La risacca

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Istruzioni per leggere questo racconto:
– mettiti in un posto comodo
– prendi le cuffie e il telefono o il pc
– Cerca su Spotify o su youtube un pezzo che ti piace e ascoltalo
– Leggi.

risacca
[ri·sàc·ca]
Il moto di ritorno dell’onda che, respinta da un ostacolo, si scontra con l’onda successiva in arrivo dando origine a un frangente.

Mi sveglio. Apro gli occhi, ma qualcosa manca.
È tutto cadente e grigio. Le pareti paiono liquefarsi, e il soffitto s’avvicina pericolosamente. Quasi voglia schiacciarmi. Far di me una sottiletta.
Luna non è venuta a svegliarmi come accade ogni mattina.
Tutto è ovattato e della cenere cade su di me, sulle coperte, sul legno di cui è fatto il pavimento del soppalco.
Piove il mondo. Piove la mia vita, dopo aver preso fuoco.
Mi ributto sotto le coperte e nell’istante in cui chiudo e riapro gli occhi una sensazione di nausea, fortissima, mi germoglia nel petto. Diventa persistente, nonostante io cerchi di controllare il mio respiro, d’ascoltarlo nella sua infinita naturalezza. Ed è quasi un pugno ficcato a forza esattamente al centro del mio costato. All’altezza della bocca del mio stomaco.
Ricordo di incubi e risvegli notturni.
Ricordo l’odio verso me stessa. La non fiducia.
È come cercare d’abbracciarsi mentre le braccia si divincolano senza sosta.
Nei miei sogni, talvolta, la peggior parte di cui sono composta si traveste. Indossa la pelle delle persone che fanno parte della mia vita e le trasforma in mostri velenosi che mi guastano il sonno e il cuore.
Alle volte vorrei non sognare, ma è impossibile. Ho sempre vissuto di sogni.
Li reputo un modo di comunicare con me stessa. Li reputo un modo per indicarmi la strada, talvolta a forza. Con ferocia.
La ferocia mi spaventa. Quando capita che la me stessa peggiore s’incazza mi ferisce così profondamente da rendermi incapace di morder la vita con gusto, con fame.
La nausea permea tutto. Il corpo e l’anima.
Provo a piangere, ma non riesco. Sono sdraiata da troppe ore. Mi duole la schiena e i muscoli tirano quasi fossero fili e io il peggior burattino del mondo.
Fitte forti. Spasmi improvvisi.
Chiudo di nuovo gli occhi e decido di prendere cinque gocce.
Lo decido perché non desidero che mi diventi naturale come respirare.
Ogni tanto cerco di ricordare prima di tutto questo.
Come mi svegliavo? Cosa mi spingeva ad alzarmi?
Ci penso e nella tormenta dei miei sogni peggiori ricordo la voglia di correr lontano.
Dal dolore, da quella città, da quel futuro già scritto su di un libro Sacro al servizio del sacrificio e della tradizione.
Scappar lontano dalla lamentela come linguaggio, dal disagio come terra promessa.
Scappare per scappare, per muovere il primo passo, per scatenare il libero arbitrio senza aver una meta precisa.
Scappar dalla povertà come pensiero, come terrore, come una cauterizzazione sulla pelle di bambina, che però non va più via, neppure con il passar del tempo. E non resta che accettarla. Farne una cicatrice di monito, una medaglia al valore.

