fortis si sarebbe permesso di scrivere queste cose? Nel 2010 la morte di Micocci porterà Fortis a più miti e senili consigli. Fortis, sazio della sua onesta carriera, canterà a una settimana dalla morte del discografico, nel corso di un’ospitata televisiva, non più “Vincenzo io ti ammazzerò”, ma “Vincenzo io ti abbraccerò”. Bella roba.

 

3) “Domani” – AA. VV., 2009

La popolazione aquilana, già fiaccata dal terremoto del 2009, viene definitivamente messa in ginocchio dalle rime baciate di Jovanotti (“non bastano le lacrime a impastare il calcestruzzo/eccoci qua, cittadini d’Abruzzo”) e dalle allitterazioni di Caparezza (“E’ stato un foglio nella risma nascosto/scrivo e non riesco forse perché il sisma m’ha scosso”). Il 21 aprile del 2009 un clamoroso parterre di cantanti d’ogni genere e religione musicale si riunisce in uno studio di Milano per portare la propria solidarietà economica, alla maniera degli U.S.A. for Africa o Pavarotti and friends. Ci si interrogò, allora, su come si fosse riusciti a confezionare in pochi giorni un prodotto così commovente e ben fatto. Qualcuno ipotizzò che gli spartiti fossero nascosti da tempo nei cassetti della Protezione Civile, pronti all’uso in caso di cataclismi, proprio come i progetti delle famigerate new town(s). La risposta invece ce la dà Mauro Pagani, generoso e furbo allo stesso tempo, che promosse l’operazione portando in dote una sua vecchia canzone del 2003, appunto Domani, di cui quella cantata dai vari Battiato, Agnelli, Al Bano, Carmen Consoli e compagnia cantando, non è nient’altro che una cover. Di qui si spiega l’incongruenza tra il testo e la tragedia. Se si escludono gli innesti lirici prodotti per l’occasione, rimane l’impianto testuale metafisico originale, con i riferimenti a nuvole, mare, prue, stazioni di posta, maestrale, che tanto resero perplessi gli aquilani.

 

4) “Vacanze romane” – Matia Bazar, 1983

In un’edizione di Sanremo in cui Vita Spericolata arrivò penultima, fornendo l’alibi e l’argomento dell’incomprensione ad intere generazioni a venire (“Tu sei un fallito” – “Non è vero, io sono un genio incompreso dalle masse e sono troppo all’avanguardia, un po’ come Vasco Rossi quando arrivò penultimo al Festival del 1983”), i Matia Bazar mettono d’accordo grandi e piccini con il quarto posto nella classifica generale, la vittoria del premio della critica, e, a seguire, quattro mesi al vertice nella Hit-Parade. Già vincitori di Sanremo nel 1978 con l’insulsa E dirsi ciao, in un’epoca in cui la band genovese non era che un gruppo da pomiciata del sabato pomeriggio, i Matia Bazar si presentano all’Ariston con tutto un altro spessore artistico, dopati dall’ingresso di Mauro Sabbione, in futuro compositore e pianista di fama mondiale, che nei primi anni ’80 li ristrutturò con elettronica e melodie di altissima qualità (Vedi anche, tra tante, Palestina ed Elettroshock).
Per Vacanze Romane atmosfere e pettinature di gran classe, Antonella Ruggiero da esportazione e testo niente male, Grandi Bellezze d’antan e passaggi amarognoli, anch’essi d’anticipo trentennale sulle grandi monnezze di Mafia capitale (“Roma, antica città, ora vecchia realtà, Non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai. Ma piove il cielo sulla città, tu con il cuore nel fango…”)

 

5) “Frosinone” – Calcutta, 2015

“Chiedo scusa se ho trovato un nuovo accordo/e per errore ho scritto un pezzo indie”. Comincia così la sorprendente parodia prodotta dal febbraio del 2016 da un fetentissimo cantante neo-melodico, Enzo Savastano, che, prendendo in giro il fenomeno indie, contribuisce in modo decisivo a sdoganarlo. Principale obiettivo della parodia è Edoardo D’Erme, from Latina, 1989, stesso primo piano, stessa pianòla, stessa barba e cappuccio e stessa edilizia anonima sullo sfondo. Edmondo D’Erme è Calcutta, soprannome tratto dal duo degli esordi, scelto per caso, come per caso sembrano essere inserite molte delle parole di questa canzone e di molti altri brani indie. Funziona parecchio l’impianto melodico e la scelta di citare Frosinone –in serie A-, che, insieme a quella di utilizzare altre bizzarre immagini sparse nella canzone (“Io ti giuro che torno a casa e mi guardo un film, L’Ultimo dei Mohicani, non so di chi”, “Leggo il giornale e c’è papa Francesco”,” Noi a questa America daremo un figlio Che morirà in jihad”), consente un’ironia bonaria e di retroguardia. Frosinone viene scelta per la seconda volta, nella storia della musica leggera, come paradigma della provincia, e Calcutta lo fa con ogni probabilità consapevolmente, utilizzando di nuovo la metafora calcistica. In Mio Fratello è Figlio Unico (Rino Gaetano) Chinaglia, all’epoca centravanti della Lazio, “non può passare al Frosinone”. Invece, 40 anni dopo, il Frosinone arriva addirittura in serie A. Finirà male, con una retrocessione, quella prima stagione dei ciociari in serie A. Andrà meglio a Calcutta, che vincerà il disco d’oro.

 

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