Il “peso specifico” del dolore

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Il dolore fa parte della vita. Di tutte le vite. Non esiste persona che non abbia sofferto. Ma ci sono persone che sembrano più inclini alla sofferenza, allo star male, al rancore che dilania le budella, alla tristezza che appesantisce l’anima, alla rabbia per non essere state comprese, al risentimento che nasce da un’aspettativa disattesa.

Emozioni distruttive. Movimenti interiori che attanagliano la nostra testa, la nostra vita e minano la nostra serenità.

Ma se ci chiedessimo da cosa dipende il dolore? dove nasce? come si crea? come vive? 

Ci potremmo rispondere così: dipende dalla portata di ciò che ci succede, dal carattere, dalle nostre esperienze passate, dalla nostra resilienza. Il dolore nasce nella nostra testa, nel nostro cuore, nei nostri sentimenti e si crea ogni volta che non riusciamo ad essere abbastanza bravi ad affrontare o risolvere un problema o quando ci sentiamo soli, offesi, abbandonati, incompresi. Il dolore vive con noi, in simbiosi con le nostre azioni, le nostre giornate, i nostri pensieri, ci prende alle spalle, ci fagocita e ci lascia senza fiato e senza energia, distrugge la nostra autostima, ci debilita, ci fa ammalare ed è qualcosa che ci invade, ci colonizza e ci tiene prigionieri surclassando la nostra forza di volontà e di certo non lo abbiamo voluto… e molto altro ancora.

Lo sappiamo già che è così.
Ma non è questo il punto.

Dovremmo sforzarci di riflettere sul perchè a volte ci succede che siamo dilaniati da un dolore che sembra insuperabile e poi, a distanza di tempo, ci chiediamo perchè siamo stati così male? E pensiamo che se ci succedesse di nuovo, quella cosa che ci ha travolti, non ci farebbe più precipitare in quella cupa disperazione. Perché?

Forse è perché il “peso specifico” del dolore lo decidiamo noi fornendogli nutrimento, intensità, spazio, libertà.

Guardate che questa è una faccenda seria e tutt’altro che banale. 

Se attribuiamo al dolore un “peso specifico” non coerente con il valore oggettivo di ciò che ci fa star male (e succede nella maggior parte dei casi di dolore emozionale) ne veniamo travolti, perdiamo il controllo, sperperiamo energie e tempo che avrebbero potuto esserci utili per qualcosa di più importante nella nostra vita o anche semplicemente per affrontarlo e sublimarlo, quel dolore. Il risultato è che soffriamo inutilmente. Abdichiamo alla forza della vita, quella sana, tenace e funzionale al nostro benessere.

So che leggendo queste parole vi verrebbe da dire che non si può attribuire un valore al dolore perché esso è soggettivo, e ognuno è diverso, e poi che la sofferenza fa parte del percorso, che spesso non è facile, che bisogna accettare, che i momenti sono diversi e che magari se … e altre cose di questo genere. 

Certo! E’ vero anche questo ma … attenzione!

Dovremmo cominciare a realizzare l’idea che questi pensieri possono trasformarsi in un inganno, una trappola per la mente che può facilmente diventare una comoda scusa per non cambiare, non vedere, non crescere, non guardare oltre.

Vittimismi mascherati.
Zavorre che rallentano.
Criceti sulla ruota.
Mosche contro il vetro
.

E in questo mare emotivo ci navighiamo dentro tutti eh? 

Dunque facciamoci coraggio e concediamoci la libertà di essere protagonosti della nostra vita e responsabili per ciò che sentiamo. Proviamo a capovolgere le nostre convinzioni. Proviamoci a fare questo esperimento senza farci troppe domande e poi vediamo cosa succede. Chiediamoci quale peso vogliamo attribuire al nostro dolore. Non costa niente e quello che potrebbe nascere nella nostra testa è davvero straordinario.

Perciò, se in questo momento, per qualche motivo stiamo soffrendo, alziamo la testa, guardiamo lontano, rimettiamo a posto i mattoncini della nostra vita meglio che possiamo, riposizioniamoci … e poi via, per aspera ad astra, sempre!

Buon lavoro!

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

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