Raccolgo quel poco che riesco di me e mi alzo. Dapprima alzo il busto, facendo forza con le braccia tese. Sono seduta sul letto. Trascinandomi faccio le scale del soppalco al contrario e scendo in camera.
Osservo e vedo che anche i mobili, il divano, i miei vestiti, i miei oggetti, tutto è ricoperto di cenere.
Non voglio toccare nulla. Non voglio neppure respirare.
È la mia paura della contaminazione dell’unico luogo sicuro che sono riuscita a render mio. La mia stanza.
Piango e finalmente le lacrime scendono copiose, ma non c’è nessun incendio da domare o spegnere.
Come di consueto, quasi fossi un robot, mi dirigo verso l’angolo dove tengo la pappa di Luna, scosto la tenda e guardo all’interno delle ciotole.
Una è ricolma di vermi e quella dell’acqua contiene una sostanza fangosa.
Mi sposto verso la cucina e vedo che la finestra è chiusa. Non ricordo di averla chiusa.. è l’unico modo che ha Luna per entrare in casa.
Chi l’ha chiusa?
Forse il mio coinquilino distratto?
Con fretta vado verso la portafinestra e cerco di aprirla faticosamente. La cenere ha formato una specie di blocco. Uno spasmo nello sforzo mi contrae la bocca dello stomaco. Mi piego. Quasi vomito. Soffro, ma infine riesco a spalancarla.
In casa fa freddissimo e l’impatto con il calore esterno è quasi da svenimento.
Il giardino condominiale, semplice e ordinato, che è nei miei ricordi, s’è trasformato in una bollente foresta tropicale. Liane scendono dagli alberi di cui non si vede la fine. Il cielo non è accessibile, coperto com’è dalle immense fronde di alberi di cui non conosco il nome. È una serra a cielo aperto.
Sento del fetore sprigionarsi da me. È l’odore della paura. È l’odore della mia ansia. Un odore acre, pungente e fastidioso. Lo esalo come una discarica.
Non c’è tempo, mi dico. Chiamo Luna a squarciagola ignorando la mia puzza. Quasi mi stessi decomponendo. Trattengo il respiro mentre chiamo fortissimo la cosa più preziosa che ho.
Chiamo, chiamo e chiamo, ma non corre verso di me. Forse è intrappolata nella foresta. Tendo le orecchie. Di solito risponde ai miei richiami con i suoi miagolii.
Continuo, e l’ansia sale, così il calore, anche se le estremità del mio corpo mi paiono dei ghiaccioli.
Decido di spogliarmi. Sono nuda.
Nell’istante in cui mi guardo i seni, la pancia, le gambe e i piedi, il mio corpo muta in un circolo infinito di trasformazioni.
Prima sono magrissima, quasi ricurva, e poi grassa e pesante. Continua così e ne sono terribilmente spaventata.
O sono quasi trasparente o un ammasso di maschere di grasso.
Di colpo un flebile miagolio mi richiama dai miei pensieri sempre più frenetici.
Mi sento più sola che mai. E non riesco a muovere un passo per la paura che il mio corpo mi tradisca.
Afferro il telefono e scrivo alle persone per me più importanti. Tremante attendo, ma nessuno risponde.
Il telefono fa due brevi bip e si spegne, scarico.
Prego mentre il corpo continua a mutare forma e dimensione. Uno spasmo e un altro ancora e
vomito sulla pietra di cui è fatto il pavimento del mio balcone.
Vomito e ne guardo la consistenza. Dentro ci sono le gocce che prendo quotidianamente, le parole non dette. Alcune sono come lamette, altre sono come preghiere, altre domande e altre sono frutto del giudizio, cattiverie scorpioniche, e altre ancora, infine, sono perfette gemme color dell’ambra.
Biglie che contengono galassie e soli lontani.
Il miagolio si fa più forte, disperato.
Con la forza rimastami afferro il bordo di ferro-battuto della struttura del balcone e mi tiro su.
Per fortuna sono nella mia forma magrissima.
Quando cerco di scavalcare, però, il mio corpo mi tradisce e sono di nuovo grassa e pesante. Un secondo miagolio sempre più distante mi spinge e goffamente mi isso sul ferro-battuto e cado pesantemente dall’altra parte sull’asfalto duro.
Rialzandomi dolorosamente m’accorgo d’aver cambiato di nuovo forma e corro, corro, con tutta la velocità di cui sono capace verso la foresta immensa e oscura.
Nella corsa le liane mi colpiscono, le foglie mi bruciano e tagliano, i rami sporgenti e appuntiti mi feriscono e nella corsa inizio a grattarmi le ferite che si rimarginano, ma continuano a prudere, quasi fossero infette.
Mi gratto con ferocia mentre corro a perdifiato.
I talloni si screpolano e guardandomi indietro vedo pezzettini di pelle abbandonati dietro di me. Mi vengono in mente le briciole di pane di Hänsel e Gretel.
Correre è sempre più doloroso, ma devo andare. Devo correre verso lavoro.
Devo prendermi la responsabilità di me stessa, devo essere forte.
– NO! – grido sentendo un nuovo miagolio.
Perché mi sono dimenticata di Luna? Ormai stilla spaventata. La foresta m’inganna e confonde.
Non devo andare a lavoro e ricordo che oggi è il mio giorno libero.
Devo trovarla e riportarla a casa. Così tutto tornerà in pace, sereno, e la cenere smetterà di sotterrare tutto ciò che ho.
Arrivo ad un’intricata cascata di liane piene di grosse spine, sono di color arancio in punta e sfumano nel verde sino a fondersi con le grosse liane a cui appartengono.
Non si sente nessun suono, neppure un flebile miagolio.
Mi avvicino alla cascata e vedo i miei piedi lasciare impronte rosse.
Scosto le liane ferendomi ulteriormente. Il mio corpo nudo è pieno di ferite rimarginate e non.
Davanti a me si apre probabilmente l’unica radura presente al mondo in una foresta tropicale. Aguzzo lo sguardo e vedo l’entrata di una caverna.
La caverna è fatta di una pietra strana, ho il nome sulla punta della lingua, così lo sputo fuori incantata dalla sua forma: è tufo.
Da essa si leva del fumo, sembra bollente, e le gocce di umidità che cadono dal cielo, ora visibile e nel pieno del suo tramonto, a contatto con la sua superficie creano quella sostanza densa che si leva a volute arzigogolate.
Sono sicura che Luna sia lì dentro, me lo dice il mio istinto. Magari è nascosta, in attesa di poter uscire e tornare da me.
Ma cosa la blocca?
La chiamo piano. Con paura.
Ecco.
Un primo e debole miagolio.
Decido di entrare, ignorando la paura. Perché è più forte l’amore che provo per lei.
“Perché se è l’amore che distrugge i palazzi”, penso, “ avrà il potere di distruggere anche le caverne, no?”. Lo spero. Lo prego. Lo credo.
Nonostante tutto ciò, le gambe tremano. Inciampo e cado.
Le liane quasi mi afferrano, ma le taglio con una lametta raccolta nel mio vomito, quello avvenuto sul balcone.
Corro, mentre la foresta mi insegue e per un pelo riesco a lanciarmi all’interno della caverna, proprio poco prima che la foresta crolli su se stessa.
Il buio mi inghiotte.
Prego per della luce e ricordo la frase ripetuta sempre da Francesca, quando ero piccola, più piccola.
“Sei hai paura immagina una bolla di luce intorno a te”. E così faccio.
Riapro gli occhi, stanca, dopo un estremo sforzo di concentrazione e una tenue luce si diffonde intorno a me. È magia. E ha sempre un costo.
Così muovo i primi passi chiamando Luna in un sussurro. E seguo l’istinto. Non tocco nulla. È umido. Vedo solo un passo alla volta e mi sembra non bastare per colmare la fossa di folle paura che cresce dentro di me.
Ma ho fatto una promessa d’amore quando ho incontrato per la prima volta i suoi splendenti occhi azzurri e non posso tirarmi indietro.
Proseguo nel cammino oscuro. Senza sosta. Svolto e scelgo diversi tunnel e infine giungo a quello che presumibilmente è il centro e il cuore della caverna di tufo, pare tenuemente illuminato, ma non c’è nessuna fonte di luce visibile, se non la mia.
Individuo subito Luna con un colpo d’occhio, ma vedo anche l’enorme Bestia nera. Sembra un cane che ha passato una mutazione genetica orrenda.
Il suo pelo è ispido e sporco, i suoi denti sono come stalattiti e stalagmiti, e la sua bava è putrefasciente e verdastra. Ne cadono gocce per terra e quasi corrodono la pietra.
Il suo fetore si diffonde per tutta la caverna e rimbalza sulle pareti claustrofobiche.
Sono inorridita. Bloccata. La nausea aumenta e quasi vomito una seconda volta.
La creatura nera non si è accorta della mia presenza.
Ringhia minacciosamente a Luna che è schiacciata contro la parete lercia della caverna.
La sua coda è gonfia. E le sue orecchie sono basse e tirate indietro. Soffia, ma è terribilmente spaventata, lo dimostrano le feci che le ricoprono il pelo e che la contornano.
Chissà da quante ore, da quanti giorni, da quanti anni, è bloccata lì, senza che io me ne accorgessi.
La Bestia allunga una zampa piena di artigli affilati e fende l’aria a pochi centimetri dal muso di Luna. Un secondo fendente e le ferisce l’orecchio destro.
Il sangue inizia a scorrerle sulla testolina minuscola e sul muso. Gocciola al suo fianco.
Il suo bellissimo pelo color perla striato si tinge di merda e sangue.
È uno spettacolo che mi blocca il cuore.
Grido. Grido fortissimo. Piango e digrigno i denti e una rabbia disumana m’attraversa e mi possiede mentre il mio corpo muta in un circolo vizioso, ripercorrendo la storia del mio corpo, e del mio peso.
Luna s’accorge di me e trilla. Mi chiama come potrebbe fare con una farfalla durante il gioco della caccia. Priva di forze si accascia e io mi muovo velocemente. Corro.
Mi getto verso la Bestia.
Le salto in groppa e le sue fauci affondano tra la spalla e il braccio. Lotto senza sosta e in un battibaleno mi trovo sotto di essa.
Le sue sue zampe mi bloccano a terra. Sono ad un centimetro dalla mia testa. I suoi artigli, m’accorgo, sono velenosi. Bruciano le mie ciocche come potrebbe fare la fiamma dell’accendino con dello spago.
Cerco di lottare e divincolarmi, ma mi tiene bloccata la mole della creatura.
Questa mi osserva, e m’annusa. Il mio fetore, vedo nel suo sguardo, la eccita.
Abbiamo una punta d’odore simile e dalla scintilla nei suoi occhi capisco che vuole farmi sua.
La mia furia si trasforma in un terrore sporco. Nel terrore arrendevole. In un terrore che mi schifa, che mi provoca un profondo disgusto nei confronti della Bestia, di me stessa, della caverna, della foresta e infine del mondo.
Un miagolio flebile, ed io meccanicamente inclino il capo, come se l’incantesimo degli occhi della Bestia fosse spezzato per un breve istante e vedo Luna in una pozza di sangue tentare di alzarsi per raggiungermi. I suoi occhi sono lucidi e incredibilmente brillanti.
La gatta vacilla e le zampe le cedono.
I suoi occhi si socchiudono e pian piano perdono la luce, andando verso l’opaco.
Raddrizzo la testa e fisso la Bestia negli occhi.
Sono neri. Un bagliore brilla al centro della pupilla che a malapena si distingue in quella pozza profonda.
Il mio stomaco borbotta per la fame.
Una fame che ormai ha raggiunto i livelli dei crampi, del dolore, della necessità netta di nutrirsi. Di mordere e addentare, così, mi volto e mordo la Bestia.
I miei denti si fanno affilati e gli provoco uno squarcio e una sofferenza sufficiente a lasciarmi libera. Striscio all’indietro e mi tiro su a sedere, le braccia tremanti a reggere il mio busto nudo, sporco e affannato in un respiro veloce.
La Bestia non muore.
I miei denti sono come quelli di Luna, ancora troppo deboli.
Così inizio a cantare come presa da un raptus insensato.
La Bestia ferita abbassa le orecchie e pian piano indietreggia sino a diventare un tutt’uno con le pareti della caverna.
I suoi occhi sono l’ultima cosa che vedo prima che si trasformino in due buchi perfettamente circolari nel tufo.
Mi tiro su velocemente. E penso che devo scappare. Raccolgo Luna e l’avvolgo con le mie braccia ferite e corro. Corro mentre il ringhio della Bestia mi risuona nelle orecchie.
Esco dalla caverna e la foresta non c’è più. Mi volto e anche la caverna è scomparsa.
È autunno. È notte. Muovo un passo e la luce automatica s’accende.
Alle mie spalle vedo il grande albero che chissà chi ha piantato anni fa al centro del giardino condominiale. Le sue foglie sono metà cadute e metà ancora aggrappate ai rami fragili.
Sono come delle giganti foglie di fico, ma non è quella la pianta, mi dico. In autunno il maltempo se ne nutre lentamente e paiono immensi ombrelli naturali mangiati a bocconi dalla natura e dal suo ciclo.
Sono confusa, ma all’interno sento ancora tutte le emozioni vissute poco prima, le sente ancora il corpo affaticato.
Poggio delicatamente il palmo della mano sul piccolo petto di Luna. Il battito del suo cuore è ovattato dalle fusa che mi sta facendo.
Torno davanti al mio balcone e lo scavalco, non con poca fatica. L’agilità non è stata mai il mio forte.
Apro la portafinestra, l’attraverso, e la lascio chiusa dietro di me. Mi dirigo in camera e la cenere c’è ancora, ma s’è trasformata in polvere. Come se fossi mancata per mesi a me stessa e nella stanza. Scosto questi pensieri e raggiungo il divano. Adagio Luna nella sua cuccetta.
È posta proprio al fianco del mobile, sulla sinistra, esattamente in corrispondenza della mia testa quando mi ci addormento sopra.
Mi lascio cadere sulla sua morbidezza. È un bel divano. Lasciato dalla precedente inquilina della casa. Lo trovata troppo brutto e pesante per portarlo via con sé.
Mi ricordo delle ciotole del cibo di Luna e così mi alzo, le controllo, ma son solo da riempire. Prendo quella dell’acqua e la riempio e con un gesto semplice e costante le verso dei croccantini nella seconda ciotola.
Torno a sdraiarmi sul divano. Luna è addormentata. La osservo attentamente cercando segni della nostra avventura. Del nostro sogno. O forse del nostro incubo. Non saprei riconoscerne la natura, ora.
Il mio corpo è ancora teso, anche se stanco. Mi sento rigida e i pensieri mi ronzano in testa senza sosta, senza lasciarmi addormentare.
Così metto play sul telefono.
Un suono di onde che vanno e vengono pervade la stanza. Il suono della risacca.
Poggio il palmo della mano sul manto di Luna, all’altezza del suo cuore, faccio un bel respiro e provo a riposare un poco.
Il sonno, dopo poco, m’inghiotte. Non faccio sogni. Non faccio incubi.
Dormo, semplicemente.
Riprendo conoscenza qualche ora dopo.
Guardo l’ora e sono le 4:32 del primo Novembre.
Afferro il diario e la penna e inizio a scrivere.

Buona viaggio.

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Chi lo ha scritto

Saida Elgtay

Nasce in Marocco sotto ad un cavolo e a tre anni sbarca in Italia. Si riconosce nella scrittura sin dall'adolescenza e scrive a più non posso. Divora poesia e narrativa senza preoccuparsi delle conseguenze che questo può avere sulla sua fragile mente, sino a che all'età di ventiquattro anni non decide di prendersi una pausa da tutto quello che vuol dire essere adulti e crea un romanzo a quattro mani con l'amico Nicolò Angellaro. Paradossalmente vince il primo premio narrativa – romanzo del concorso InediTO, Premio Colline di Torino, con L'Anello Mancante edito da Il Camaleonte Edizioni, 2016. Precedentemente pubblica con AnankeLab il racconto Trasparenze inserito nella raccolta Il gusto di farlo. Raccontarsi senza veli. Con il racconto La puttana della libertà viene inserita nella prestigiosa raccolta di racconti del concorso Lingua Madre 2016-2017. Con il giornale Gazzetta di Torino pubblica online in due puntante il racconto fantastico L'uomo che urlava alla luna. Attualmente nei momenti in cui non “produce” testi si destreggia tra cani, gatti e caffè poiché crede fermamente che il movimento sia creazione di sé e di storie che valgono la pena di essere scritte, e forse anche lette.

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